Maduro di nuovo presidente, in un Venezuela sempre più militarizzato

Lo scorso 10 gennaio si è tenuta l’investitura ufficiale che ha riassegnato a Maduro la presidenza del Venezuela. In quale contesto nazionale e internazionale inizia il suo secondo mandato? Considerando la preoccupante escalation militare della nazione caraibica e i legami in chiave anti-USA che il capo di Stato si è impegnato a tessere, si profila uno scenario di contrapposizione da non sottovalutare.

“C’è un mondo al di là dell’impero statunitense e dei suoi governi satellite ed è qui che siamo presenti. Il mondo non è più egemonico e unipolare: a questo mondo il Venezuela apre le sue braccia con rispetto, cooperazione e fratellanza”. (Dal discorso del giuramento)

Maduro ha giurato di fronte al Tribunal Supremo de Justicia e non, come di consueto, al cospetto della Asamblea Nacional. Il parlamento guidato dall’opposizione, infatti, è stato esautorato dal 2017.

Il quadro nazionale

Il 20 maggio 2018 si sono tenute in Venezuela le elezioni presidenziali, anticipate di diversi mesi rispetto al loro normale corso. Come da previsione, sono state vinte con facilità da Nicolás Maduro, che ha ottenuto il 67% abbondante dei consensi. L’altissimo tasso di astensione, tuttavia, insieme alla legittimità scricchiolante del processo di voto, gettano ombre sull’atteggiamento fiducioso sempre ostentato dal capo di Stato. Per quanto il discorso di insediamento predichi ottimismo, a giudicare dalle ultime politiche economiche messe in atto, sembra che Maduro si stia muovendo a tentoni. Alla prova dei fatti, il “Piano di Recupero Economico” lanciato in campagna elettorale e corredato da una complessa serie di interventi finanziari, non sta dando risultati sensibili. Oltre ad annaspare in una situazione economica fuori controllo, il governo chavista deve far fronte a una crisi sociale e umanitaria crescente.

Per quanto riguarda i partiti dell’opposizione, recentemente posti alla prova della scelta del direttivo dell’Assemblea Nazionale (5 gennaio), continua a esserci grande frammentazione. La mancanza di una linea comune tra le fazioni più radicali e quelle più aperte al dialogo è una tendenza che si ritorce contro agli stessi antichavistas, come hanno dimostrato gli sviluppi elettorali del maggio scorso. Eppure, anche all’interno del chavismo, comincerebbero a emergere voci dissidenti. Negli ultimi mesi sono stati destituiti alcuni ministri ed esponenti di partiti alleati, le cui istanze stavano generando dibattito e aspettative, senza però creare un vero scontro con il potere dominante. È probabile che il chavismo, sotto i colpi delle accuse di corruzione e di cattiva gestione delle risorse, non arrivi unito alla fine dei sei anni di governo.

Terra bruciata intorno

A breve termine, invece, si prospetta uno scenario ben più inquietante per via dell’aumento della tensione internazionale. Infatti, da quando è iniziata l’ascesa regionale dei governi di destra, i toni delle dichiarazioni si sono fatti decisamente più minacciosi. Recentemente, Colombia e Brasile si sono spinti persino a sollevare la questione di un intervento armato. Già a settembre, Luis Almagro, il segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), aveva reso ancora più rigide le posizioni prese nell’VIII Cumbre de las Americas (aprile 2018) e dichiarato che non bisogna escludere l’idea di un intervento militare in Venezuela.

“Il regime di Maduro, ciò che sta perpetrando sotto forma di crimini di lesa umanità contro il suo popolo, violazione dei diritti umani, sofferenza della gente, l’esodo forzato che sta causando… Le azioni diplomatiche sono in prima linea, ma tutto questo ci obbliga a non scartare nessun tipo di azione”.

In una controversa affermazione del 15/09/18, Luis Almagro, il segretario generale dell’Organizzazione degli Stati americani (OSA) non ha escluso l’opzione dell’intervento militare in Venezuela.

Il 20 dicembre si è svolta a Bogotà la riunione dei rappresentanti nazionali del Gruppo di Lima, a cui hanno aderito gran parte degli Stati americani. In questa circostanza, Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Guyana, Honduras, Jamaica, Panama, Paraguay, Perù e Saint Lucia hanno ribadito che non riconosceranno l’investitura a presidente di Maduro, dato che non riflette gli “standard democratici minimi”.

Come sta reagendo Maduro?

Di fronte a questo “isolamento diplomatico” (nonché economico) messo in atto dal suo stesso continente, Maduro si è adoperato per consolidare i rapporti con i grandi poteri extra-regionali.
A cominciare dalla Cina: lo scorso settembre, il presidente venezuelano si è recato nella Repubblica Popolare e ha riscosso l’appoggio morale ed economico del suo omologo cinese. Xi Jinping ha concordato investimenti per 5 miliardi di dollari in Venezuela prima della fine dell’anno. Un aiuto non proprio disinteressato: Maduro ha promesso che destinerà alla Cina un milione di barili di greggio al giorno. Oltre a questo vantaggio, Pechino potrà avvalersi del legame con il Paese produttore di petrolio per consolidare l’ambiziosa influenza cinese in America Latina.

A dicembre, è stato il turno di Turchia e Russia. Recep Tayyip Erdogan è giunto in visita a Caracas all’inizio del mese, occasione in cui si è dichiarato molto favorevole a intensificare il rapporto bilaterale con il Venezuela.

Subito dopo, Maduro è partito alla volta di Novo-Ogaryovo per discutere con Vladimir Putin i termini del supporto politico e finanziario russo. Il risultato dell’accordo sarebbe un pacchetto di aiuti del valore di 6 miliardi di dollari da parte di Mosca, da investire nello sviluppo del settore energetico e del settore minerario.  
Con le sue dichiarazioni, il presidente russo si è schierato a sostegno di Maduro e ha condannato senza mezzi termini le interferenze politiche dall’esterno. Ha inoltre sottolineato che la relazione tra i due Paesi ha fatto notevoli passi avanti nell’ambito commerciale.

Il Presidente eletto Maduro ha incontrato il suo omologo russo Putin lo scorso 5 dicembre.

Cosa ci guadagna Putin da una presa di posizione così netta? Certamente il Cremlino vuole smentire la concezione che la Russia sia rimasta globalmente isolata. Intrattenere rapporti amichevoli con il Venezuela e con altri attori strategici è un segnale forte con cui Mosca intende dimostrare che non teme le sanzioni provenienti da USA e UE. Così, mentre si fortifica questa rete parallela di contatti, si fanno più chiari i contorni della sfida lanciata agli Stati Uniti. Russia e Venezuela rinforzano in questo modo la leadership l’una dell’altra e si garantiscono un margine di azione sul piano diplomatico internazionale.
Un altro avvenimento di metà dicembre può essere facilmente interpretato nella stessa ottica: l’invio a Caracas di due bombardieri strategici TU-160 dell’aeronautica russa. Lo scopo dell’operazione è una serie di esercitazioni congiunte con le Forze armate locali.

Washington non è rimasta indifferente a quest’azione fortemente simbolica: il segretario di Stato Mike Pompeo ha definito Russia e Venezuela “due governi corrotti che sperperano denaro pubblico”. Da parte sua, Trump non ha mai perso occasione di attaccare verbalmente il governo di Maduro e chiamarlo “regime dittatoriale”.
Logicamente, il braccio di ferro con gli USA avvalora la retorica che Maduro ha ereditato da Chávez e chiama in causa la “guerra economica” con la superpotenza. Anche oggi, Maduro può fare perno sull’innalzamento della tensione per indicare l’imperialismo USA come interferenza esterna e nemica.
La risolutezza del leader venezuelano si è vista in un intervento alla radio nazionale del 26 dicembre. Maduro ha accusato nuovamente gli USA di aver in serbo un golpe e ha usato parole durissime: “Chi si azzardi a invadere il Venezuela, a toccare il nostro territorio sacro, sarà ricevuto da un popolo armato di fucile, da una Forza armata pronta a combattere”.

L’escalation militare

Aldilà dello scopo ideologico di queste affermazioni, è vero che il Venezuela sta sviluppando già da decadi la tendenza alla militarizzazione. Lo stesso Chávez era un ex-militare e l’integrazione civico-militare era parte del suo progetto politico. Sin dal suo insediamento, le alte gerarchie militari si sono venute a sovrapporre con le alte cariche governative, alimentando un rapporto di profonda lealtà tra esercito e governo. Con Maduro, il raggio si è esteso alle aziende statali e ai programmi sociali governativi.

Un’analisi pubblicata da Foreign Affairs documenta come sia lo stesso Stato venezuelano a contribuire direttamente alla violenza. Oltre a tutte le azioni che fomentano la violenza nelle strade, questo studio sottolinea l’estensione dei limiti legali dell’uso della forza, che sfocia nel lato più oscuro dell’ingerenza militare, sotto forma di intelligence e agenti di repressione.

Maduro non possiede lo stesso ascendente sull’esercito del suo predecessore, ma ne è, se possibile, ancora più dipendente, in quanto ne deriva cruciale legittimazione e autorità politica. Un dato in particolare rende l’idea di quanto sia allarmante l’orientamento militare del Venezuela: nel 2017 c’è stato un incremento del tasso di omicidi, che sono arrivati a 89 ogni 100.000 abitanti (Observatorio Venezolano de Violencia). Delle 26.616 morti violente, se ne contano 5.535 causate per mano della Polizia e delle altre forze dell’ordine.

Restando sul versante dei numeri, ecco alcuni dati riportati da Affari Internazionali: l’esercito venezuelano conterebbe circa 365 mila uomini (una cifra solo di poco inferiore al Brasile, che possiede sette volte la popolazione del Venezuela). Inoltre, nonostante gli Stati Uniti abbiano proibito sin dal 2006 la vendita di armi e tecnologie militari al Venezuela, si calcola che tra il 2010 e il 2014 Russia e Cina abbiano contribuito con ben 2 miliardi di dollari a potenziare l’esercito del Paese.

C’è da augurarsi che richiami come quello di Almagro rimangano nella sfera delle provocazioni. Tenendo conto dell’irrigidimento militare del Venezuela, intervenire con un esercito dall’esterno sarebbe non solo anacronistico, ma soprattutto pericoloso per un Paese già allo stremo. Senza contare che giocherebbe a favore della propaganda di Maduro e farebbe scattare il conflitto su larga scala con i suoi alleati.

 

Fonti e approfondimenti:

Affari Internazionali, “Venezuela: Almagro e altri ipotizzano intervento militare”, 19/09/2018 https://www.affarinternazionali.it/2018/09/venezuela-almagro-intervento-militare/

Limes, “Per il petrolio e contro gli Usa, la Cina finanzia il Venezuela”, 20/09/2018 http://www.limesonline.com/rubrica/per-il-petrolio-e-contro-gli-usa-la-cina-finanzia-il-venezuela-xi-jinping-maduro

Limes, “I bombardieri russi in Venezuela e le altre notizie di oggi”, 12/12/2018 http://www.limesonline.com/notizie-oggi-russia-venezuela-usa-missili-iran-may-brexit-regno-unito-ue/110244

The Guardian, “Putin voices support for Maduro as leader visits Moscow for financial aid”, 05/12/2018 https://www.theguardian.com/world/2018/dec/05/putin-maduro-support-moscow-visit-financial-aid

Wall Street Italia “Venezuela, Maduro contro Usa: “In caso di invasione popolo armato di fucile”, 27/12/2018 http://www.wallstreetitalia.com/venezuela-maduro-contro-usa-in-caso-di-invasione-popolo-armato-di-fucile/

Nueva Sociedad, “El nuevo escenario de confrontación venezolano”, 12/2018 http://nuso.org/articulo/venezuela-maduro-oposicion/

Nueva Sociedad, “Los militares en la política y la economía de Venezuela”, 03-04/2018  http://nuso.org/articulo/los-operativos-militarizados-en-la-era-post-chavez-del-punitivismo-carcelario-la-matanza-sistematica/

Reportage fotografico sulla violenza della repressione: “The battle for Venezuela”, 22/07/2017 https://www.nytimes.com/2017/07/22/world/americas/venezuela-protests-maduro.html

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