Independentismi in Africa: il caso della Casamance in Senegal

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di Luca Perrone

In ogni parte del mondo fioriscono movimenti indipendentisti improntati alla riscoperta di localismi geografici. Anche l’Africa deve tener conto delle molte “Catalogne” che sono nate al suo interno. Con questo articolo apriremo una rassegna che andrà a raccontare alcuni, i più importanti, i più emblematici, casi di spinte indipendentiste e autonomiste del continente nero.

La Casamance è la regione più meridionale del Senegal ed è abitata dagli Jola, i quali, dal 1982, hanno iniziato una lunga guerra contro Dakar per ottenere l’indipendenza. Per capire le ragioni che hanno portato questa etnia allo scontro diretto con la capitale senegalese, è necessario approfondire le peculiarità storiche e sociali che caratterizzano la regione. Gli Jola sono cristiani in un paese a prevalenza musulmano, sono economicamente, socialmente e politicamente discriminati dal resto del Senegal che viene percepito come uno stato lontano, un’entità esterna – a cui la Casamance è solo parzialmente collegata poiché il Gambia si trova tra le due – e separa le regioni cristiane da quelle musulmane.

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I rapporti tra il Senegal e il Gambia non sono mai stati ottimali: nel gennaio del 2017, il Gambia è stato invaso dalle truppe della coalizione ECOWAS, di cui il Senegal fa parte, per sostenere le rivendicazioni del candidato presidenziale Adama Barrow contro lo stato d’emergenza evocato dal presidente uscente Jammeh. In questa occasione, mentre il Senegal prendeva parte alla missione Restore Democracy della coalizione ECOWAS, l’MFDC della Casamance si schierò apertamente con Jammeh e con le forze reazionarie del Gambia.

Il problema del separatismo in Casamance, però, è molto più antico: già ad inizio novecento, infatti, la regione aveva dato i natali a numerosi movimenti di resistenza anticoloniali che cercarono in tutti i modi di mantenere bassa la penetrazione francese nel territorio: nel 1917 il generale Van Vollenhoven fu costretto ad ammettere che “non abbiamo la padronanza della situazione in Casamance, vi siamo appena tollerati”.

Il Movimento delle Forze Democratiche della Casamance (MFDC) venne ri-fondato, così com’è oggi, nel 1982 da Padre Senghor, sacerdote cattolico originario della Casamance, d’etnia Jola. Prima di allora, negli anni ’40, era esistita già una organizzazione politica, espressione però delle elite coloniali bianche francesi, che si batteva affinché la regione entrasse nella zona d’influenza francofona del Senegal e non in quella Anglofona, del Gambia. L’obiettivo, più spesso dichiarato dai padri fondatori del 1947, non era quello di portare avanti una causa indipendentista della Casamance, bensì garantire alla Casamance il giusto riconoscimento all’interno delle istituzione senegalesi.

 

Dal 1960 al 1982 il paese venne governato da Leopold Senghor che avviò numerose politiche di accentramento statale sia della politica sia dell’economia delle varie regioni del Senegal: il processo politico di Senghor mirava a ridurre le differenze sociali tra le diverse etnie cercando di creare non solo un’economia quanto più possibile comune, ma anche un patrimonio culturale che potesse avvicinare gli Jola al resto della popolazione.

Il tentativo di Senghor fallì nel 1982 quando violente proteste scoppiarono nella Casamance e portarono alla ribalta l’MFDC con la sua politica basata sull’uso delle armi per raggiungere l’indipendenza della regione. Gli Jola, in particolar modo, rifiutarono in toto l’autoritarismo del governo Senghor che puntava allo smantellamento delle diverse etnie culturali senegalesi per creare un unico patrimonio e sentimento culturale. Gli Jola protestavano anche contro la grande quantità di risorse naturali che dalla Casamance venivano dirottate su Dakar, senza però che la regione meridionale ne ricevesse un significativo aumento di ricchezza. Il malessere Jola, nato già a ridosso delle due grandi guerre mondiali quando la Francia arruolò in gran numero i senegalesi nel proprio esercito, dopo essere stato nascosto per così tanto tempo, esplose in tutta la sua violenza.

Il territorio della Casamance sprofondò così in uno stato definito più volte di “non pace” per identificare la guerriglia dell’MFDC che impegnava l’esercito di Dakar in una lunghissima ed estenuante guerra fatta di piccoli agguati, movimenti di resistenza molto ben radicati nel territorio e brevi scontri armati.  La propaganda  della MFDC punta moltissimo sull’identificazione tra l’organizzazione stessa e il territorio della Casamance: l’obiettivo è quello di presentarsi come l’unico interlocutore della volontà generale delle popolazioni Jola, nonostante molti di loro non condividano affatto le strategie messe in campo dalle MFDC.

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Resta dunque aperta una questione: il partito paramilitare fondato da Senghor è da considerare come un’espressione etnica o come un’espressione geografica di un malessere comunque molto diffuso nelle regioni più distanti da Dakar? Malessere non significa però indipendentismo: Jean Marie Biagui, segretario generale delle MFDC dal 2001, in un lungo articolo, ha espressamente detto che la “mancanza di un’adesione franca obiettiva alla rivendicazioni del MFDC da parte del popolo casamançais, per quanto legittima, fu il colpo di grazia che portò al fallimento definitivo delle dinamiche indipendentiste”. Dopo oltre trent’anni di “conflitto a bassa intensità”, come viene classificata la guerra in Casamance dalle istituzioni internazionali, con almeno 60.000 sfollati e migliaia tra morti e feriti, il governo centrale di Dakar firmò un primo cessate il fuoco nel 1991 con il movimento Attika, corrente armata delle MFDC. Le violenze perpetrate da ambo le parti sulla popolazione civile spinsero l’opinione pubblica nazionale e internazionale a fare pressioni affinché l’esercito regolare senegalese cercasse di aprire una via diplomatica per la risoluzione del conflitto. Il processo di pace naufragò definitivamente due anni più tardi quando scoppiarono nuovamente le violenze tra soldati regolari e ribelli.

Un’ennesima tregua è stata firmata nel 2004 e ha permesso di ridurre drasticamente la violenza nella regione, senza avviare però un serio processo di pace tra le popolazioni coinvolte. Molti in Senegal, e soprattutto in Casamance, sono convinti che la pace sia servita solo al presidente Wade per ottenere prestigio internazionale e nulla di più. La tregua stilata non accenna minimamente al futuro assetto politico della regione, considerata da Dakar di importanza strategica a causa dei suoi fertili terreni e delle altre risorse naturali, in primis le foreste che abbondano nella regione.

La situazione resta tesa, come dimostra l’eccidio di Bayotte di inizio 2018: tredici persone, tra cui alcuni adolescenti, sono rimasti uccisi in un agguato armato. L’esercito di Dakar ha da subito incolpato i separatisti armati di essere gli autori della strage, mentre l’MFDC rigetta le accuse e punta il dito soprattutto sui contrabbandieri. L’obiettivo comune è quello di evitare una nuova escalation della violenza nella regione, ma finché la tregua non si tramuterà in un serio processo di pace, in molti crederanno che solo le armi possano tenere sotto controllo la situazione, senza comunque risolvere la crisi.

Infatti, l’ultima manifestazione pacifica in Casamance è stata brutalmente repressa dalle forze dell’ordine di Dakar: la tregua armata non gode di ottima salute. Come giustamente scrive Mamoudou Tounkara, giornalista del quotidiano senegalese Le Quotidien, sarebbe necessario da parte dello Stato avviare in Casamance una grande offensiva pacifica di integrazione politica e sociale che porti la regione cristiana ad essere protetta dalla Costituzione stessa e ad essere inclusa, e non esclusa, dallo stesso stato di cui fa parte. La ribellione è frutto di povertà, esclusione e sfruttamento: avviando politiche di ridistribuzione della ricchezza e di convivenza politica, l’MFDC perderà progressivamente terreno. Altrimenti, avverte Tounkara, rimarrà la soluzione delle armi. E in quel caso non ci sarà nessun vincitore.

 

Fonti e approfondimenti

 

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