Le politiche di Jacinda Ardern e il futuro della Nuova Zelanda

Il 17 ottobre 2020 si sono tenute in Nuova Zelanda le elezioni parlamentari, che hanno visto la vittoria del Partito Laburista e la conferma di un secondo mandato per la Prima ministra Jacinda Ardern, in carica dal 2017, la cui figura è finita sotto i riflettori fin dal suo ingresso nella scena politica. Si tratta, infatti, della più giovane donna al mondo a capo di un governo, e anche grazie al suo stile di comunicazione politica, la Nuova Zelanda è diventata un esempio progressista a livello internazionale.

La Jacindamania e la situazione della Nuova Zelanda

Il suo modello politico è stato più volte contrapposto a quello proprio delle destre populiste, di cui Ardern incarna una possibile alternativa. Questa narrazione, basata sullo slogan sii forte, sii gentile, ha fatto sì che la Prima ministra godesse di alti indici di apprezzamento e di una popolarità tale da aver anche acquisito un nome: Jacindamania.

Le condizioni in cui la Ardern e il Partito Laburista sono arrivati alle elezioni hanno subito dei cambiamenti durante il 2020: l’indice di gradimento è salito proprio nel corso dell’anno, favorito dalla gestione delle crisi che hanno colpito il Paese; a gennaio era invece visto leggermente in testa il gruppo d’opposizione, il Partito Nazionale. Il calo di popolarità era da imputarsi al fatto che alcune delle sue promesse elettorali più ambiziose non fossero state mantenute.

Cos’è cambiato dal 2017 a oggi: le politiche del Partito Laburista

Tra le diverse politiche portate avanti negli scorsi anni dal Partito Laburista possiamo ricordare la Kiwibuild policy, un progetto di sviluppo con l’obiettivo di costruire 100.000 abitazioni entro il 2028 per far fronte alla forte crisi abitativa che interessa il Paese; a gennaio 2019 il governo ha annunciato che sarebbe riuscito a costruire solo 300 dei 1000 edifici promessi per luglio di quell’anno. Nel settembre dello stesso anno, tramite la KiwiBuild policy erano state costruite solo 258 case, con un totale di 452 ad agosto 2020.

Secondo le stime effettuate nel 2018 e pubblicate dal Ministry of Housing and Urban Development, sarebbero almeno 41.600 le persone senza fissa dimora (il 43% sono Maori), su una popolazione totale di 4 milioni e 900 mila abitanti, e anche i prezzi delle abitazioni sono in continua crescita da inizio millennio.

Jacinda Ardern ha anche assunto posizioni molto chiare sul tema del cambiamento climatico e delle politiche eco-sostenibili, esprimendo preoccupazione per la situazione ambientale dell’area del Pacifico. Nel 2019, il Parlamento della Nuova Zelanda ha emesso un Amendment Bill (lo Zero Carbon Amendment Bill) con cui spinge il Paese a implementare le policy per rispettare il Trattato di Parigi, impegnandosi a tagliare le emissioni di gas fino ad arrivare a un 30% in meno rispetto a quelle del 2005 entro il 2030.

L’altra principale manovra adottata dal governo contro l’inquinamento è stata la sospensione dei permessi di estrazione di gas e petrolio sotto la superficie del mare, con un emendamento al Crown Minerals Act, oltre a limitazioni nell’uso dell’azoto sintetico come fertilizzante in protezione delle falde acquifere dall’inquinamento agricolo. Da un recente report dell’OXFAM (Oxford Committee for Famine Relief), i risultati delle politiche sul clima non sono in linea con le promesse fatte, poichè è mancata una regolazione dell’industria della pesca per proteggere la biodiversità e non sono state tagliate le emissioni agricole, principale fonte di inquinamento della Nuova Zelanda.

Un altro punto importante per il Partito Laburista sono state le politiche di inclusione nei confronti della comunità Maori, che ha sofferto di varie forme di discriminazione e di marginalizzazione fin dall’insediamento in pianta stabile dei coloni europei (c.a. 1830). Il problema del biculturalismo in Nuova Zelanda è uno dei punti principali del programma di Jacinda Ardern, sia nel periodo pre-elettorale del 2017 sia in vista delle elezioni del 2020. Nel corso degli ultimi tre anni, è stato istituito un Office per le relazioni tra la comunità Maori e la Corona Inglese, insieme all’impegno per reintegrare lo studio del te reo Maori (la lingua maori) dalle scuole elementari entro il 2025.

Il problema dell’inclusione in Nuova Zelanda ha però assunto nuove tinte negli ultimi decenni. Nel 2003 l’allora Primo ministro Winston Peters aveva fatto uscire un pamphlet controverso dove accusava gli immigrati arrivati dal continente asiatico di stare invadendo e schiacciando il Paese. Nel 2019 la Nuova Zelanda è stato teatro di un attacco terroristico di matrice anti-islamica, che ha portato il Paese verso l’adozione di politiche restrittive sull’uso delle armi.

Un punto che ha creato molto rumore a livello internazionale, dando adito anche a diversi parallelismi con la situazione statunitense, è stata la limitazione dell’uso delle armi da fuoco in Nuova Zelanda, regolato dall’Arms Act del 1983, con un emendamento che vieta l’acquisto e l’utilizzo di armi semi-automatiche e di fucili d’assalto. La Nuova Zelanda ha poi proceduto al ritiro delle armi di questo genere già in possesso ai cittadini in cambio di denaro. Questa regolazione è successiva alla strage di Christchurch, dove un terrorista ha fatto fuoco all’interno di due Moschee. Inoltre, nel luglio 2019 la Ardern ha annunciato l’intenzione di creare un registro nazionale delle armi da fuoco, restrizioni sulla cessione delle licenze e il divieto ai visitatori d’oltremare di acquistare armi da fuoco in territorio neozelandese. Nel 2016, il corpo di polizia del Paese ha calcolato che il numero di armi legalmente in possesso ai civili fino al 2014 arrivasse a un massimo di 1,2 milioni. Dal momento che la legge non richiedeva la registrazione delle armi in possesso di chi aveva una licenza, questa è solamente una stima, che tra l’altro esclude le armi detenute illegalmente.

Questi sono solo i punti principali della politica del Partito Laburista sotto la guida di Jacinda Ardern; si tratta di un programma a orientamento progressista, e coerente con l’immagine politica laburista, anche se non sempre i risultati sono stati all’altezza delle aspettative.

La Nuova Zelanda in crisi

Al tempo stesso, c’è da considerare che, dal 2017 a oggi, la Nuova Zelanda ha dovuto affrontare tre delle più grandi crisi degli ultimi anni.

La strage della cittadina di Christchurch, menzionata in relazione alle limitazioni sulla compravendita e l’uso di armi semi-automatiche: nel marzo 2019 un suprematista bianco ha ucciso 51 persone in un attentato terroristico in due diverse moschee. Sia l’attentato in sé sia la modalità di esecuzione, la trasmissione degli omicidi su Facebook in diretta, hanno fortemente scosso l’opinione pubblica neozelandese infiammando il dibattito sul problema dell’odio razziale e sulla politica delle armi.

Nel dicembre del 2019, il vulcano Whakaar, localizzato su White Island, un’isoletta a Nord della Nuova Zelanda, ha eruttato, facendo 23 vittime su un totale di 47 persone presenti al momento dell’eruzione.

Infine, la pandemia di Covid attualmente in atto non è un problema solo neozelandese, ma va annoverato tra gli avvenimenti più critici degli ultimi anni per il Paese.

La percezione di Jacinda Ardern come leader innovativo è stata parzialmente oscurata dal ruolo che la ministra ha avuto nella gestione dei momenti di crisi del territorio neozelandese, e questo ha contribuito a ridurre la gravità, agli occhi dei cittadini, di quelli che sono stati percepiti come fallimenti delle policy promesse dal programma elettorale laburista. Gli indici di gradimento del Partito Laburista sono risaliti nel corso del 2020 favoriti dall’approccio, empatico ed etico, adottato nei confronti di questi avvenimenti, coerentemente con la narrazione portata avanti fino a quel momento.

I risultati elettorali

Questo è il contesto nel quale si sono tenute le elezioni nazionali del 2020 in Nuova Zelanda: le previsioni davano comunque in vantaggio la Ardern, con un indice di gradimento pari al 55%, e in effetti il risultato elettorale raggiunto dal Partito Laburista nell’ottobre del 2020 è stato particolarmente significativo.

Si tratta della maggior vittoria elettorale degli ultimi 50 anni, con un 49,15% (contro un 26,79% del Partito Nazionale) di voti, che hanno assicurato 64 posti in Parlamento. Per la Nuova Zelanda è la prima volta che un partito si assicura la maggioranza governativa sotto il sistema elettorale di rappresentanza proporzionale a membri misti (MMP), introdotto nel 1996.

Il MMP richiede che gli elettori votino il partito che intendono sostenere e uno dei candidati del seggio elettorale di appartenenza, esprimendo di fatto due preferenze. Se un partito ottiene almeno il 5% di voti, oppure uno dei suoi rappresentanti viene eletto in un collegio uninominale, allora entra in Parlamento. La distribuzione dei 120 seggi, poi, viene effettuata nel massimo rispetto della rappresentatività: i deputati in Parlamento per un determinato partito dovranno coprire la stessa percentuale di voti che il partito ha ottenuto.

Da ricordare anche che in Nuova Zelanda sono presenti 7 collegi uninominali nei quali le votazioni sono riservate ai Maori; si tratta di un retaggio coloniale atto a garantire rappresentanza in Parlamento. Negli ultimi anni questi collegi sono stati oggetto di controversie, tuttavia si è ritenuto in più di un’occasione necessario il loro mantenimento per evitare problemi di sotto-rappresentanza.

Il futuro del partito e della Nuova Zelanda

Nell’ottobre di quest’anno i neozelandesi sono stati chiamati al voto anche per due referendum di portata storica: le due proposte riguardavano la possibilità di scelta per quanto riguarda l’eutanasia, e la legalizzazione della Cannabis. Entrambi i referendum contavano il Partito Laburista della Ardern in favore al sì, contrariamente all’opposizione di Judith Collins che parteggiava per il no.

Da un lato, l’approvazione dell’eutanasia legale, con il 65,2% dei consensi, ha rappresentato un’altra vittoria per i laburisti: lo stesso non si può dire per le votazioni circa la legalizzazione della cannabis, per cui i voti favorevoli si sono fermati al 46,1%.

Nonostante questo risultato tiepido, l’appoggio al governo laburista rimane forte: resta da vedere se, durante il secondo mandato, il governo riuscirà a mantenere le promesse elettorali rimaste incomplete. Inoltre, la Nuova Zelanda si trova per la prima volta in 11 anni in recessione; una grossa parte del lavoro del governo sarà l’inversione di questa tendenza economica, con la pandemia ancora in atto.

 

Fonti e approfondimenti

Amore K, Viggers H, Baker, MG, & Howden-Chapman, P (2013). Severe housing deprivation: The problem and its measurement, Official Statistics Research Series, 6.

Doherty, “Not much love actually: Jacinda Ardern was right to call out Australia’s ‘corrosive’ policies”, The Guardian, 2020

Miller, R. Armitage, “Jacinda Ardern led New Zealand through a terrorist attack, a volcanic eruption and COVID-19. Now her toughest challenge begins”, ABC News, 2020

Graham-McLay, “Jacinda Ardern – the highs and lows of her term in office so far”, The Guardian, 2020

Hall, “Ardern’s government and climate policy: despite a zero-carbon law, is New Zealand merely a follower rather than a leader?”, The Conversation, 2020

New Zealand Ministry of Housing and Urban Development, 2018 Severe Housing Deprivation Estimate, 2020

Simon-Kumar, “The Multicultural Dilemma: Amid Rising Diversity and Unsettled Equity Issues, New Zealand Seeks to Address Its Past and Present”, 2019, Migration Policy Institute

The Guardian, 2020. “Ardern: New Zealand has ‘fundamentally changed’ since Christchurch shootings”

Ministry for Culture and Heritage, ‘Origins of the Māori King Movement’, URL: https://nzhistory.govt.nz/politics/the-maori-king-movement,  2018

 

Editing a cura di Giada S Deregibus

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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