Le relazioni Cina-Africa alla luce del Forum sulla Cooperazione

Nel 1971, in Cina, nel pieno della rivoluzione culturale, Gau Hau, terminava il suo periodo di detenzione in un campo agricolo di rieducazione. Oggi, Gau è un importante consigliere della China Railway Construction Corporation Limited che opera, e ha operato sin dal 1971 in Tanzania e Zambia. Gau è, in pratica, l’esempio lampante di come la Cina, nell’arco di un breve periodo storico, abbia deciso di stringere relazioni sempre più forti con l’Africa. Certamente, a giocare a favore di tale relazione, comunque assolutamente non casuale, è stata la volontà cinese di uscire dall’isolamento diplomatico cui era stata relegata e di creare nuove alleanze in seno all’ ONU.

In tal senso, la Tanzania-Zambia railway è non solo il primo esempio di presenza cinese in territorio africano (la linea fu, per altro pagata in toto dalla Cina), ma il punto di partenza di quella che sarebbe stata definita “win-win relationship” tra la Cina ed il continente nero. In altre parole, entrambe le parti, mantenendo un codice di condotta basato sulla reciproca non interferenza in termini politici e diplomatici, ottengono quei vantaggi economici di cui necessitano.

Nel 2000, i tempi erano sufficientemente maturi per la costituzione del FOCAC, il forum della cooperazione tra la Cina e l’Africa, fortemente voluto da quest’ultima.

A ben vedere, i legami tra i due partner erano già molto solidi all’indomani della stagione indipendentista africana e ciò coincise con l’acme della contrapposizione tra Cina e Taiwan, in cui la prima impiegò la promessa di un mancato riconoscimento internazionale della seconda come premio in termini economici per i paesi africani.

Nella prima Conferenza ministeriale a Pechino nel 2000, a suggellare la costituzione di solide relazioni, fu innanzitutto stabilita la cancellazione di 10 milioni di Renminbi di debiti in due anni per i paesi africani. Nel 2003, ad Addis Abeba, ulteriori misure furono introdotte, tra cui un aumento degli aiuti all’Africa e l’apertura dei rispettivi mercati. A Pechino, nel 2006, furono previsti 5 milioni di dollari in aiuti per l’Africa e un’ulteriore cancellazione dei debiti. Nei due successivi forum del 2009 e del 2012, si è affrontata la tematica ambientale, quella della cooperazione scientifica ed energetica nonché dell’integrazione africana e delle emergenti necessità di garantire sicurezza e pace.

Contestualmente all’avanzare degli incontri interministeriali, la Cina si è rapidamente confermata uno dei Paesi con un più alto livello di crescita e, conseguentemente con un’altissima richiesta di risorse energetiche. La Cina ha, cioè, necessariamente dovuto incanalare le proprie urgenze verso un continente che, benchè fortemente instabile, è assolutamente ricco di materie prime. La contropartita, come evidente dai resoconti FOCAC, è stata garantita in termini di apertura dei mercati, cancellazione dei debiti e investimenti infrastrutturali.

L’intervento economico cinese in Africa è, per altro, stato salutato in maniera quasi del tutto positiva, con poche rare e motivate eccezioni.

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Quanto ai rapporti di natura commerciale, da quando la Cina ha iniziato ad investire nel continente africano, non solo l’economia di quest’ultima ne ha beneficiato, ma la Cina è divenuta il primo partner del continente nero, rimpiazzando una posizione da sempre detenuta dagli Stati Uniti.

Come ovvio, se da una parte la Cina è fortemente interessata alle materie prime, da cui trarre vantaggi energetici, essa esporta in Africa prevalentemente materiale tecnologico, per cui essa non possiede le competenze tecniche e tecnologiche per poter soddisfare il crescente bisogno.

Rispetto ad una cooperazione per la quale molto si è detto in termini tanto negativi quanto positivi, è necessario offrire alcune puntualizzazioni. Innanzitutto, è creduto da molti che gli aiuti offerti dalla Cina siano diretti prevalentemente a paesi ricchi di materie prime e poco governabili. Tra il 2000 ed il 2014, in realtà, il primo paese che ha ricevuto prestiti dalla Cina, cioè l’Angola, risponde alla descrizione, ma il secondo, l’Etiopia, non è certamente tra i più ricchi di risorse energetiche. In altri termini, gli attori con cui la Cina e la Banca Mondiale si sono confrontati sono pressappoco gli stessi. A cambiare, semmai, è la modalità. A titolo esemplificativo, i prestiti cinesi non hanno mai avuto scadenze ravvicinate, né sono stati concessi con tassi di interessi così elevati da costringere i beneficiari a chiedere un ulteriore prestito per pagare l’insolvenza precedente.

Buona parte dei prestiti finanziati dalla Cina provengono dalla China Export-Import Bank, appositamente costituita nel 1994 e spesso criticata per la poca trasparenza dei flussi investiti. A partire dal 2000, essa avrebbe effettuato prestiti in Africa per circa 60 miliardi di dollari, raggiungendo solo 45 dei 54 Paesi africani. Ad esserne esclusi sarebbero stati, ovviamente, quelli che hanno riconosciuto Taiwan o che si sono da sempre fermamente opposti all’ingresso della Cina negli affari africani.

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I progetti che la Cina ha maggiormente finanziato in Africa sono quelli inerenti il settore dei trasporti, in cui la spesa si aggirerebbe intorno ai 24 miliardi di dollari; segue, poi, il settore energetico. La maggior parte della spesa in trasporti è stata destinata alla costruzione o riparazione di strade e, in egual misura, alla costruzione di nuove reti ferroviarie.

Tra le opere infrastrutturali più onerose figurano certamente la costruzione di una centrale idroelettrica in Sudan e Madagascar, ma cospicue sono anche le spese per l’esplorazione del sottosuolo svolte in Mauritania e l’adeguamento delle reti infrastrutturali in Nigeria.

All’incirca un decennio fa, alcuni osservatori hanno sottolineato come i debiti elargiti dalla Cina avrebbero potuto dar luogo ad una nuova crisi. Allo stato attuale, ciò non è ancora avvenuto e, al contrario, i livelli di indebitamento dei Paesi raggiunti dai prestiti si è mantenuto “moderato”, a conferma del buon funzionamento della strategia win-win cinese.

I medesimi osservatori hanno, per altro, definito i contenuti degli accordi di sviluppo elaborati dal Forum sulla cooperazione tra Cina ed Africa come iniziative neo-colonialiste. Ciò si sarebbe verificato a partire dal 2013, con l’introduzione del progetto One Belt, One Road, fortemente voluto da Xi Jinping. Esso si configura come una piattaforma per generare nuova domanda e per venire incontro alle richieste del mercato cinese.

A ben vedere, già molto prima del 2013, il continente africano, come ribadito più volte nei report FOCAC, si sarebbe trasformato in un “Continente di speranza”, con una crescita economica precedentemente mai sperimentata. Ciò, in particolare, sarebbe reso possibile dalla realizzazione di nuove linee ferroviarie che, pur non essendo all’altezza delle più grandi tecnologie di cui la stessa Cina gode, rappresentano una direttrice di sviluppo fondamentale. Esse non si sono tramutate sempre in una occasione di lavoro per la popolazione locale, dal momento che la Cina ha preferito sempre impiegare forza lavoro ed ingegneri provenienti dai propri territori. Ciononostante, tali infrastrutture rappresentano un importante supporto anche solo per la vita quotidiana: non c’è da meravigliarsi, cioè, se, nonostante tutto, il gradimento generale per queste opere si attesti su livelli piuttosto elevati.

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Forti di tali successi, le parti del Forum hanno redatto un nuovo piano d’azione per il triennio 2016-2018, nel corso dell’ultimo incontro a Johannesburg.  Esse hanno espresso particolare soddisfazione per la strategia “Win-Win Cooperation for Common Development”, richiamata nel documento un considerevole numero di volte.

Nello specifico,

  • la Cina si è impegnata a fortificare la cooperazione in tema di agricoltura, proseguendo con nuovi progetti, introducendo nuove tecnologie, training e ricerche sul campo. 30 team di esperti del campo verranno, per altro, inviati in Africa con lo scopo di fornire le conoscenze necessarie;
  • la Cina ha garantito la realizzazione di progetti di irrigazione e conservazione delle acque in 100 villaggi africani, offrendo anche servizi di assistenza in termini di cibo per le zone più povere;
  • la Cina fornirà 10 miliardi per supportare lo sviluppo industriale africano;
  • entrambe le parti si impegnano ad approvare leggi e regolamenti per facilitare ed attrarre gli investimenti cinesi in Africa;
  • entrambe le parti produrranno un piano per la cooperazione e lo sviluppo della rete ferroviaria valido dal 2016 al 2020 ;
  • la Cina verificherà con attenzione la possibilità di inserire una scuola di aviazione civile in territorio africano;
  • la Cina continuerà a fornire assistenza ai Paesi africani nelle operazioni di risoluzione dei conflitti, anche garantendo un importo di 60 milioni di dollari nei prossimi 3 anni per il crisis management;
  • la Cina continuerà a supportare le iniziative africane in seno all’ONU, in tema di stabilizzazione delle zone colpite da scontri armati;
  • i Paesi africani apprezzano vivamente lo sforzo cinese per liberare e/o controllare il Golfo di Aden e di Guinea dalla presenza di pirateria organizzata.

 

FONTI E APPROFONDIMENTI

http://www.cfr.org/china/china-africa/p9557

Brautigam, Deborah, and Jyhjong Hwang. 2016. Eastern Promises: New Data on Chinese Loans in Africa, 2000-2014. Working Paper No. 2016/4. China-Africa Research Initiative, School of Advanced International Studies, Johns Hopkins University, Washington,

https://www.theguardian.com/global-development-professionals-network/2016/dec/22/the-new-scramble-for-africa-how-china-became-the-partner-of-choice

http://thediplomat.com/2017/02/why-african-nations-welcome-china

/http://www.focac.org/eng/zfgx/t1454443.htm

http://www.focac.org/eng/ltda/dwjbzjjhys_1/t1327961.htm

http://www.sais-cari.org/

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