Venezuela: dove eravamo (e dove siamo) rimasti

Di Serena Pandolfi e Francesca Rongaroli

È passato poco più di un anno dallo strappo politico che ha catalizzato l’attenzione internazionale sulla crisi venezuelana. Il 23 gennaio 2019, il leader dell’opposizione a capo della Asamblea Nacional Juan Guaidó si autoproclamava presidente ad interim della Repubblica Bolivariana. Da allora, si è assistito a una reazione a catena per la quale i leader di tutto il mondo (comprese le istituzioni Ue) hanno preso posizione: contro o pro Maduro.

Al di là del valore simbolico e “di svolta” di questo gesto plateale, il ruolo assunto da Guaidó e le iniziative intraprese dai suoi alleati hanno disatteso le aspettative di radicale cambiamento per le sorti del Paese: il Venezuela, a distanza di un anno, continua a navigare nella completa incertezza. Sul piano della politica interna, la sessione della Asamblea Nacional dello scorso 5 gennaio è emblematica di questo caos istituzionale:  Luis Parra, del partito oppositore Primero Justicia, ha ottenuto la maggioranza (seppur votato da una camera “incompleta”) e quindi la presidenza dell’organo parlamentare. Per contro, la parte di deputati che rifiutava la sua elezione si era nel frattempo radunata nella sede della testata El Nacional per ratificare la nuova investitura di Guaidó come presidente della stessa AN.

Questo episodio ha a malapena raggiunto la stampa internazionale, così come le altre notizie relative a un’opposizione tanto radicalmente divisa e indebolita. In generale e anche nel quadro di un intero continente in tumulto, i riflettori si sono spostati e la questione venezuelana è rimasta in un cono d’ombra. Dopo una prima fase di forte interessamento internazionale alla vicenda, cosparsa di dichiarazioni politiche di grande impatto, la crisi economica, sociale e istituzionale della Repubblica Bolivariana è tornata a essere un affare regionale, seppur in continuo e drammatico peggioramento.

Un anno dopo: a che punto siamo

Nell’ultimo articolo sul tema, abbiamo visto un Paese in stallo, pronto a precipitare nella guerra civile o a innescare un intervento militare esterno. Nessuna delle due ipotesi si è concretizzata nei mesi successivi, ma l’impasse rimane (quasi) la stessa ed è principalmente imputabile all’inconcludenza di Guaidó e alla frammentazione dello scacchiere politico venezuelano.

Inizialmente, Maduro aveva cercato di mettere fuori gioco il suo avversario con la revoca della carica di presidente della AN e l’arresto del suo primo collaboratore, Roberto Marrero. Il principale organo giudiziario del Paese, la Contraloría General, aveva interdetto Guaidó per 15 anni dalle cariche politiche e gli aveva proibito di lasciare il Paese. Al contrario, si contano una novantina di viaggi all’estero effettuati dall’autoproclamato presidente nel corso del 2019, con la finalità di stringere i rapporti diplomatici e rafforzare la coesione del polo anti-Maduro. Si calcola che queste trasferte siano costate oltre 570 milioni di bolívares, non dichiarati al fisco.
Il 29 gennaio, l’Assemblea guidata da Parra ha designato una commissione straordinaria per investigare proprio sulla corruzione di Guaidó, la provenienza dei finanziamenti di cui usufruisce e il caso denominato “Cucutazo”. È così che viene chiamatoa seguito di un reportage di Panam Post e di un report di Transparency International – lo scandalo esploso nel corso della scorsa estate, consistito nella malversazione dei fondi destinati agli aiuti umanitari e in particolare ai militari disertori del regime chavista, rifugiati con le proprie famiglie nella città colombiana di Cúcuta.

La località era già stata teatro di uno dei primi fallimenti di Guaidó, ovvero il tentativo di forzare il blocco al confine degli aiuti umanitari provenienti dagli Stati Uniti. A seguire, il leader aveva annunciato, a fine marzo 2019, l’avvio della fase “definitiva” chiamata “Operazione Libertà”: ovvero, un programma di mobilitazioni di massa che negli intenti doveva stroncare il regime e invece si è tradotto in un nulla di fatto. I suoi stessi sostenitori hanno reagito con scetticismo, incrementando la parabola discendente nella popolarità di Guaidó. A intaccarne la credibilità, agli occhi dei suoi ma soprattutto degli altri partiti di opposizione, è la scarsa trasparenza del suo operato politico, che tradisce piuttosto la connivenza finanziaria (e non solo) a stampo USA.

Una crisi su scala globale

L’unico elemento certo, per ora, è che la contrapposizione politica e le interferenze straniere sono una partita giocata sulla vita dei venezuelani. La crisi istituzionale che vive la Repubblica Bolivariana si inserisce, aggravandola, nella drammatica crisi economica (e quindi sociale) che il Paese vive ormai da diversi anni e non lascia presagire svolte positive.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha estensivamente testimoniato le violazioni multiple dei diritti economici e sociali dei cittadini venezuelani, aggravatesi nel periodo 2018-2019 a causa del peggioramento costante della situazione economica del Paese (principalmente legata all’inarrestabile crescita dell’inflazione e al calo delle esportazioni di petrolio). Nello specifico parliamo di gravissime e frequenti violazioni del diritto al cibo, diritto alla salute, diritto all’istruzione, della libertà di espressione, di stampa e informazione unite a un evidente rischio di persecuzione e discriminazione per ragioni politiche.
Un aspetto mai sufficientemente sottolineato della crisi economica venezuelana è la drammatica crisi migratoria, che ne è conseguenza diretta. A ragion del vero, quella venezuelana è stata tra le più gravi crisi migratorie degli ultimi quattro anni e, stando alle premesse, potrebbe essere la peggiore a livello mondiale nel 2020.

Secondo il report del think tank “Brookings Institution”  di Washington, che incrocia i dati sui rifugiati forniti dall’UNHCR,  la crisi venezuelana è sul punto di sorpassare, per ritmo e portata, quella siriana. Ad oggi, infatti,  il numero di venezuelani che si trova fuori dal Paese è di oltre 4 milioni e mezzo, il 16% della popolazione, e se il trend non dovesse modificarsi, alla fine dell’anno arriveremo a 6,5 milioni di profughi. Nello stesso periodo (quattro anni dall’inizio) i numeri della crisi siriana erano molto simili. Gli effetti dell’esodo venezuelano sono stati gestiti quasi interamente dagli Stati confinanti nella regione sudamericana (in primis Colombia, Perù ed Ecuador) senza un supporto economico consistente da parte della comunità internazionale: a fronte dei circa sette miliardi e mezzo messi a disposizione per il sostegno dei rifugiati siriani nei primi quattro anni dalla crisi, per il Paese sudamericano e gli Stati confinanti la cifra si ferma a 580 milioni. A fine anno OIM e UNHCR hanno rivolto un appello ai vari Stati per superare almeno la quota del miliardo, ma anche nell’improbabile ipotesi che l’appello avesse un seguito, tale cifra non sarebbe sufficiente a fronteggiare l’attuale e la prevista entità della crisi venezuelana.

Il 2020 anno di svolta?

Facendo leva proprio sulla drammaticità di questa situazione umanitaria e sul caos istituzionale, Guaidó e i suoi sostenitori contavano di intaccare la base di potere di Maduro. Come abbiamo visto, non è stato così, dal momento che l’autorità del chavismo ha vacillato solo per un periodo relativamente breve. Da allora, l’opposizione si è ritrovata ad affrontare la scomoda scelta tra il fallimento fragoroso e lo scendere a patti con il governo ufficiale. Ora, la spaccatura nell’Assemblea Nazionale (l’unico organo in mano all’opposizione) e la contrapposizione Parra-Guaidó complicano qualsiasi eventuale scenario di dialogo.

Ciò che era sembrato smuoversi, all’inizio dell’anno, era l’eventualità di una distensione tra Maduro e gli Stati Uniti. In una intervista al Washington Post, Maduro aveva dichiarato persino di essere disponibile a un faccia a faccia con Trump.
Il segretario di Stato Mike Pompeo, al contrario, si è detto fiducioso riguardo alla leadership di Guaidó e alla riuscita del piano per destabilizzare il chavismo. Inoltre, nella giornata del 17 gennaio, Pompeo ha pronunciato un discorso nella sede dell’Organizzazione degli Stati Americani che in merito alla questione venezuelana rinsalda l’appoggio statunitense alla linea di Luis Almagro.
L’uscita ufficiale del Venezuela dall’organismo internazionale era stata formalizzata da Maduro a fine aprile dello scorso anno. In seguito ai disordini parlamentari del 5 gennaio, l’OSA ha prevedibilmente condannato l’ “usurpazione” dell’Assemblea Nazionale, schierandosi con l’escluso dal voto Guaidó.

Alla luce di tutti questi elementi, la partita appare ancora aperta e in continuo (anche se lento) aggiornamento. Il rischio, come sempre, è quello di enfatizzare le vicende politiche e lasciare sullo sfondo milioni di venezuelani che, quando non fuggono via dal proprio Paese, affrontano una quotidianità sempre più critica e priva di prospettive.

Fonti e approfondimenti

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