Prosur: la nuova frontiera dell’integrazione regionale sudamericana

Il 22 marzo 2019 i presidenti di Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Perù, Paraguay e Guyana hanno firmato la Dichiarazione di Santiago, che segna ufficialmente la nascita del Foro para el Progreso de América del Sur (Prosur).

Nella Dichiarazione i leader confermano la volontà di consolidare “uno spazio regionale di coordinamento e cooperazione” al fine di raggiungere un’integrazione concreta che contribuisca alla crescita, al progresso e allo sviluppo dei Paesi dell’America del Sud. Alla base c’è l’impegno a creare uno strumento di dialogo e collaborazione con regole chiare e meccanismi semplici di decisione.

Per quanto riguarda i requisiti di partecipazione è richiesto che gli Stati membri siano pienamente democratici, dotati di una Costituzione effettiva, che garantisca in modo non solo formale il principio della separazione dei poteri e promuova la protezione, il rispetto e la garanzia dei diritti umani e delle libertà fondamentali. A questo si aggiunge il rispetto reciproco della sovranità nazionale e l’integrità territoriale, conformemente al diritto internazionale.

La Dichiarazione parte dalla proposta del Presidente colombiano Iván Duque e del Presidente cileno Sebastián Piñera. A quest’ultimo è stata assegnata la presidenza pro tempore di 12 mesi. L’obiettivo ufficiale è superare l’organizzazione UNASUR e creare un’organizzazione regionale meno legata alle dinamiche politiche e alle istanze ideologiche dei singoli Stati membri. Quella che sembra un’iniziativa simile a molte altre del passato, elaborata in pochissimo tempo, è in realtà una mossa strategica delle forze politiche che vi hanno aderito per segnare un punto di svolta negli equilibri della regione. 

I due principali obiettivi di Prosur, infatti, sono: segnare definitivamente la fine delle istituzioni frutto dei governi progressisti/di centro-sinistra che controllavano la scena politica nei primi anni del XXI secolo e contribuire alla pressione internazionale contro il governo di Nicolás Maduro. Senza considerare queste due motivazioni meno esplicite, la scelta di istituire una nuova organizzazione internazionale nella regione sarebbe incomprensibile.

Da UNASUR a Prosur: cooperazione o ideologia? 

La storia dell’America latina è costellata di esperienze di cooperazione interregionale più o meno efficaci accomunate da un elemento: la politicizzazione. L’ALBA (Alternativa bolivariana per le Americhe) nasce, non a caso dalla collaborazione tra Hugo Chávez e Fidel Castro, come risposta all’egemonia USA nell’ambito di OSA (Organizzazione Stati Americani) e ALCA (Zona di libero scambio delle Americhe). Sulla stessa linea “anti-statunitense” si colloca l’UNASUR, nata ufficialmente nel 2008 come tentativo di sintesi e aggiornamento tra le due principali esperienze di collaborazione economica della regione: la Comunidad Andina (CAN) e il Mercosur

L’UNASUR (Unión de Naciones Suramericanas), istituita con il  Trattato di Brasilia del 23 maggio 2008 (entrato in vigore nel marzo 2011), si ispira al modello Unione Europea proponendosi come una forma di coordinamento delle varie esperienze regionali precedenti. L’organizzazione nasce come espressione delle “sinistre” sudamericane, il che è ben evidente dall’importanza di cui godevano al suo interno l’ex Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e il venezuelano Hugo Chávez, oltre che il loro uso “strumentale” del foro per supportare i Paesi “amici” nella regione.

Nonostante la retorica ufficiale, è impossibile non sottolineare la forte influenza nel processo di superamento di UNASUR esercitata dall’ondata di consenso delle destre sudamericane. Per citare qualche esempio, tra gli Stati firmatari della Dichiarazione si incontrano dal longevo governo argentino di Mauricio Macri fino ai più recentemente eletti Piñera in Cile, Duque in Colombia e Bolsonaro, la “star” del momento, in Brasile.

A questo si aggiunge un clima favorevole per lo schieramento anche nelle prossime tornate elettorali che porteranno al voto nuovamente l’Argentina, ma anche Bolivia e Uruguay. Non è un caso che il Messico di AMLO, il quale parla di fine della politica liberista e si propone come baluardo della sinistra tra gli USA e il nuovo blocco di destre al sud, sia stato escluso dall’iniziativa.

Il nodo del Venezuela

Il tentativo delle nuove destre di superare il passato socialista della regione passando anche per il multilateralismo è evidente e sicuramente trova nella questione venezuelana il nodo cruciale. Il regime chavista del Paese caraibico gode di popolarità in forte calo, tanto all’interno quanto, soprattutto, all’esterno. Alle pressioni internazionali per un autentico processo di democratizzazione in Venezuela, unite alle preoccupazioni per le sistematiche violazioni dei diritti umani da parte di Maduro, spesso si sono intrecciati interessi strategici dei vari Paesi vicini.

Sulle relazioni con il Venezuela si sono polarizzati i due blocchi del Continente, creando molte tensioni nell’ambito delle istituzioni sovranazionali e regionali. La stessa UNASUR è entrata in crisi a cause delle divergenze tra Venezuela (Bolivia e Suriname) e il resto degli Stati membri sulla nomina del nuovo segretario generale e dopo due anni di negoziati l’unica soluzione raggiunta è la nomina pro tempore di Evo Morales. La questione è diventata prorompente  dopo le elezioni dell’8 maggio 2018 che hanno visto rieleggere Maduro per un secondo mandato, in un clima di estrema tensione e con forti dubbi sulla legittimità del voto.

L’8 agosto 2017 nasce il Gruppo di Lima, con l’obiettivo esplicito di contrastare il regime di Maduro e “risolvere” a livello multilaterale la crisi venezuelana. Tra i firmatari della Dichiarazione di Lima si trovano alcuni degli Stati membri dell’UNASUR (Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Paraguay e Perù), molti dei quali sono cruciali nello spostamento a destra della regione. Il 20 aprile 2018 l’intero Gruppo di Lima si è auto-sospeso dall’UNASUR per un anno proprio a causa dei contrasti con Morales. UNASUR aveva convocato una riunione straordinaria dell’organizzazione per esprimere solidarietà al presidente venezuelano dopo il mancato invito all’8° summit (svoltosi a Lima) a causa dell’anti-democraticità del regime.

A distanza di pochi mesi è arrivata la Dichiarazione di Santiago e anche se non è ancora definito il destino della nuova organizzazione, sicuramente è evidente il forte impianto ideologico (in contrasto con le aspirazione ufficiali). Nonostante non vi abbia preso parte, l’invito alla riunione del 22 marzo era stato esteso al Presidente dell’Assemblea nazionale venezuelana e leader dell’opposizione a Maduro, Juan Guaidó.

Nel frattempo, UNASUR ha perso cinque membri nell’arco di un anno: Argentina, Perù, Brasile, Colombia, Cile e Paraguay. Dopo la sospensione dello scorso anno, i ministri degli esteri degli (ormai ex) Stati membri hanno ufficializzato l’uscita dall’organizzazione con una lettera indirizzata al cancelliere boliviano Fernando Huanacuni .

La scelta è stata motivata dallo stallo politico per la nomina del nuovo Presidente, ma in generale dalla scarsa efficacia e coordinamento con gli altri fori internazionali e le relative agende, con l’unico risultato di non concretizzare gli obiettivi stabiliti nel 2008.

In realtà le ragioni sono squisitamente politiche e strategiche: la scelta arriva a poche settimane dalla Dichiarazione in merito a Prosur e quasi in concomitanza  con la visita del Segretario di Stato USA Mike Pompeo a Santiago de Chile che, come prevedibile, si è focalizzata sulla situazione venezuelana. Il 10 aprile Piñera ha ricevuto Pompeo e quest’ultimo si è letteralmente congratulato per l’impegno ad isolare il governo venezuelano attraverso la creazione del nuovo foro di cooperazione. 

Prosur sfrutta i limiti del progetto che l’ha preceduta, ma rischia di riproporne lo stesso schema. Un’autentica integrazione regionale gioverebbe in termini di sviluppo socio-economico, interessi commerciali e proiezione esterna a tutti gli Stati sudamericani. Se però si continuano a costruire progetti di cooperazione sulla base delle contrapposizioni ideologiche, non c’è prospettiva concreta di progresso e pace, ma solo continue proiezioni autoreferenziali legate a posizioni di potere temporanee.

Fonti e approfondimenti:

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