Capire le proteste in Serbia: intervista a Giorgio Fruscione

Belgrado e la Serbia sono agitati da settimane da endemiche proteste contro il governo di Aleksandar Vucic. Per capirne di più, abbiamo intervistato Giorgio Fruscione, giornalista per EastJournal e analista presso l’ISPI di Milano.

Qual è il ruolo delle recenti proteste riguardo alla situazione della stampa in Serbia? E quanto si estende il potere dell’esecutivo nei confronti della libertà di parola?

La richiesta di maggiore libertà di stampa è portata avanti da quella fetta di popolazione che vede nel controllo dei media un problema grave, legato al regime al potere controllato dal Presidente Aleksandar Vucic.

La libertà di stampa è apparsa tra le richieste ufficiali dei manifestanti soprattutto dopo il secondo sabato di proteste, quando un’inviata sul posto dell’emittente Studio B di Belgrado aveva riportato in modo fazioso opinioni a dir poco personali sul meeting di protesta, presentandolo come “una manifestazione ipocrita dove ci sarebbero state violenze” – cosa assolutamente non vera.

Un altro dei motivi per cui la richiesta di maggiore libertà di stampa è stata fatta propria dal movimento di protesta 1 di 5 milioni,, è stato il fatto che, nel corso dei primi sabati di protesta, le manifestazioni non venivano nemmeno riportate sui giornali e sui telegiornali, oppure venivano riportate con una “battaglia di numeri”. C’era infatti chi sosteneva che i manifestanti fossero poche centinaia – anche se in realtà erano diverse migliaia – o che fossero violenti, o che le proteste avessero poco senso. Soprattutto, il governo sfruttava ed esercitava il proprio controllo sui media per non far partecipare le persone e gli ascoltatori alle proteste stesse.

In effetti, il nome della protesta si rifà a questo. Dopo questa “battaglia di numeri”, Vucic ha dichiarato che non avrebbe ascoltato le richieste nemmeno se i manifestanti fossero stati cinque milioni: da qui il nome del movimento di protesta, 1 di 5 milioni.

Il controllo sui media è una delle caratteristiche principali del modo in cui il partito progressista del presidente Vucic mantiene il potere. Non è assolutamente un segreto che la maggior parte delle televisioni, dei quotidiani e dei tabloid in Serbia siano governativi o filogovernativi. Si passa dalla diffusione totale di fake news, a notizie inventate per creare allarmismo, fino a dichiarazioni di guerre inesistenti contro la Serbia per diffondere panico.

Questo è un processo che è avvenuto in modi non del tutto trasparenti: da ultimo, il caso delle acquisizioni delle televisioni O2 e Prva, che – attraverso un giro di compravendite – sono passate dall’essere proprietà privata ad essere gestite da Telecom Serbia, un’azienda pubblica e statale. Le televisioni private e non direttamente controllate dal governo (o che hanno un servizio di informazione non filogovernativo) sono molto poche, così come i quotidiani.

Proteste a Belgrado. Fonte: Wikimedia Commons Davide Bevacqua | Lo Spiegone

Quali sono le ripercussioni politiche di questa situazione? Quanto sono libere le elezioni in Serbia?

La richiesta di elezioni libere e democratiche è una delle richieste ufficiali di 1 su 5 milioni, perché tanto i manifestanti quanto l’opposizione sono di fatto sulla stessa lunghezza d’onda – per quanto con alcune differenze. Entrambi ritengono che le elezioni sono controllate dai quadri di partito, oppure sono svolte in modo irregolare – sempre sotto la supervisione di funzionari di partito locali, e con metodi di voto e conteggio poco trasparenti che diversi osservatori (locali e internazionali) hanno più volte denunciato. Dunque sì, sicuramente ci sono diversi elementi da migliorare per fare in modo che le elezioni diventino più libere.

Quanto è valida l’opposizione offerta da partiti alternativi a quello Progressista? E quante sono le probabilità che possa prendere il posto di Vucic?

Per la prima volta dopo sette anni di governo Vucic, l’opposizione sembra avere una forma di organizzazione. Uno dei punti forti del governo di Vucic è sempre stato quello di non avere nessun partito o movimento di opposizione valido, che si potesse almeno avvicinare a minacciare il Partito Progressista.

Adesso, per la prima volta, pare che Alleanza per la Serbia – che raggruppa partiti di destra e sinistra – possa contendere il potere al partito di governo. Oltre a questa coalizione ce ne sono altre, tra cui il Movimento dei cittadini liberi, che ha una sintonia di vedute con l’Alleanza per la Serbia. Ci sono inoltre altri partiti che, nonostante abbiano avuto un ruolo importante negli ultimi vent’anni di politica serba, hanno un bacino elettorale di poco conto .

Dubito che Vucic possa dare le dimissioni – che sono un’altra delle richieste ufficiali del movimento 1 di 5 milioni. Per diversi mesi, prima dell’inizio delle proteste, c’è stata l’ipotesi delle elezioni anticipate. Sarebbero le ennesime elezioni anticipate degli ultimi anni, ma non sembrano più essere un’opzione tanto sicura – proprio perché pare che questa Alleanza per la Serbia abbia un margine di vantaggio tanto nei sondaggi quanto concretamente.

Bisogna vedere quanto dureranno le proteste e quali fasce della popolazione saranno maggiormente mobilitate. Di fatto, ogni sabato una nuova città si aggiunge tra quelle che partecipano alla protesta di 1 di 5 milioni – ormai si parla di 75 cittadine.

Come sta procedendo la situazione in Kosovo, e qual è stato il suo ruolo nelle proteste?

La questione è complicata. Dato che la piattaforma Alleanza per la Serbia è un insieme di partiti di destra e sinistra, possiamo trovare al suo interno formazioni dichiaratamente nazionaliste, che, nel proprio programma, rifiutano qualunque tipo di riconoscimento o di nuova demarcazione con il Kosovo.

Dunque, il Kosovo resta una questione importante. Per alcuni partiti è un altro motivo di protesta contro Vucic – accusato di aver venduto il Kosovo. Per altri, invece, si tratta di una questione meno importante di altre.

Per quanto riguarda la posizione di Vucic, i negoziati sono in una sorta di stand-by – anche perché Pristina ha introdotto, qualche tempo fa, i tassi del 100 %. Questo nonostante due settimane fa gli Stati Uniti avessero chiesto di rimuoverli, pena la messa a rischio della cooperazione – ultimatum che il governo kosovaro ha rispedito al mittente.

La questione kosovara verrebbe “congelata” di nuovo, qualora si arrivasse alle elezioni anticipate. Pare che il piano del governo serbo – come ufficialmente presentato dal Ministro degli Affari Esteri Ivica Dačić – sia il progetto di demarcazione territoriale del Kosovo, creando un nuovo confine che non si sa bene dove passerà.

In generale, la questione kosovara è ancora così tanto manipolata dalle due arene politiche che faccio fatica a vedere una normalizzazione vera e propria. È più probabile che si possa arrivare a un “compromesso definitivo” – come lo chiama Belgrado – a breve, forse addirittura entro l’anno. Resta da vedere quanto questo significhi una reale normalizzazione dei rapporti.

Diversi episodi avvenuti nell’ultimo anno e mezzo dimostrano come in realtà non ci sia alcuna normalizzazione. Si predica la pace a Bruxelles, e poi invece a casa l’atteggiamento è completamente diverso. Ci sono stati diversi episodi di crisi e tensione, quasi a livello militare, che fanno pensare che la normalizzazione sia un’utopia. Invece, la definizione dello status territoriale è una realtà più vicina.

Per quanto riguarda la posizione ufficiale dell’Unione Europea, questa ha richiesto di trovare un compromesso che rispetti il diritto internazionale. All’UE interessa solo questo: che il compromesso sia frutto della volontà di entrambi i governi.

Si dice che la Serbia potrebbe essere il “cavallo di Troia” russo in Europa, se dovesse entrare nell’Unione Europea. Cosa ne pensa al riguardo?

Penso che la presenza russa in Serbia sia più di facciata che concreta. Di fatto, la Russia ha pochissimi investimenti nel Paese, neanche di così grande importanza, se non in ambito culturale – diversi edifici di Belgrado sono stati ristrutturati grazie a fondi provenienti da Mosca. Vi è una fortissima dipendenza energetica che la Serbia paga – e che di certo la Russia non regala.

Dunque, questa alleanza tra Russia e Serbia rappresenta un argomento retorico buono solo per costruire una facciata. La realtà è ben diversa: quella di un Paese – la Serbia – per il 70% dipendente dall’interscambio con l’Unione Europea (con Italia e Germania come primi partner commerciali). Quindi, non credo si possa parlare veramente di “cavallo di Troia” russo in questo caso.

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