Eutanasia legale: una domanda più che mai aperta nei Paesi del Cono Sud

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Le scelte del fine vita, uno dei temi caldi del dibattito europeo attuale, infiammano il dibattito anche nella regione sudamericana.

Nei Paesi del Cono Sud si scontrano le voci di chi sostiene che lo Stato debba tutelare la vita a ogni costo e di chi al contrario chiede che, in presenza di malattie che impediscono un’esistenza dignitosa, una persona possa porre fine alla propria vita.

Anche in Colombia, unico Stato della regione ad avere legalizzato l’eutanasia, si verificano contrattempi e ostacoli che impediscono di considerarla un diritto consolidato, come dimostra la vicenda della cinquantunenne Martha Liria Sepúlveda Campo.

La donna, affetta da sclerosi laterale amiotrofica, aveva ottenuto, nell’agosto 2021, l’autorizzazione a sottoporsi alla procedura. La data fissata per la sua eutanasia era il 10 ottobre 2021, ma, 36 ore prima dell’inizio del procedimento, aveva subito la revoca della decisione. Questo perché la sua malattia, pur provocandole intense sofferenze, non era allo stadio terminale.

Solo grazie alla sentenza del 27 ottobre 2021, emessa dal Juzgado Veinte Civil del Circuito di Medellín, l’autorizzazione all’eutanasia di Martha Sepúlveda è stata ripristinata, perché è stata riconosciuta la necessità di tutelare il diritto della donna a una “morte dignitosa”.

Vicende come questa dimostrano che la legalizzazione formale dell’eutanasia, pur essendo un passaggio cruciale, non basta per considerare chiusa la discussione e che è fondamentale continuare il confronto.

Le parole chiave

Fine vita è un termine ombrello che racchiude un insieme di decisioni relative alle fasi finali dell’esistenza di persone affette da malattie incurabili, irreversibili e portatrici di dolori insostenibili. 

Al suo interno si possono individuare due sottogruppi: da una parte, pratiche che alleggeriscono le condizioni di sofferenza del paziente, ma lasciano che la morte arrivi per decorso naturale della malattia; dall’altra, pratiche che anticipano la morte.

Nella prima categoria troviamo le terapie che mirano a diminuire il dolore della malattia (anche chiamate cure palliative) e l’ortotanasia o muerte digna (morte dignitosa), che si verifica nei casi in cui la morte consegue al rifiuto delle cure da parte del malato. Si tratta di procedure considerate legittime nei Paesi del Cono Sud.

Nel secondo gruppo troviamo invece l’eutanasia vera e propria, che consiste nel provocare la morte di un paziente attraverso l’uso di farmaci letali. Ciò avviene in casi in cui il decorso della malattia è troppo lento e comporta troppa sofferenza per attendere la morte naturale.

Questa pratica è illegale in tutti i Paesi sudamericani a eccezione della Colombia e i medici che la realizzino rischiano il carcere per aver compiuto un homicidio piadoso (omicidio pietoso), avendo ucciso una persona in condizioni di estrema fragilità. La sanzione viene applicata anche se la vittima presta il suo consenso.

Il dibattito in corso, però, potrebbe portare a dei cambiamenti nella situazione di alcuni Paesi della regione.

Le critiche all’eutanasia

Gli ostacoli alla legalizzazione dell’eutanasia si possono riassumere nel principio “Hay que eliminar el sufrimiento humano, pero no al ser humano que sufre” (Bisogna eliminare la sofferenza umana, ma non l’essere umano che soffre).

Questa idea viene invocata dai rappresentanti delle principali religioni monoteiste, ma non solo. 

Pai Nino Dosumare, membro della Federação de Umbanda e Candomblé de Brasília e do Entorno, spiega che, anche nei culti tradizionali afrobrasiliani, “non accettiamo il suicidio. Non possiamo perdonare quel gesto, perché è stato un essere superiore a darci la vita. E solo lui la può togliere”.

La tutela della vita è anche l’obiettivo primario della professione medica: secondo i critici dell’eutanasia, infatti, il ruolo e il significato della medicina verrebbero compromessi se venisse legalizzata la “somministrazione della morte”. 

In Brasile, dove l’omicidio di un paziente comporta pene da due a sei anni di carcere, al rifiuto dell’eutanasia fa da contrappeso il tentativo di evidenziare l’utilità dei trattamenti palliativi nel garantire la dignità del paziente anche nelle fasi terminali della malattia.

“Non anticipiamo la morte, ma la lasciamo accadere – spiega a questo proposito la dottoressa Anelise Pulschen, direttrice sanitaria del Hospital de Apoio a Brasília -.Cerchiamo soprattutto di garantire la qualità della vita. […] Cerchiamo di alleviare il dolore e i sintomi, di valutare l’opportunità di terapie invasive, ma anche di considerare il paziente come un essere vivo, che ha una spiritualità e una famiglia che necessita di conforto”.

Un altro argomento comune ai discorsi contro la legalizzazione nei vari Paesi è che legittimare l’eutanasia di pazienti in condizioni di estrema fragilità, oltre a disincentivare il ricorso a cure palliative, potrebbe dar luogo ad abusi. I malati, infatti, potrebbero essere influenzati nella scelta di sottoporsi alla procedura da familiari che li considerano un peso o da istituzioni ospedaliere interessate a risparmiare risorse e spazi per impiegarli su pazienti con prospettive di guarigione.

Questo tipo di argomenti, però, viene sempre più spesso contrastato proprio da malati terminali, che si espongono in prima persona per portare al centro del dibattito pubblico la difficoltà delle proprie condizioni di vita e l’importanza di essere padroni delle proprie scelte.

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Perù: una sentenza per Ana

La lotta per la legalizzazione dell’eutanasia in Perù ha il volto di Ana Estrada Ugarte.

Questa donna di 44 anni convive, dall’età di 20, con una grave forma di poliomiosite, una malattia degenerativa dei tessuti muscolari che, nel tempo, l’ha costretta a costanti cure mediche e a ricorrere al sostegno respiratorio.

Non voglio morire adessosostiene la donna – quello che voglio è il diritto a decidere quando e come e dove morire”. 

In Perù attualmente è permesso solo il rifiuto dei trattamenti terapeutici, che consente alla malattia di riprendere il suo corso, fino alla morte naturale della persona.

Date le caratteristiche della sua malattia, però, Ana Estrada ha scartato questa opzione, poiché la costringerebbe a subire una morte lenta e molto sofferta. Ha quindi deciso di battersi perché le venisse riconosciuto il diritto a scegliere quando porre fine alla sua difficile condizione di vita, nonostante la legge peruviana non le offrisse una strada percorribile.

Con l’aiuto della Defensoria del Pueblo, Ana Estrada ha richiesto al Juzgado Constitucional l’autorizzazione ad accedere all’eutanasia nel momento in cui lei ritenga che la sua malattia le rende impossibile continuarea vivere con dignità.

La sua domanda giudiziale si fonda sul presupposto che, essendo la dignità umana un valore centrale nella Costituzione, è una contraddizione che in Perù una persona non possa decidere liberamente come morire con dignità.

Con una decisione stupefacente, pronunciata il 25 febbraio 2021, la Corte ha accolto la richiesta di Ana Estrada, stabilendo una sorta di speciale permesso che le consentirà, quando lo richiederà, di essere sottoposta a eutanasia assumendo per via orale o intravenosa un farmaco letale. 

Nella decisione sono previsti anche requisiti e termini per la realizzazione della procedura e il rispetto di tale protocollo permetterà ai medici coinvolti di essere esonerati dalla responsabilità penale.

Il caso di Ana Estrada ha avuto una forte eco, tanto che nel gennaio 2021, poco prima della decisione del Juzgado Constitucional, è stata presentata al Congresso una nuova proposta di legge per la legalizzazione dell’eutanasia, che ora è allo studio della Commissione Constitución y Reglamento e della Commissione Salud y Población.

Un nuovo progetto in Uruguay

Nel marzo 2020 è stato sottoposto al Parlamento uruguayano un progetto di legge per la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito, basato sul diritto alla dignità e alla libertà della persona. 

Attualmente, l’eutanasia è sanzionata come forma di omicidio, anche se è presente una norma (ad oggi mai applicata) che dà ai giudici la facoltà di esonerare dalla pena chi abbia commesso un omicidio per ragioni di pietà e dietro ripetute richieste della vittima. 

La nuova proposta, attualmente all’esame della Comisión de Salud Pública y Asistencia Social della Camera, segue questa traccia, prevedendo l’esonero da responsabilità del medico che aiuti a morire un paziente o gli procuri farmaci letali. La vittima deve essere maggiorenne e affetta da una patologia incurabile, irreversibile e terminale o che provoca dolori insopportabili. 

Gli esponenti della Chiesa cattolica hanno espresso il loro dissenso. 

“La buona intenzione non toglie la gravità morale del fatto concreto, che consiste nel permettere a un essere umano di porre fine in modo diretto o indiretto alla vita di un’altra persona” ha affermato monsignor Pablo Jourdan, vescovo ausiliario di Montevideo. 

La Chiesa argomenta che attraverso l’invocazione di concetti come libertà o dignità umana, che suonano allettanti e generici, si cerca di nascondere il fatto che l’approvazione della legge sull’eutanasia aprirà la strada a una “cultura” della morte. Secondo queste voci, infatti, una volta tolto il divieto, vi sarà un progressivo allargamento dei requisiti di accesso alla procedura, arrivando addirittura ad ammettere le richieste di eutanasia di individui affetti da depressione clinica.

Il timore per uno scenario di questo tipo suona più comprensibile se si considera che in Uruguay c’è un elevato tasso di suicidi: circa 20,55 ogni 100.000 abitanti. Per avere un ordine di grandezza, basti considerare che, in Uruguay, nel 2019 sono morte 723 persone per suicidio, per una popolazione di nemmeno 3,5 milioni di persone. Nello stesso anno, in Italia sono stati registrati circa 4.000 suicidi (fonte dati: OMS, World Health Statistics 2019.

Nonostante le perplessità in alcuni settori, la legalizzazione di eutanasia e suicidio assistito incontra il consenso della maggioranza della popolazione, come attestato da recenti sondaggi condotti dal Sindicato Médico del Uruguay.

fonte dati: SMU, Sindicato Médico del Uruguay

fonte dati: SMU, Sindicato Médico del Uruguay

 

Giulia Grolla | Lo Spiegone

fonte dati: SMU, Sindicato Médico del Uruguay

 

Cambiamenti in Cile

«Non può essere che lo Stato ci dica quando dobbiamo morire, la religione e l’estrema destra devono smettere di dirci cosa fare con i nostri corpi e la nostra vita».

Queste le parole di Cecilia Heyder, attivista simbolo della lotta cilena a favore della legalizzazione dell’eutanasia. Una vicenda nella quale è coinvolta direttamente, in quanto affetta da cancro al seno con metastasi, da lupus e da un disturbo che impedisce la coagulazione del sangue.

La Camera dei deputati del Cile, Paese in cui è ammesso solo il rifiuto di trattamenti terapeutici salvavita, ha approvato all’unanimità, nell’aprile 2021, un nuovo progetto di legge sul fine vita, che ora dovrà essere votato in Senato.

Secondo il progetto, l’accesso all’eutanasia sarà permesso a individui affetti da malattie incurabili e progressive, che non rispondono alle terapie e che determinano una prognosi riservata. Sarà consentito il suicidio assistito, compiuto dal paziente previa prescrizione di una sostanza letale da parte del medico, ma anche la somministrazione di farmaci letali da parte di personale sanitario.

Nonostante i due precedenti tentativi di legalizzazione dell’eutanasia in Cile, nel 2006 e nel 2011, siano stati bloccati, Cecilia Heyder si mostra fiduciosa su questa nuova iniziativa: «Ho la speranza di vedere durante la mia vita che il diritto alla muerte digna venga reso legge e sia garantito per tutti come un diritto umano».

Argentina: l’impegno dei singoli per progressi collettivi

L’evoluzione del dibattito argentino in materia di fine vita è il frutto di intense battaglie individuali.

La vicenda di Camila López, che era rimasta per oltre due anni ricoverata in stato vegetativo in ospedale, dipendendo da una macchina per la propria sopravvivenza, ha stimolato la legalizzazione del rifiuto di trattamenti terapeutici

La Ley 26.742 del 2012, successiva a quel caso, permette oggi ai medici di interrompere un trattamento salvavita (alimentazione, idratazione o respirazione artificiali, oppure interventi chirurgici) nei confronti di un paziente affetto da malattia in stadio terminale e irreversibile.

L’interruzione è consentita a patto che “il trattamento medico che si può svolgere non abbia possibilità di curare la malattia con successo o produca una sofferenza smisurata in un paziente che, di diritto, lo può rifiutare”, spiega Marcos Cordoba, professore di diritto civile presso l’Universidad de Buenos Aires.

È fondamentale la manifestazione di volontà del paziente che intende rifiutare l’accanimento terapeutico. Ciò può avvenire al momento della firma del consenso informato, oppure può essere dichiarato nel corso della malattia quando le condizioni del paziente peggiorano. 

Sono anche ammesse le direttive anticipate di trattamento: si tratta di una dichiarazione scritta, resa davanti a due testimoni, con cui una persona dichiara di rifiutare l’accanimento terapeutico nel caso in cui si trovi in coma o affetto da una malattia incurabile e terminale.

Nei casi più gravi, con pazienti in stadio terminale o in situazioni di morte cerebrale e in assenza di direttive, è ammesso che decidano i familiari se proseguire o meno i trattamenti, purché la decisione sia in linea con la volontà espressa dal paziente in un momento precedente al coma.

L’interruzione dei trattamenti sanitari non impedisce mai la somministrazione di antidolorifici, poiché viene sempre garantita la tutela del malato contro il dolore.

Eutanasia attiva, nel nome di Alfonso

In Argentina sta avanzando un progetto di legge per la disciplina dell’eutanasia attiva  (provocata tramite la somministrazione di farmaci letali) denominato Ley Alfonso, dal nome di Alfonso Oliva. Si tratta di un ragazzo che nel 2014, all’età di 31 anni, aveva ricevuto la diagnosi di sclerosi laterale amiotrofica.

Nei successivi tre anni aveva perso la capacità di muovere qualsiasi parte del corpo, con l’eccezione degli occhi. 

Il medico Carlos “Pecas” Soriano, specialista in bioetica coinvolto nel caso di Alfonso Oliva e rimasto in contatto con il ragazzo fino alla sua morte, nel marzo del 2019, ricorda: “Mi ha fatto leggere una lettera, nella quale mi chiedeva che mi impegnassi a cercare di far approvare una legge di eutanasia. Lui sapeva che non avrebbe potuto sfruttarla, però voleva che nessuno fosse costretto a vivere una situazione analoga alla sua: una sofferenza psichica grave, cronica, impossibilitante, che lo costringeva da quattro anni a una vita completamente indegna”. 

Il dottor Soriano, insieme alla deputata Gabriela Estévez, è stato tra i principali autori della proposta di legge che porta il nome di Alfonso. Essa si rivolge a “pazienti con malattie gravi, incurabili, che per loro natura creano sofferenze psichiche e fisiche costanti, insopportabili e senza possibilità di sollievo, con una previsione di vita di durata limitata e un contesto di fragilità progressiva”.

Secondo il progetto, la richiesta di eutanasia va formulata dal paziente al medico curante. 

Da lì prende il via un processo misto volto sia a informare il malato delle conseguenze che la sua richiesta comporta, sia a valutare le sue condizioni, per capire se la situazione patologica consenta di accogliere la domanda. 

La competenza della valutazione spetta a uno psicologo e a uno specialista in cure palliative, per assicurare che la volontà di morire non sia provocata da forme di depressione

È ammessa l’obiezione di coscienza dei medici, ma deve comunque essere garantito l’accesso del paziente al diritto, perché, come afferma Soriano, “il lavoro del medico non è solo salvare vite, ma anche garantire una morte in pace”.

Colombia: il potere di decidere si fonda sulla dignità

La Colombia è attualmente l’unico stato latinoamericano in cui l’eutanasia è legale. 

Nel 1997, infatti, la sentenza C-239/97 della Corte Constitucional stabilì che il diritto alla dignità dell’individuo doveva comprendere il diritto a decidere quando e come morire.

La decisione, redatta dal giudice Carlos Emilio Gaviria Díaz, dichiara che, se una persona considera le sue condizioni fisiche incompatibili con la prosecuzione dignitosa della propria vita, lo Stato non può opporsi alla sua scelta di morire né punire chi la aiuti ad attuarla. Costringere un individuo a continuare a vivere in condizioni di estrema sofferenza viene considerato un trattamento crudele e disumano, che annulla la dignità e la capacità di autodeterminazione della persona.

La sentenza ammette solo la richiesta di eutanasia che venga da un malato maggiorenne, cosciente, terminale e affetto da forti dolori. Questi deve dimostrare di voler essere aiutato a morire formulando ripetutamente la richiesta, pur essendo informato delle terapie alternative disponibili. 

Altro requisito fondamentale era che fosse il medico a somministrare il farmaco letale al malato, poiché restava vietato il suicidio assistito.

I giudici del Tribunal Constitucional, inoltre, affidavano al ministero della Salute il compito di stabilire una completa disciplina dell’eutanasia legalizzata.

Tredici progetti di legge presentati al Parlamento a questo fine, tuttavia, naufragarono.

Nell’attesa di una presa di posizione da parte del ministero, la possibilità o meno per i pazienti di essere aiutati a morire restava nelle mani dei singoli medici e delle singole istituzioni ospedaliere, che si muovevano in un vuoto legale.

La depenalizzazione, di fatto, era una vittoria a metà. 

Tra i medici che iniziarono ad applicare l’eutanasia, il dottor Gustavo Quintana somministrava i medicinali letali ogni volta che gli era richiesto, consapevole però del rischio di essere denunciato: sebbene l’eutanasia non fosse più vietata, infatti, non era chiaro a quali condizioni operarla.

Il dottor Quintana, che nel 2019 ha dichiarato di aver sottoposto a eutanasia oltre quattrocento persone, spiegava che per tutelarsi aveva sempre richiesto ai pazienti di lasciare un documento in cui chiarissero la natura volontaria e libera della loro scelta, indicando le ragioni della loro sofferenza.

HazteOir

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Nel 2015, investita di una richiesta di autorizzazione all’eutanasia, la Corte Constitucional colombiana, con la sentenza T-970/14, intimò al ministero della Salute di emanare un protocollo che disciplinasse i requisiti di accesso alla procedura entro i successivi 30 giorni. 

Messo alle strette, il ministero della Salute approvò la Resolución 1216/2015, i cui contenuti sono stati aggiornati nel 2021

Questo documento stabilisce che l’eutanasia può essere richiesta da persone affette da malattie terminali con una prognosi non superiore a sei mesi di vita o da patologie che provocano forti dolori e non rispondono ai trattamenti medici. È previsto che i costi della procedura siano a carico del sistema sanitario nazionale.

È ammessa l’obiezione di coscienza dei medici, ma in tal caso l’ospedale deve fornire entro 24 ore il nominativo di un sostituto.

Dal 2018 esiste anche un particolare procedimento di eutanasia per i minorenni che abbiano compiuto i 14 anni e siano affetti da una patologia che causa sofferenze non trattabili.

Con la recentissima decisione C-233/21, emessa nel luglio di quest’anno, la Corte Constitucional è tornata ad esaminare i requisiti per la richiesta di eutanasia. In particolare, ha stabilito che possono accedervi i pazienti che patiscono una intensa sofferenza fisica o psichica prodotta da una malattia grave e incurabile, anche se non si trovano allo stadio terminale. Secondo i giudici, infatti, privare una persona che vive intense sofferenze del diritto di morire con dignità perché la malattia non le impedisce la sopravvivenza nel breve termine costituisce un trattamento inumano e degradante, quasi una forma di tortura.

L’eutanasia in campagna elettorale

Il diritto a decidere della propria morte è tornato al centro del dibattito politico colombiano con l’avvicinarsi delle elezioni legislative fissate per marzo 2022, alle quali seguiranno le presidenziali di maggio.

Molti parlamentari hanno espresso il loro appoggio alla disciplina dell’eutanasia prodotta dalle decisioni della Corte Constitucional e dalle risoluzioni del Ministero della Salute, promettendo di rinnovare gli sforzi per far approvare una legge sul tema in Parlamento.

Altri, invece, nell’ottica di attirare consenso politico da parte dei settori meno favorevoli a questa pratica, adottano posizioni fortemente critiche, come il senatore John Milton Rodríguez, che ha annunciato la sua candidatura alle elezioni presidenziali.

Il senatore, infatti, ha criticato la Corte Constitucional, accusandola di voler sostituire il legislatore e di essere andata oltre i suoi compiti, e ha chiesto le dimissioni del ministro della Salute, per aver emanato il decreto che disciplina l’eutanasia.

Queste prese di posizione dimostrano che, nonostante l’obiettivo della legalizzazione sia stato raggiunto, l’eutanasia in Colombia non è ancora un diritto consolidato e la possibilità della sua abolizione è ancora concreta.

Il dibattito sull’eutanasia resta acceso sia dove essa è vietata, sia dove è permessa. 

Nelle diverse esperienze esistono alcune tendenze comuni: l’eutanasia è ostacolata dalla politica conservatrice e dai gruppi religiosi, mentre il discorso a favore è sostenuto soprattutto “dal basso”, dai malati, dalle loro famiglie, ma anche dalle organizzazioni e dai singoli a cui sta a cuore il tema, pur non essendo necessariamente coinvolti in prima persona.

 

Fonti e approfondimenti

Actuarsalud, Eutanasia legal (y cuál es la situación en América Latina), 19.03.2021

Amar Assist, Eutanásia: qual o seu significado e o que diz a lei no Brasil?, 14.09.2020  

Anadolu Agency, Avanza en Chile Proyecto de Ley de Eutanasia, Diego Carranza Jiménez, 30.03.2021

Centro Gilberto Bosques, El debate en torno al derecho a una muerte digna en América Latina, Inés Carrasco Scherer, Anna Regina Sevilla Domínguez, 25.10.2018

Clarin, El caso Vincent Lambert. Muerte digna: en Argentina la ley permite acceder a una “eutanasia pasiva”, Javier Firpo, 08.07.2019

CNN Español, Mujer consigue derecho a la eutanasia por primera vez en Perú, en sentencia histórica, Jimena De La Quintana, 25.02.2021

CNN Español, Juez en Colombia ordena practicar la eutanasia a Martha Sepúlveda después de que fue cancelada, 27.10.2021

Correio Braziliense, A eutanásia no Brasil, Juliana Contaifer, 17.07.2016

DW, Diputados de Chile aprueban proyecto de eutanasia, 21.04.2021

El Mostrador, Heyder, la mujer que libra la batalla para legalizar la eutanasia en Chile, 14.04.2021 

El Observador, Ciudadanos presentó proyecto de ley para legalizar la eutanasia a pedido de enfermos terminales, 11.03.2020

El País, ¿Qué dice la legislación colombiana sobre la eutanasia?, 04.11.2014

El País, La justicia de Perú falla por primera vez a favor de la muerte digna, Jacqueline Fowks, 26.02.2021 

El Popular, Uruguayos, el suicidio asistido y la eutanasia, Moriana Alberro, 17.06.2020

El Resaltador, Eutanasia en Argentina: ¿conocés la iniciativa “Ley Alfonso”?, Emilia Urouro, 14.04.2021

El Tiempo, La historia de personas en América Latina que buscan una muerte digna. Así es el avance jurídico de este tema en Colombia, en Chile y Perú, Jorge Gil Fernando Gimeno y Patricia Nieto, 06.03.2021

El Tiempo, Los casos de eutanasia que más han sacudido a sociedad colombiana. Conozca las historias de Yolanda, Ovidio y otras personas que han deseado someterse a este proceso, 30.06.2021 

In Terris, Perù, la Chiesa a difesa della vita minacciata dall’eutanasia, Gianluca Franco, 13.10.2021

La Nación, La Corte Suprema reconoció el derecho de todo paciente a decidir su muerte digna, 07.07.2015

Latin American Post, Eutanasia en Latinoamérica: una lucha entre la dignidad y la ética, Krishna Jaramillo, 05.11.2017

Noticias Caracol, Eutanasia en Colombia: estas son las reglas que estableció minsalud y que generan polémica, 12.07.2021 

Radio Nacional, ¿Qué dice la ley sobre la eutanasia en Perú?, 25.01.2021

Radioambulante, ¿Cómo llegó Colombia a ser uno de los pocos países del mundo que permiten la eutanasia?, Miranda Mazariego, 03.06.2019 

RED/ACCIÓN, Legalización de la eutanasia: los argumentos a favor y en contra de un debate inminente (y necesario), David Flier, 07.06.2021 

Republica de Chile – Senado, Eutanasia: Congreso Virtual votó a favor de la idea de legislar, 26.07.2021 

Revista Misión n. 59, 7 argumentos en contra de la eutanasia, Isabel Molina Estrada, primavera 2021 (marzo – aprile – maggio)

SerArgentino.com, Eutanasia en Argentina: la historia de un médico luchador, Bianca Ruggia, 18.05.2021 

Sindicato Médico del Uruguay, Eutanasia y Ley Penal en Uruguay, Hugo Rodríguez Almada, María del Carmen Curbelo, Mario de Pena, Rodolfo Panizza, maggio 2000

Universidad Austral, Razones del no a la eutanasia, R.Martínez Die, A.Sesé, X.Sobrevia, M. Sureda, I.Viladomiu, 02.12.2002

Universidad de los Andes Colombia, Eutanasia en Colombia: ¿un derecho de papel?, Adolfo Ochoa Moriano, 28.05.2018

UOL Notícias, Como funciona a eutanásia no Brasil?, Camila Neumam, 06.10.2016

Vatican News, Uruguay. Eutanasia: un homicidio a partir de una libertad mal entendida, Alina Tufani, 07.08.2020

 

Editing a cura di Elena Noventa

 

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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