Istruzione, culture e disuguaglianze in Nuova Zelanda

Scuola in Nuova Zelanda
Shirley Boys' High School, Christchurch, New Zealand - @ Michal Klajban - Wikimedia Commons - CC BY 4.0

Nei moderni Stati-nazione, la scuola è uno degli ambienti decisivi per lo sviluppo degli individui e dei cittadini. Simbolo per eccellenza del sistema educativo, tra le sue mura la società può essere da un lato riflessa, raccogliendo i vissuti della popolazione scolastica al di fuori dei suoi confini, e dall’altro rivoluzionata, quando la scuola riesce a creare le condizioni per la realizzazione personale di chi la frequenta.

Proprio per questa sua duplice dimensione, il sistema scolastico rappresenta uno dei contesti più interessanti per comprendere le tendenze che attraversano la società nel suo insieme. L’esempio della Nuova Zelanda, Paese in cui Il dibattito pubblico sull’istruzione è da diversi anni molto acceso, racconta bene quanto le trasformazioni sociali siano legate a doppio filo a questa istituzione tanto centrale per l’epoca contemporanea.

La scuola come luogo di controllo

“Il successo di uno non deve essere considerato un successo individuale ma un successo collettivo”, recita un noto proverbio maori. In effetti il primo passo per individuare i contorni di un fenomeno sta nel definire le ragioni di natura sistemica che lo rendono possibile.

Nel caso del sistema educativo neozelandese, le prime scuole fondate a partire dal 1816 – anno di costruzione del primo complesso a opera della Church Missionary Society – erano viste nella prospettiva razzista dei britannici come il luogo della “assimilazione” delle popolazioni maori. Ritenuti dai coloni biologicamente inferiori e posti sul gradino più basso nella “scala della civiltà”, i maori venivano di fatto costretti ad acquisire consuetudini e valori occidentali, abbandonando le proprie tradizioni.

Nella seconda parte del XVIII secolo, si registrò un ulteriore sviluppo in questa direzione, prima con l’istituzione delle native schools nel 1867, pensate per rendere ancora più invasivo il controllo coloniale sulle comunità indigene, poi con l’Education Act di dieci anni successivo, il quale gettò le basi dell’attuale sistema educativo nazionale.

La trasmissione dei saperi maori fu ampiamente ostacolata, mentre il pensiero diffuso interamente in lingua inglese tramite questo vero e proprio apparato ideologico esaltava passato e presente della civiltà occidentale, una civiltà che con la scuola insisteva nella sottomissione totale dell’“Altro” alle proprie logiche di potenza. L’ultimo passo dalla formazione-propaganda riguardava il sistema economico: ai maori veniva insegnato lo stretto indispensabile per ricoprire le mansioni meno prestigiose della società.

La scuola rispecchiava pertanto le gerarchie sociali e si confermava un eccezionale strumento di riproduzione dello status quo favorevole al gruppo dominante. La situazione non sarebbe mutata fino alla seconda metà del Novecento, quando i nuovi processi di urbanizzazione avrebbero messo in discussione la possibilità di mantenere due sistemi educativi sostanzialmente distinti tra i maori e i neozelandesi di origine europea.

Dai vecchi stereotipi alle nuove realtà

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la popolazione maori e nello specifico le generazioni più giovani migrarono in maniera sempre più consistente dalle aree rurali ai centri cittadini in cerca di migliori prospettive economiche. Se nel 1945 soltanto un quarto dei maori risiedeva in città, trent’anni più tardi questo rapporto si sarebbe invertito, con il 75% ormai insediato in pianta stabile nei centri urbani. Avendo perso la loro funzione originaria a causa di questi flussi, le 108 native schools ancora attive furono sciolte nel 1969.

Ancora negli anni 60, agli occhi delle istituzioni guidate dal gruppo dominante i flussi diretti verso le città costituivano un’occasione unica per procedere nel percorso di assimilazione cominciato più di un secolo prima. In questa ottica, la lontananza dei maori dalle comunità di provenienza – e dalle proprie tradizioni storiche – e la maggiore vicinanza con la cultura bianca era propedeutica a un prossimo salto nella modernità, con un approccio che si confermava nel tempo marcatamente etnocentrico e razzista. Le analisi risalenti a questo periodo, infatti, riflettevano gli identici stereotipi del passato: il divario esistente tra bianchi e maori sarebbe stato dovuto a delle difficoltà che i secondi potevano superare solo integrandosi e avvicinandosi così al livello culturale raggiunto dai primi.

Nel decennio successivo, la pressione sociale nei confronti dello Stato aumentò a causa della richiesta di riconoscimento da parte dei maori, sfociata in numerosi atti di mobilitazione e protesta, di fronte all’evidenza delle disuguaglianze razziali che avvolgevano la società neozelandese, inclusi i suoi complessi scolastici. Da allora, la questione della disparità nel campo dell’istruzione è diventata una delle costanti del dibattito pubblico, anche grazie al grande impatto del Kohanga Reo (“nidi linguistici”).

Nel tentativo di invertire il declino della conoscenza della lingua delle comunità indigene, questo movimento spinse per una riconfigurazione dei metodi educativi per la prima e la seconda infanzia (0-6 anni), mettendo in pratica un approccio pedagogico che replicava modalità di condivisione della conoscenza e dello spazio comune tipiche della cultura maori.

Il luogo del gap: classe e classi

Secondo la ricercatrice di politiche educative Megan Lourie, le critiche mosse al sistema educativo neozelandese possono essere riassunte in due categorie, che corrispondono a due barriere fondamentali. La prima è di natura culturale: le attuali disparità sarebbero il risultato di un approccio istituzionale che ha storicamente trascurato le differenze culturali tra maori e non maori, dalle pratiche pedagogiche ai processi cognitivi. La seconda, viceversa, è di natura economica: la posizione più svantaggiata dei maori all’interno del mercato del lavoro porterebbe a risultati educativi più carenti in ragione di un minor accesso alle risorse.

Sul primo versante, il riconoscimento della lingua maori all’interno del sistema educativo e l’istituzione a partire dagli anni Ottanta delle cosiddette “scuole di immersione” orientate alla valorizzazione della conoscenza e della cultura maori hanno fatto molto di più che garantire la sopravvivenza del sapere dei nativi. Come già riscontrato in precedenti studi, anche nell’ultimo anno i tassi di rendimento degli studenti maori che partecipano a questi percorsi formativi si sono dimostrati più positivi rispetto a quelli delle classi tradizionali. Tuttavia, le differenze tra i gruppi che popolano lo Stato insulare non sono sparite.

Come mostra una recente analisi della professoressa Lisa Marriott e della ricercatrice Nazila Alinaghi, gli studenti maori che lasciano la scuola con in tasca il National Certificate of Educational Achievement (NCEA) di livello 2 o superiore – la principale qualifica della scuola secondaria in NZ – sono aumentati negli ultimi anni ma non sono riusciti a eliminare la distanza dalle altre etnie. Se nel 2011 a rientrare in questa categoria erano il 79,3% degli europei e il 57,1% dei maori, sette anni dopo entrambi i gruppi erano cresciuti ma persisteva un gap di 12 punti percentuali (88,3% contro 76,1%). E qui veniamo alla seconda dimensione.

Il Ministero dell’educazione alla fine degli anni Novanta metteva in luce come la motivazione principale del divario educativo tra maori e non maori fosse da rintracciare nella differenza tra le risorse disponibili nelle diverse famiglie. Per esempio, quando tra il 1987 e il 1991, il reddito medio dei maori scese in seguito a un cambiamento nelle politiche governative, nel medesimo arco temporale i risultati scolastici degli studenti maori subirono una pesante battuta d’arresto.

Oggi i dati pubblicati dal Ministero dicono che chi possiede una laurea o un’istruzione di livello superiore può aspettarsi di guadagnare dal 15 al 20 per cento in più di qualcuno della stessa età che ha finito il suo percorso formativo con l’ingresso all’università e dal 40 al 50 per cento in più di qualcuno che ha finito con il livello 2 del NCEA. Un percorso che continua a premiare in larghissima parte i benestanti, al punto che, nonostante i passi avanti fatti in alcuni ambiti, secondo il New Zealand Herald l’unico modo per diventare ricco in Nuova Zelanda sarebbe quello di esserlo fin dalla nascita.

In sostanza, che ci sia un legame tra istruzione e benessere socio-economico è ormai assodato. Rimane da capire il ruolo che avranno le aule neozelandesi nel colmare o nell’amplificare la distanza che separa gli studenti fuori dai confini scolastici. E, di riflesso, se quando parleremo di scuola in futuro potremo parlare di un “successo collettivo”.

 

Fonti e approfondimenti

Carbone, C. (2016). Il sistema educativo maori come pratica di resistenza: l’agency nativa e le politiche educative tribali. ITALIAN JOURNAL OF SPECIAL EDUCATION FOR INCLUSION, 4(2), 207-222.

Chzhen, Y., Rees, G., Gromada, A., Cuesta, J., & Bruckauf, Z. (2018). Partire svantaggiati: La disuguaglianza educativa tra i bambini dei paesi ricchi. UNICEF REPORT.

Else, A. (1997). Māori participation and performance in education: A summary by Anne Else, Report for the Ministry of Education.

Kirsty Johnston, “Want to be a doctor, lawyer or engineer? Don’t grow up poor“, The New Zealand Herald, 14/9/2018.

Lee Kenny,School Report: Decade of data reveals persistent gaps in NCEA achievement”, Stuff, 25/7/2021.

Lourie, M. (2016). Bicultural education policy. New Zealand. Journal of Education Policy, 31(5), 637-650.

Marriott, L., & Alinaghi, N. (2021). Closing the Gaps: An Update on Indicators of Inequality for Māori and Pacific People. The Journal of New Zealand Studies, (NS32).

Salahshour, N. (2021). A Critique of New Zealand’s Exclusive Approach to Intercultural Education. New Zealand Journal of Educational Studies, 56(1), 111-128.

Scott, D. (2020). Education and earnings: a New Zealand update. New Zealand: Ministry of Education.

 

Editing a cura di Emanuele Monterotti

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