Un ponte tra Africa e Cina: le mega infrastrutture africane

di Armando D’Amaro e Matteo Savi

Se guardiamo ai piani di sviluppo dei diversi Paesi africani, possiamo notare alcuni tratti comuni nonostante la loro enorme eterogeneità. Uno particolarmente evidente è l’importanza che viene attribuita allo sviluppo infrastrutturale come motore del miglioramento economico, soprattutto attraverso mega-progetti che richiedono enormi investimenti. Il secondo è che uno dei principali finanziatori di questi piani di sviluppo infrastrutturale è la Cina, sempre più interessata a investire nel continente africano.

Con questo articolo inauguriamo un ciclo di approfondimenti in cui esploreremo questa dinamica, andando a vedere da vicino alcuni grandi progetti in costruzione emblematici di questa partnership. Per farlo, però, dobbiamo prima capire il tipo di rapporto che lega questi attori.

Un interesse duraturo

Le relazioni tra la Cina moderna e l’Africa iniziarono già durante il governo di Mao Zedong quando, dopo la conferenza di Bandung del 1955, la Cina strinse forti rapporti con i Paesi non-allineati nel contesto della Guerra Fredda e protagonisti della Decolonizzazione. In questi anni la Cina comunista rappresentava anche un punto di riferimento alternativo all’Unione Sovietica per i Paesi del blocco socialista. Anche grazie a questa rete diplomatica il governo di Pechino riuscì a imporsi su Taiwan come rappresentante riconosciuto internazionalmente della Cina.

La cooperazione tra Cina e Africa in quegli anni non fu però soltanto diplomatica. Già dagli anni Sessanta la Cina divenne uno dei principali partner dei Paesi africani in campo sanitario, oltre che uno dei grandi sostenitori dei movimenti di liberazione impegnati nella lotta anti-coloniale. Il sostegno alle indipendenze africane si intersecò anche con un interesse di tipo economico: in quel periodo iniziarono infatti i primi investimenti, concretizzatisi in importanti progetti infrastrutturali come la Tazara, la ferrovia che connette Tanzania e Zambia inaugurata nel 1975.

La presenza della Cina in Africa è però cresciuta ancora più rapidamente a partire dagli anni 2000 con l’espansione della politica “Go Out” del presidente Hu Jintao. L’economia cinese allora era in rapida espansione e Pechino voleva aumentare l’esposizione internazionale del Paese e aprire nuovi mercati per le sue imprese statali. Queste però allora avevano poca esperienza nell’operare a livello internazionale e spesso incontravano costosi ostacoli normativi in mercati come gli Stati Uniti, l’Europa e alcuni Paesi asiatici. L’Africa, invece, imponeva barriere minori, rappresentando il contesto ideale per queste aziende per muovere alcuni dei primi passi oltreoceano.

Da allora l’investimento cinese in Africa è aumentato vertiginosamente, grazie anche a organi di concertazione come il Forum sulla Cooperazione tra Africa e Cina (FOCAC), tanto che tra il 2008 e il 2018 è passato da 7,8 a 46 miliardi di dollari. Il settore infrastrutturale è uno dei maggiori destinatari di questo fiume di denaro, ma non mancano grandi investimenti in agricoltura, energia, estrazione, agricoltura e commercio.

Perché l’Africa, perché la Cina

La cooperazione economica tra Cina e Paesi Africani si basa su un approccio doppio vincente (win-win), in cui ciascuno degli attori riesce a portare avanti la sua agenda in un clima di non interferenza reciproca. Entrambi gli attori, infatti, hanno molti incentivi a cercare l’altro come partner, che vanno oltre il semplice aspetto economico.

Un importante motivo per cui la Cina sta investendo in Africa è la possibilità di espandere la sua influenza politica all’interno delle organizzazioni internazionali. Rafforzando le sue relazioni diplomatiche attraverso la cooperazione economica, infatti, Pechino può sempre più spesso contare sul voto dei Paesi africani in sedi come l’ONU. Questo è particolarmente utile nel caso di questioni delicate e importanti per l’agenda cinese come quelle di Taiwan o del controllo del Mar Cinese Meridionale.

L’Africa Orientale è inoltre un nodo cruciale della via marittima dell’ambizioso progetto One Belt, One Road (OBOR), per cui è interesse di Pechino rafforzare i legami con i Paesi di quest’area. In questo ambito la cooperazione riguarda soprattutto sviluppo dei trasporti e la sicurezza, due aspetti cruciali affinché la nuova Via della Seta possa svilupparsi come nei piani di Xi Jinping.

Cina
I corridoi terrestri e marittimo dell’OBOR, in arancione i membri della Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) (fonte: Wikimedia Commons) Kirill Borisenko

Un motivo importante per cui i Paesi africani vedono nella Cina un buon partner commerciale, invece, è l’assenza di condizioni legate ai suoi investimenti, il che li rende molto diversi da quelli di soggetti come L’Unione Europea o le Istituzioni Finanziarie Internazionali. Fin dagli anni Ottanta, infatti, i donatori Occidentali hanno richiesto delle riforme strutturali in campo economico e politico in cambio dei loro investimenti, cosa che invece Pechino evita accuratamente.

I governi africani hanno interpretato questo approccio come una forma di rispetto per la loro autonomia, ma non è comunque stato esente da critiche. Se inizialmente i donatori Occidentali avevano imposto aspre riforme economiche liberiste, dopo gli anni Novanta la richiesta principale era stata quella del potenziamento degli strumenti democratici e della protezione dei diritti umani, quindi questo approccio incondizionato sarebbe particolarmente favorevole ai regimi autoritari.

Il ruolo delle infrastrutture

Quasi tutti i Paesi africani individuano nel miglioramento infrastrutturale uno dei pilastri dei loro piani di sviluppo, soprattutto quelli che per motivi storici si trovano oggi con reti inadeguate alle sfide che li attendono nel prossimo futuro. L’Africa è un continente che sta crescendo sia dal punto di vista economico che demografico, quindi la necessità di migliorare le reti di trasporto, distribuzione energetica e comunicazione è quanto mai pressante.

Lo sviluppo delle infrastrutture è ritenuto un fattore chiave per l’aumento della produttività e la crescita economica sostenibile e può contribuire in modo significativo allo sviluppo umano e alla riduzione della povertà. Agli investimenti in infrastrutture viene ricondotta oltre la metà del recente miglioramento della crescita economica in Africa. Un ruolo di primo piano è attribuito ai mega-progetti ad alto budget, ritenuti capaci di assicurare maggiori vantaggi sul lungo periodo.

Da non sottovalutare è poi l’impatto dello sviluppo infrastrutturale per la crescita del commercio intra-africano, oggi molto limitato dai numerosi colli di bottiglia della rete di trasporto del continente. Molti Paesi guardano al potenziamento di questi scambi come un volano per il loro sviluppo industriale, e la Cina stessa potrebbe approfittare di una maggiore funzionalità di questo mercato per piazzare i suoi prodotti in Africa.

Dal punto di vista della cooperazione interna, gli stati africani hanno sviluppato nel 2012 un ambizioso piano a lungo termine per colmare il divario infrastrutturale, chiamato Programma per lo sviluppo delle infrastrutture in Africa (PIDA). Questo comprende oltre 400 progetti , tra cui 54 progetti energetici (centrali idroelettriche e interconnettori) e 236 progetti di trasporto. I progetti infrastrutturali identificati in PIDA richiedono investimenti nell’ordine di 360 miliardi di dollari entro il 2040 e Pechino si sta rivelando un partner indispensabile sia dal punto di vista tecnico che finanziario per questo enorme sforzo collettivo.

La Cina può inoltre rappresentare un partner ottimale in tema di sfruttamento e produzione di nuove fonti di energia alternativa essendo un leader mondiale nelle tecnologie delle energie rinnovabili. La cooperazione tra Cina e Africa ha visto notevoli progressi in questo campo, a dimostrazione della determinazione dei Paesi in via di sviluppo nello sfruttare il loro enorme potenziale di energia pulita in un’ottica di lotta al cambiamento climatico.

I progetti infrastrutturali di cooperazione sino-africani sono di solito realizzati secondo le linee guida tracciate dalle imprese statali cinesi e spesso ricorrono all’impiego di un gran numero di lavoratori cinesi. L’afflusso di manodopera dalla Cina ha raggiunto un picco nella metà del decennio scorso, per poi incontrare una tendenza decrescente. Questo calo è dovuto alle politiche di alcuni Paesi africani, come ad esempio il Sudafrica, che negli ultimi anni hanno iniziato a inserire clausole di blocco per la partecipazione di lavoratori cinesi.

La questione del debito e le prospettive future

Una questione importante che riguarda gli investimenti cinesi in Africa è il modo in cui vengono ripagati i finanziamenti, considerando che i Paesi del continente sono già schiacciati dal proprio debito.

Durante i prima anni Duemila, la Cina iniziò a cercare forme alternative di accordo finanziario, testando per la prima volta questo modello in Angola. Il modello angolano si basò su accordi finanziari per la ricostruzione del Paese lacerato dalla guerra civile, progettando infrastrutture completamente finanziate dalla Cina. Le società cinesi fissavano un valore monetario al progetto, che però poteva essere ripagato dall’Angola in petrolio, di cui è uno dei maggiori produttori africani.

Nel breve periodo il modello funzionò. L’Angola aveva accesso a nuove strade, ospedali e altre infrastrutture, mentre la Cina aveva la possibilità di diversificare il suo approvvigionamento di petrolio. Nel lungo periodo questo modello evidenziò parecchi problemi legati all’indebitamento eccessivo dell’Angola e alle oscillazioni del mercato petrolifero.

La crisi finanziaria del 2008 ha poi definitivamente fatto cambiare strategia ai cinesi, che hanno sostituito il modello Angola con il cosiddetto “China-Africa swap”. La formula di swap è stata introdotta per consentire ai leader africani di sfruttare la loro ricchezza di risorse come garanzia per accedere al credito a un tasso di interesse gestibile, nonché un’opzione di rimborso praticabile.

Detto questo, è doveroso precisare che la Cina non ha un modello prestabilito per gli investimenti. L’approccio cinese si basa su una diversificazione delle modalità di credito, che cambiano di Paese in Paese,  e dei  settori di investimento, che vengono scelti in base alle necessità e alle caratteristiche dello Stato in questione.

La stretta collaborazione tra Cina e Paesi africani, quindi, sembra rispondere alle necessità di entrambi gli attori, ma affinché questi investimenti infrastrutturali siano davvero portatori di sviluppo non basterà la semplice implementazione dei progetti.

La realtà è che l’effettivo impatto sullo sviluppo del Paese ospitante dipende da diversi fattori, come l’orizzonte temporale dell’investimento o l’integrazione dei progetti con altri settori economici. Senza una chiara guida politica da parte del Paese ospitante, poi, le opportunità di trasferimento di tecnologia e conoscenze saranno limitate. E una cattiva gestione del nuovo debito generato da questi progetti potrebbe rivelarsi catastrofica.

Per far sì che questo fiume di investimenti si traduca in un altrettanto travolgente sviluppo, quindi, i Paesi africani dovranno integrare queste dinamiche in piani di sviluppo più olistici. Di modo da permettere che le nuove infrastrutture siano il pilastro di una fase di progresso e non monumenti a un’occasione sprecata.

Fonti e Approfondimenti:

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Lahtinen, A. (2018). China’s diplomacy and economic activities in Africa: Relations on the move. Palgrave Macmillan

Rich, Timothy S., and Sterling Recker. “Understanding Sino-African Relations: Neocolonialism or a New Era?” Journal of International and Area Studies, vol. 20, no. 1, 2013, pp. 61–76
Wekesa, B., 2015. Forum: China’s Silk Road Economic Belt: African perspectives and implications. African East-Asian Affairs, 0(1-2)

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