Gli eterni rivali nei Balcani: il caso dei dazi

Il rapporto tra Serbia e Kosovo è peggiorato negli ultimi tempi, come testimoniato dall’introduzione di dazi alle esportazioni serbe e bosniache da parte di Priština. Ecco le ragioni dietro questa decisione, e le conseguenze per la regione.

Perché i dazi?

Che la politica nei Balcani sia caotica è cosa nota. Anche dopo la disgregazione della Jugoslavia e le sanguinose guerre civili degli anni Novanta, le tensioni etniche sono state all’ordine del giorno e sono rimaste uno dei temi dominanti nelle relazioni tra gli stati nella zona. Tra gli esempi più noti ed eclatanti rimane il caso internazionale tra Kosovo e Serbia – con l’unilaterale dichiarazione di indipendenza del primo nel 2008, e la seconda che da allora si rifiuta di riconoscere la legittimità di tale atto. La situazione è gradualmente migliorata nel corso degli anni anche grazie all’intervento dell’Unione Europea, che ha condizionato l’ingresso tra i suoi ranghi di Belgrado alla risoluzione della controversia con la propria ex provincia autonoma.

Tale miglioramento è spesso stato solo sulla carta a livello istituzionale – con varie dichiarazioni di intenti e di amicizia da parte dei due Presidenti Aleksandar Vučić e Hashim Thaçi – ma il clima generale sembra essere ostile, come si stesse “trattando con il nemico”. Questa rivalità è emersa prepotentemente negli ultimi mesi, nella forma di dazi doganali del 10% sugli export serbi e bosniaci, fissati da Priština a novembre a seguito di alcune azioni del governo serbo ritenute intimidatorie – tra tutte, l’aver convinto le Isole Comore a far parte di coloro che non riconoscono l’indipendenza kosovara. La Bosnia è colpevole di fare già parte della lista, e non ha preso di buon grado le dichiarazioni del Kosovo, il quale ha annunciato che tali dazi non saranno rimossi finché esisterà il problema del riconoscimento. Ma se il 10% era già abbastanza per violare le disposizioni del CEFTA (il trattato di libero scambio siglato con l’Unione e gli altri paesi della zona), la decisione da parte di Priština di aumentare i dazi fino al 100% non è stata presa di buon grado da Bruxelles. A scatenare le ire kosovare è stato il ruolo svolto da Belgrado nel bloccarne la candidatura all’Interpol – bocciata con una maggioranza di due terzi il 20 novembre scorso.

Le reazioni

Le reazioni sono state tante e varie. La politica kosovara ha applaudito l’iniziativa del Primo Ministro Haradinaj, mostrandosi unita nel contrastare il vecchio padrone. Bruxelles non ha tardato ad esprimere il suo disappunto, ricordando l’importanza del già citato CEFTA e suggerendo a Priština di far tornare la situazione alla normalità. Belgrado ha invitato tutti alla calma, sottolineando di non voler minacciare nessuno – dopo aver puntualizzato di non essere intenzionata a farsi intimidire dal Kosovo e dal suo alleato albanese. Le autorità bosniache hanno fatto sapere di considerare i dazi come una mossa ostile, in grado di destabilizzare i tentativi di cooperazione nella regione; il Ministro degli Esteri Igor Crnadak ha dichiarato che lo sviluppo economico dei Balcani dovrebbe essere anteposto alla questione dell’indipendenza kosovara.

Ma le reazioni più accese si sono viste nel nord del Kosovo, nella zona di Mitrovica a maggioranza serba: quattro sindaci della Lista Serba (principale partito di rappresentanza della minoranza serba, alleato nella coalizione di governo di Haradinaj) si sono dimessi in segno di protesta e si rifiutano di avere ulteriori contatti con Priština. Proprio nella capitale, i rappresentanti serbi hanno deciso di barricarsi tra le mura del Parlamento, rifiutando di uscirne prima di aver avuto la possibilità di parlare con Johannes Hahn, il Commissario per l’allargamento dell’Unione Europea. A tali vicende si sono accompagnate varie proteste da parte della popolazione serba – chiaramente la più colpita dalla politica intransigente del governo.

La dura reazione di Haradinaj a seguito del mancato ingresso nell’Interpol non si è limitata all’innalzamento dei dazi – che sono probabilmente destinati ad avere vita breve, data l’entità delle esportazioni serbe in Kosovo e la chiara disapprovazione dell’Europa. L’alba del 23 novembre 2018 ha infatti visto una massiccia operazione di polizia da parte delle forze speciali, con l’intento di far luce sull’assassinio di Oliver Ivanović – il moderato politico serbo-kosovaro ucciso con quattro colpi di arma da fuoco nel gennaio 2018, da sempre promotore di un maggiore dialogo tra Belgrado e Priština. L’operazione ha portato all’arresto di quattro persone, anche se il vero bersaglio delle autorità kosovare, Milan Radoičić, è riuscito a fuggire in Serbia, per rifugiarsi alla corte di Vučić.

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Oliver Ivanović (Fonte: Wikimedia Commons)

Un personaggio controverso

Vice-presidente della Lega Serba, Radoičić è stato definito da alcuni media come un “controverso uomo d’affari”, ed è indicato dallo stesso Ivanović come il vero uomo forte” nella parte serba del Kosovo. Sebbene Vucic affermi di non conoscerlo, delle foto li ritraggono insieme in più occasioni; ha inoltre stretti contatti con l’entourage politico di Haradinaj. In molti sospettano un suo coinvolgimento nell’omicidio Ivanović, anche a causa del rifiuto di quest’ultimo di entrare a far parte della Lista Serba, preferendo continuare il suo progetto politico alternativo. Resta poco chiaro se l’omicidio sia un regolamento di conti tra fazioni politiche avverse, o se le ragioni principali siano di natura etnica: in ogni caso, la facilità con cui Radoičić è fuggito in Serbia lascia presumere il coinvolgimento di alcuni tra le alte sfere di Belgrado. Tale impressione è ulteriormente rafforzata dall’impegno profuso dal Presidente serbo nel difendere l’uomo d’affari. In una recente intervista, Vučić ha infatti dichiarato che le autorità serbe, dopo aver sottoposto Radoičić ad interrogatori tramite la macchina della verità, ne avrebbero confermata l’innocenza. Una posizione perlomeno bizzarra, date le contraddittorie dichiarazioni di Vučić che giurava di non aver mai visto né conosciuto Radoičić ed il fatto che l’innocenza o la colpevolezza di un sospettato vengano provate, in uno stato democratico, tramite un regolare processo ed il decorso della giustizia e non con l’arbitrario utilizzo della macchina della verità.  Queste stranezze, sommate, hanno indotto diversi analisti a sospettare che Radoičić sia un tassello importante per il governo serbo, forse fino al punto di essere fondamentale per la sua sopravvivenza.

La posizione serba

È chiaro, dunque, che esiste un consistente divario tra i singoli comportamenti tenuti da Serbia e Kosovo e le dichiarazioni d’intenti ufficiali. Le parole concilianti di Vučić in risposta all’innalzamento dei dazi – che hanno voluto assicurare la volontà serba di continuare il processo di normalizzazione nelle relazioni tra i due paesi – sono dunque da interpretare più in un’ottica geopolitica, che in una legata al dialogo costruttivo e alla buona volontà.

Infatti, la Serbia non si trova attualmente nella posizione di mantenere una linea dura. La prima osservazione da fare in questo senso è di natura economica: la Serbia esporta beni per oltre 500 milioni di euro l’anno, mentre le esportazioni kosovare in Serbia sono risibili. Dunque, una guerra commerciale tra Belgrado e Priština comporterebbe gravi perdite soprattutto per la prima e per la popolazione serba in Kosovo. Data l’autorità concessa alla polizia doganale kosovara di controllare il transito di merce al confine – stabilita in seguito all’accordo di Bruxelles del 2013 – il governo di Haradinaj si trova, in questo senso, in una posizione di forza.

Ma i problemi maggiori, per Belgrado, vengono proprio dall’Unione Europea. Malgrado il netto rimprovero di Bruxelles nei confronti dei dazi imposti, sarebbe la Serbia ad avere più da perdere nel caso la tensione salisse. Una reazione a tono – magari con l’istituzione di altri dazi in risposta – potrebbe indurre l’Unione ad una rappresaglia economica. Una situazione inaccettabile per uno stato il cui commercio dipende per oltre l’80% dai paesi limitrofi e comunitari. Tali ritorsioni diverrebbero ancora più probabili se Belgrado decidesse, per indurire le proprie posizioni, di rivolgersi al suo storico alleato nella regione, ovvero la Russia di Putin. La vicinanza ideologica e culturale tra i due paesi è ben nota, ma è anche vero che l’influenza russa non potrà mai eguagliare la potenza economica europea. Finché l’Unione manterrà questa posizione di forza, la Serbia sarà di fatto costretta a mantenere bassi i toni, e a cooperare con i propri alleati occidentali. E se l’Unione ha davvero imparato dai propri errori passatileggasi Cipronon permetterà a Belgrado di diventare uno Stato Membro fino a quando le tensioni tra Kosovo e Serbia non saranno davvero risolte. Priština è consapevole di potersi giocare questa carta, e sembra intenzionata a sfruttarla fino a che ne avrà la possibilità.

Fonti ed approfondimenti

https://www.balcanicaucaso.org/Media/Multimedia/Dazi-doganali-scontro-tra-Kosovo-Serbia-e-Bosnia-Erzegovina

https://www.eastjournal.net/2018/11/kosovo-dazi-sui-prodotti-serbi-arresti-fughe-e-dimissioni-cosa-sta-succedendo/riccardo-celeghini/

https://www.eastjournal.net/2018/12/serbia-e-kosovo-continua-il-circo-della-politica-balcanica/giorgio-fruscione/

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