Senegal: il garante della stabilità dell’Africa occidentale

Qualche settimana fa una delle maggiori notizie provenienti dall’Africa riguardava il presidente del Gambia, il quale pur avendo perso le elezioni non aveva nessuna intenzione di lasciare il potere, e l’intervento, conclusosi con successo, delle truppe di alcuni stati africani aventi l’obiettivo di far rispettare all’uscente capo di stato le procedure democratiche.

Tale intervento ha visto il Senegal, stato di poco più di 14 milioni di abitanti, come maggiore protagonista.  Il paese ha nel tempo sviluppato un sistema democratico stabile ed e riuscito a migliorare progressivamente la sua posizione a livello locale e regionale.

Il Senegal dopo l’indipendenza

Il Senegal è stata fino al 1960 una colonia francese. Ottenuta l’indipendenza come parte di una federazione composta da Senegal e Mali, dissolta pochi mesi dopo per problemi di governabilità, ha iniziato il suo percorso verso il sistema democratico che possiede oggi e che fa invidia a molti stati del continente africano. Nei primi quarant’anni della storia del Senegal indipendente, l’Unione Progressista Senegalese (il cui nome divenne in seguito Partito Socialista del Senegal), nelle vesti di Léopold Senghor e Abdou Diouf, ha detenuto il potere. Se confrontata con il resto delle classi dirigenti africane, quella senegalese ha sempre avuto livelli di tolleranza verso il dissenso e l’opposizione politica sensibilmente alti, in particolare dopo il 1975, quando fu abolito il sistema a partito unico.

Le elezioni presidenziali del 2000 mostrarono il carattere democratico della politica interna senegalese. Il presidente uscente, Abdou Diouf si era preoccupato di allargare la partecipazione politica e nel paese si erano affermate molte forze di opposizione pacifica tra le quali figurava anche il Partito Democratico Senegalese, formato nel 1974 e avente, sin dalla sua creazione, Aboulaye Wade come segretario generale. Fu proprio lui a vincere le elezioni battendo l’ex-presidente, ormai allo scadere del suo terzo mandato.Per la prima volta nella storia del Senegal il presidente non proveniva dal Partito Socialista.

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Un anno dopo la vittoria di Wade la costituzione fu modificata e tra i maggiori cambiamenti apportati ad essa, convivevano spunti per continuare la democratizzazione del paese, come la possibilità del presidente di essere rieletto una sola volta ed elementi rinforzamento del potere presidenziale, tra cui la possibilità di sciogliere l’assemblea legislativa e l’allungamento del mandato da cinque a sette anni.

Il nuovo presidente si trovò sulle spalle anche il fardello di una guerra intestina, nella regione di Casamance, situata a sud del paese e separata dal resto dei territori statali, escludendo il collegamento ad est, dal Gambia. Gli abitanti della regione, guidati dal Movimento delle Forze Democratiche di Casamance, avevano cominciato gli scontri con le forze governative nel 1982, lamentandosi di essere stati esclusi dalle rendite dal loro territorio, che contribuivano all’arricchimento del nord del paese.  In più, mentre nel resto del Senegal la maggioranza della popolazione è di religione musulmana, nella regione di Casamance c’è una forte concentrazione di cristiani.

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Wade, nel 2004, riesce a firmare un cessate il fuoco con i ribelli; una grande vittoria dal punto di vista politico, ma poco efficace dal punto di vista pratico, visto che gli scontri si placheranno solo nel 2014, quando sarà lo stesso Movimento delle Forze Democratiche di Casamance a dichiarare un cessate il fuoco unilaterale.

Wade provò a fare un passo falso alla fine del suo secondo mandato, nel 2012: dopo aver egli stesso proposto e fatto approvare una modifica della costituzione che tra le altre cose prevedeva un limite di due mandati per il presidente, si candidò nuovamente, grazie all’appoggio della Corte Costituzionale Senegalese. Da queste elezioni uscì però sconfitto, e Macky Sall, esponente di Alleanza per la Repubblica, partito che aveva egli stesso fondato nel 2008, a causa di scontri tra lui e lo stesso Wade, divenne presidente. Con lui un balzo democratico è stato fatto con il referendum tenutosi il 20 marzo dello scorso anno, volto, tra le altre cose, a riportare il mandato presidenziale a cinque anni. Il ‘sì’ si è aggiudicato la vittoria con più del 60% dei voti.

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Il Senegal e il peacekeeping

Il Senegal, grazie alla sua stabilità interna e alla sua reputazione internazionale, è spesso stato uno dei personaggi, se non il protagonista di missioni di pace sotto la bandiera ONU e soprattutto, negli ultimi anni, in collaborazione con gli altri stati facenti parte dell’ECOWAS, la Comunità Economica Degli Stati dell’Africa Occidentale.

L’ECOWAS, o Cédéao, è stata formata nel 1975, per promuovere la cooperazione e l’integrazione tra gli stati dell’Africa Occidentale e con l’obiettivo di costruire un’unione economica tra essi. L’unione avrebbe dovuto inoltre garantire la stabilità dell’area per rafforzarvi la pace e la sicurezza.

ECOWAS

Nel tempo l’interesse dell’istituzione verso l’economia è stato affiancato, nella pratica, dalla necessità di interrogarsi sulla possibilità di intervenire negli affari interni degli stati della regione: in particolare, nel 1999 viene redatto un Protocollo riguardante i meccanismi per la prevenzione e la risoluzione dei conflitti, per il mantenimento della pace e della sicurezza.

All’alba del nuovo millennio cominciarono gli interventi: i primi nel 2003, in Costa d’Avorio per sedare la guerra civile etnica che stava imperversando, e in Liberia, per fermare gli scontri tra i gruppi ribelli e il presidente Charles Taylor; poi nel 2012 ci fu un nuovo intervento in Guinea Bissau, per riportare l’ordine dopo il colpo di stato militare e nel 2013 le truppe degli stati dell’ECOWAS furono impegnate in Mali, per placare la lotta tra il nord del paese, disseminato di gruppi secessionisti, e il governo.

L’azione più recente intrapresa dall’ECOWAS a sostegno della democrazia nel continente nero è datata gennaio 2017: il presidente del Gambia, Yaleya Yammeh, perse le elezioni del 1 dicembre del 2016, afferma di non avere intenzione di lasciare il potere al suo legittimo successore, Adama Barrow, il quale si ritrova costretto a prestare giuramento all’ambasciata del Gambia a Dakar, dopo essersi rifugiato in Senegal. Le forze dell’ECOWAS chiedono più volte a Yammeh di lasciare il potere, minacciando un intervento armato il 19 gennaio, giorno di scadenza del mandato. Non ottenendo il ritiro del presidente, tali forze sorpassano il confine e entrano nel territorio gambiano, dove non trovano nessuna resistenza. Il 21 gennaio Jammeh, dopo aver ripulite le casse statali, è partito per l’esilio in Guinea Equatoriale.

Il Senegal, grazie alle sue precedenti esperienze a livello di peacekeeping con le Nazioni Unite, ha potuto dare un forte contributo. Già nel 1960, i militari senegalesi sono stati impegnati nella missione di peacekeeping dell’ONU in Congo, e negli anni seguenti in Egitto, in Libano, nella Repubblica Centrale Africana, nella Repubblica Democratica del Congo e, più recentemente in Sudan. Anche le due missioni a cui il Senegal ha partecipato come stato ECOWAS in Costa d’Avorio e in Liberia, erano sotto la bandiera delle Nazioni Unite.

Senegal

Oggi il Senegal è il maggior contributore militare tra gli stati dell’ECOWAS, fornendo intorno alle 3600 unità. Le capacità di peacekeeping delle forze senegalesi sono ormai riconosciute a livello internazionale. Forti sono le vittorie ottenute da queste, soprattutto durante le missioni ECOWAS, istituzione che sembra avere evidenti capacità di risoluzione dei conflitti e mantenimento della pace, pur dovendo spesso collaborare con forze ONU nella fase di ricostruzione post-conflitto. Purtroppo però, mentre il numero di soldati e di forze di polizia che il Senegal mette a disposizione per i contingenti internazionali e regionali è in crescita, la quantità di esperti, come mostrato dal grafico qui sopra, è rimasta pressoché invariata nel tempo.

Meriti e discrediti

Il Senegal ha inoltre dimostrato le sue capacità come sponsor della pace e della democrazia, così come le sue intenzioni di mantenere sicura la zona dell’Africa Occidentale nel 2015, il 18 settembre, quando Macky Sall, in veste di presidente dell’ECOWAS e il leader del Benin, Boni Yayi, si sono recati in Burkina Faso, nella capitale Ouagadougou, per restaurare le procedure costituzionali e per ottenere il  rilascio del presidente Michel Kafando, incarcerato dai golpisti, capeggiati da Gen Gilbert Diendéré, dopo il colpo di stato del giorno precedente.

Gilbert Diendere

Un ulteriore evento ha rappresentato, lo scorso anno, il rilievo dato al Senegal, quanto meno a livello regionale. Il 30 maggio 2016, alla corte di appello di Dakar, il presidente della Camera Straordinaria Africana, costituita per volere dell’Unione Africana nel 2013, ha dichiarato Hissène Habré, ex dittatore del Chad, colpevole di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La sentenza ha avuto un impatto altisonante a livello internazionale, avendo attribuito all’Africa, al Senegal in particolare, la capacità di gestire le proprie crisi e giudicare i propri criminali, schierandosi in difesa dei diritti umani.

Nonostante tutto ciò sembra che la gloria del Senegal sia riconosciuta a livello internazionale, ma non a livello regionale, infatti alle elezioni per la presidenza dell’Unione Africana di quest’anno il senegalese Abdoulaye Bathily, pur essendo uno dei due favoriti, non ha vinto. Le cause della mancata ricezione di alcuni dei voti previsti sembrano risiedere nell’idea che lui sia un fantoccio manovrato dalla Francia e che si sia schierato troppo in favore del Marocco, uscito dall’Unione nel 1984, per la disputa sul Sahara Occidentale .

Fonti e Approfondimenti

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