L’Altra America: Messico

Palacio nacional Città del Messico
Palacio nacional Città del Messico

L’attuale Messico (ufficialmente Stati Uniti Messicani) si sviluppa nei territori delle principali civiltà precolombiane del Mesoamerica, tra cui quella Maya e quella Mexica/Azteca.

Geograficamente collocato in America centrale, il Messico è il 14° Stato più esteso al mondo con i suoi 1,964,375 chilometri quadrati – il terzo dell’America latina dopo Brasile e Argentina. Secondo l’ultimo censimento del 2015 dell’Instituto Nacional de Estadística y Geografía (INEGI) messicano, nel Paese vivono 119,938,473 persone di cui quasi 9 milioni nella sola capitale Città del Messico. Il Messico confina a sud con Guatemala e Belize, a nord con gli Stati Uniti, a ovest e a est rispettivamente con l’Oceano Pacifico e il Golfo del Messico.

Il messico, cartinaWikimedia Commons

Cartina politica Messico

Indipendenza

Appartenente al Virreinato de Nueva España, il Messico iniziò la sua guerra d’indipendenza il 16 settembre del 1810 con un episodio iconico: il “Grito de Dolores“. Nelle prime ore di quel giorno, il prete Don Miguel Hidalgo y Costilla riunì il popolo della città di Dolores Hidalgo al rintocco delle campane, spronandolo a prendere le armi contro il dominio spagnolo. Tuttavia, non veniva ancora messa in discussione la lealtà al re spagnolo Ferdinando VII, costretto ad abdicare dopo l’invasione di Napoleone della penisola iberica. 

Da Dolores, la rivolta si espanse. Le richieste erano la fine del tributo indio, la restituzione delle terre alla comunità, la fine della schiavitù e, infine, l’indipendenza. Il fronte dei bianchi creoli e spagnoli si compattò e, tra il 1810 e il 1811, sconfisse numerose volte le formazioni composte da oltre 80 mila ribelli. Hidalgo venne catturato nel marzo 1811 e giustiziato a Chihuahua nel luglio dello stesso anno.

Le rivolte continuarono, costringendo creoli ed europei ad essere più concilianti. Nel 1821 Agustín de Iturbide lanciò il Plan de Iguala, un progetto che mirava alla costituzione in Messico di una monarchia costituzionale da affidare al re o a un suo principe. Se questo non si fosse rivelato possibile, il Plan prevedeva la convocazione di una Costituente che avrebbe sviluppato un progetto politico attorno al sistema delle “Tre Garanzie”: indipendenza, unione delle diverse etnie del Paese e il cattolicesimo come unica religione.

Il 24 agosto 1821 vennero firmati i Trattati di Córdoba con i quali si stabiliva l’indipendenza del Messico e la ritirata delle truppe spagnole. Il 28 settembre venne firmato l’atto che dichiarava l’indipendenza dell’Impero messicano.

L’Impero di Iturbide, però, durò poco. Nel 1823 Iturbide fu deposto, l’Impero cadde e venne proclamata la Repubblica. Per questa ragione, il Messico conta due atti di indipendenza. Nel 1824 venne approvata la Costituzione.

Evoluzione della forma di Stato e del quadro politico

La Costituzione e la Repubblica non fermarono le lotte interne. Lo scontro tra federalisti e centralisti conservatori si risolse con la vittoria dei primi e l’elezione, nel 1833, di Antonio  López de Santa Anna.

I propositi federalisti finirono col perdersi presto: Santa Anna promosse una serie di riforme che accentravano i poteri nelle mani del presidente e trasformavano gli Stati in dipartimenti, retti da governatori designati dal presidente. Nel 1835 il presidente era già stato cambiato, ma quella del 1833 fu solo la prima di sette volte in cui Santa Anna ricoprì il ruolo di presidente del Messico.

L’invasione degli Stati Uniti, tra il 1846 e il 1848, costò al Messico la perdita di Texas, New Mexico e Arizona: oltre metà del territorio originale. Il caos politico e militare fece convergere federalisti e centralisti sul ritorno di Santa Anna, che avvenne nel 1853. Nel 1855, dopo due anni in cui aveva governato con poteri illimitati, venne deposto e costretto all’esilio.

Dopo la sua cacciata iniziò la stagione dei liberali – interrotta brevemente dal Secondo impero messicano con a capo Massimiliano I d’Asburgo (1863-1867) – il cui massimo rappresentante fu Benito Juárez. Juárez riprese il potere dopo la caduta del Secondo impero, ma morì nel 1872. Questo avvenimento creò un vuoto di potere che, nel 1876, portò per la prima volta Porfirio Díaz alla presidenza. Da quel momento iniziò il cosiddetto porfiriato che, con una breve interruzione tra il 1880 e il 1884, rimase in piedi fino al maggio del 1911.

In questo periodo il PIL del Paese crebbe circa dell’1,7% annuo, ma il conflitto tra potere statale e locale, il tradimento dello spirito liberale e della Costituzione, oltre a una crisi economica tra il 1907 e il 1910, fecero iniziare quella che verrà ricordata come Rivoluzione messicana (1911-1928). Il movimento rivoluzionario, però, era diviso tra il fronte Costituzionalista e quello della Convenzione di Aguascalientes di cui facevano parte Emiliano Zapata e Francisco “Pancho” Villa. I primi ebbero la meglio e approvarono la Costituzione del 1917. Zapata e Villa vennero assassinati rispettivamente nel 1919 e nel 1923.

La Costituzione riconosceva la Repubblica federale, ampi poteri al presidente e notevole autonomia agli Stati in materia di diritto alla terra, di riforma agraria e di diritto del lavoro. Dal 1929, con l’elezione di Emilio Portes Gil, fino alla sconfitta elettorale del 2000 e la conseguente vittoria di Vicente Fox, il governo venne monopolizzato dal  Partido Revolucionario Institucional (PRI), fino al 1938 sotto il nome di Partido Nacional Revolucionario (PNR).

Politica estera

Il Messico ha adottato una politica di interventismo diplomatico nei conflitti centroamericani degli anni Ottanta, per poi cambiare approccio rafforzando le relazioni economiche e di cooperazione, nel tentativo di vedere riconosciuta la propria leadership nella regione. Tentativo quantomeno rimandato visti gli insuccessi del Meccanismo di dialogo e concertazione di Tuxla (1991), delegittimato dagli stessi aderenti, o del Piano Puebla-Panama, che vide ridursi le direttrici di lavoro da otto a tre, finendo per confluire nel Progetto di integrazione e sviluppo della Mesoamerica.

La posizione geografica del Messico ha influito sui rapporti di politica estera con gli Stati Uniti tanto nella cooperazione, quanto nell’economia. Un tempo luogo di partenza dell’emigrazione verso gli Usa – calata drasticamente già prima delle politiche trumpiane -, il Messico è ancora territorio di transito per chi proviene dal cosiddetto Triángulo Norte (Guatemala, El Salvador e Honduras). Col Guatemala, inoltre, confina lo Stato messicano del Chiapas in cui si trova  il territorio controllato dall’EZLN, da anni in lotta contro il governo il centrale.

Gli Stati Uniti hanno implementato in Messico politiche volte a trattenere i flussi migratori e a combattere il traffico di droga diretto a nord. Già nel 2014 il governo di Barack Obama aveva imposto una stretta, agendo sulla frontiera sud del Messico con il Guatemala attraverso il programma Frontera Sur. Con Donald Trump alla Casa Bianca e Andrés Manuel López Obrador alla presidenza de Messico, le cose non sono migliorate. Eletto durante uno dei periodi più intensi delle carovane dei migranti, il 1 dicembre 2018 López Obrador ha presentato il Plan de Desarrollo Integral para Centroamérica in accordo con i governi di Honduras, El Salvador e Guatemala. Il piano, che prevede un investimento per ridurre le cause strutturali della migrazione da questi Paesi, sta ottenendo il risultato di imbottigliare ancora di più i migranti in Messico.

Economia

Il Messico è la quarta economia del continente americano e la seconda, dopo il Brasile, dell’America latina. Membro fondatore del G20, nel 2012 ha ospitato l’annuale riunione del gruppo nella sede di Los Cabos, sotto la presidenza Felipe Calderón. Il Messico, inoltre, fa parte dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). Non solo: il segretario generale di questa organizzazione è, per il terzo mandato consecutivo – che scadrà nel 2021 – proprio il messicano José Ángel Gurría. Allo stesso tempo, però, il Messico ha un coefficiente di Gini di 45,4, aggiornato al 2018, che lo rende tra i Paesi più disuguali in termini di reddito di tutta la regione.

Il Paese è impegnato in diversi accordi di libero scambio, di cui uno attivo con l’Unione europea siglato nel 1997 e in vigore dal 2000. Rinegoziato nel 2018, l’accordo è stato limato negli ultimi mesi e sembra essere pronto per la ratifica da parte del Messico e dei Paesi membri dell’UE.

Il Messico, inoltre, è il primo Stato ad aver ratificato il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP) ovvero l’accordo di libero scambio tra i Paesi del pacifico che ha sostituito il precedente TPP.

Il partner economico più importante per il Paese rimangono gli Stati Uniti, nei quali confluisce più dell’80% delle esportazioni messicane Recentemente, i governi  di Messico, Stati Uniti e Canada hanno rinegoziato il  North American Free Trade Agreement (NAFTA) che istituiva l’area di libero scambio più grande al mondo. Al suo posto è stato siglato l’Agreement between the United States of America, the United Mexican States, and Canada (USMCA).

Sistema elettorale e di governo

Il Messico è una Repubblica presidenziale federale divisa in 31 Stati. La Costituzione vigente, nonostante alcune modifiche fatte nel corso degli anni, è quella promulgata il 5 febbraio 1917.

Il presidente della Repubblica detiene il potere esecutivo a livello federale, mentre nei diversi Stati questo appartiene ai governatori. Tutte le figure del potere esecutivo sono elette per una mandato di sei anni senza possibilità di rielezione. Il presidente della Repubblica, eletto direttamente, diventa tale se riceve la maggioranza relativa dei voti al primo turno: non è previsto il ballottaggio.

Il potere legislativo appartiene al Congreso de la Unión, diviso in Camera dei deputati e Camera dei senatori. La prima è composta da 500 membri e si rinnova ogni 3 anni. I deputati sono eletti con due metodologie differenti: 300 in maniera diretta con maggioranza relativa, uno per ogni distretto del Paese; gli altri 200 nelle cinque circoscrizioni plurinominali in cui vengono eletti con un sistema proporzionale.

I senatori, invece, sono 128 e vengono rinnovati ogni 6 anni. Di questi, 64 sono eletti direttamente nelle 32 circoscrizioni (i 31 Stati più Città del Messico) dove basta la maggioranza relativa per vincere; 32 assegnati alla Primera Minoría, ossia la seconda forza classificata in ognuna delle 32 circoscrizioni (con questo metodo viene attribuito un seggio a circoscrizione); gli ultimi 32 eletti sono eletti su base nazionale con metodo proporzionale e liste bloccate.

Bandiera

La bandiera del Messico è il risultato di un lungo percorso, iniziato con l’immagine della Virgen de Guadalupe mostrata da Miguel Hidalgo durante il già citato Grito de Dolores. Dall’indipendenza si utilizzò il tricolore verde, bianco e rosso, ma anche l’aquila accovacciata sul nopal, pianta particolarmente comune in Messico. Il verde rappresenta la speranza del popolo, il bianco l’unità e il rosso il sangue dei caduti per la Patria.

L’attuale versione della bandiera si deve alla presidenza di Gustavo Díaz Ordaz. Adottata per decreto nel 1968, venne confermata per legge il 24 febbraio 1984. In quest’ultima versione l’aquila tiene in bocca un serpente ed è presente su entrambi i lati della bandiera.

Attuale bandiera del Messico

Fonti e approfondimenti

Andrey Alexander Chávez Campirano, Rumbo a la «Cuarta Transformación», Foreign Affairs Latinoamérica, 6/03/2019

El portal único del gobierno de México

Instituto Nacional de Estadística y Geografía (INEGI)

Loris Zanatta, Storia dell’America Latina contemporanea, Editori Laterza, 2010

Pompejano Daniele, Storia dell’America Latina, Bruno Mondadori, 2012

Rivista Limes, La potenza del Messico, numero 8/2017

The Observatory of Economic Complexity (OEC)

United Nations Statistics Division (UNSD) 

 

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