Una nuova visione saudita

L’Arabia Saudita sta attraversando una fase estremamente delicata ed incerta della sua storia, le cui conseguenze avranno ripercussioni sia a livello di stabilità economica e politica interna che a livello internazionale.

Negli ultimi anni le finanze del regno si sono ridotte notevolmente. Due fatti in particolare hanno richiesto un notevole impiego di denaro da parte di Riyad: la guerra sul prezzo del petrolio e il conflitto in Yemen. Si tratta di due eventi in cui essa stessa si è lanciata ma il cui esito è stato decisamente negativo nel primo caso e ancora troppo incerto e critico nel secondo, dove invece che raggiungere obiettivi strategici si è giunti ad una vera e propria crisi umanitaria.

Vision 2030

Nell’aprile 2016 è stato presentato Vision 2030, il progetto con il quale il governo intende risanare e modernizzare la propria economia. Il principale promotore è Muḥammad bin Salmān, ministro della Difesa, capo del Consiglio per gli Affari Economici e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, nonché eccezionalmente nominato dal padre Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd, re dal 2015, vice principe ereditario.

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I tre temi principali attorno ai quali ruota Vision 2030 sono: «a vibrant society, a thriving economy and an ambitious nation» («una società attiva, un’economia fiorente, una nazione ambiziosa»). Il principe ha sottolineato come l’Arabia Saudita sia il cuore del mondo arabo e islamico, ricca di risorse e potenzialità, nonché geograficamente portata ad essere punto di incontro fra tre continenti, Asia, Europa ed Africa, ed epicentro dei commerci, soprattutto marittimi. La nuova visione per il regno è diventare un centro di investimento globale seguendo la via di una sempre maggiore indipendenza dal petrolio e investendo nella creazione di una economia più diversificata e sostenibile.
Il petrolio è stato il motore dell’economia saudita, con il quale la società si è sviluppata fino a diventare uno degli stati più ricchi al mondo; costituendo però anche un enorme fattore di instabilità, non sembra essere più il futuro del paese.

Nel programma attuativo forse più importante, sono state proposte 543 riforme che coinvolgono 24 tra ministeri e aziende governative. Lo scopo è individuare ed ottenere obiettivi specifici in svariati ambiti: pareggio di bilancio, diminuzione dei sussidi, creazione di impieghi, incentivazione del settore privato, ristrutturazione dei dipartimenti pubblici.

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Già dal 2016 erano stati aggiunti come fonti di finanziamento un prestito concesso da un consorzio di banche occidentali e asiatiche e, per la prima volta nella storia saudita, l’emissione di debito pubblico – pratica che continuerà ad essere utilizzata.
Il bilancio dello stato è in deficit da qualche anno, per cui l’obiettivo descritto in Vision 2030 è di riportarlo in pareggio entro il 2020. Il settore finanziario avrà un ruolo sempre più importante.

La riforma più pubblicizzata del progetto riguarda la quotazione di Aramco, la compagnia petrolifera di stato, prevista tra il 2018 e il 2019 per circa il 5%, una cifra il cui valore si stima essere tra i 2.000 e i 2.500 miliardi di dollari.
Altre riforme prevedono la diminuzione dei sussidi ai cittadini e l’introduzione di un sistema di tassazione indiretto. Quest’ultimo contempla ad esempio l’introduzione dell’IVA al 5%, un’imposta sulla terra inutilizzata, o ancora imposte su tabacco e bibite zuccherate: non verrà tassato comunque il reddito di privati e aziende, in modo tale da non rompere il contratto sociale e non scoraggiare l’afflusso di capitale straniero.

Il governo guarda quindi a nuovi settori: miniere, siderurgia, petrolchimica, industria manifatturiera, commercio al dettaglio e all’ingrosso, turismo, servizi finanziari, edilizia. A questo proposito, si stima che gli investimenti che il governo dovrebbe stanziare per sottostare ai propri obiettivi ammontino a circa 4 mila miliardi di dollari. Riyad ha inoltre intenzione di sviluppare una propria industria della difesa, riducendo in questo modo la dipendenza dalle importazioni e creando opportunità lavorative per i propri cittadini.
Un altro impegno assunto dal principe è anche quello di ridurre la disoccupazione di 4 punti percentuale, portandola al 7%.

L’intero progetto Vision 2030 è concepito per correggere le principali debolezze e gli squilibri economici del regno con l’intento di perseguire una crescita bilanciata. Modernizzare l’economia, ridurre la volatilità e aumentare la produttività sono concetti che l’appena trentenne Muḥammad ha ben chiari.
A questo proposito è necessario un forte incentivo allo sviluppo del settore privato, in modo tale che questo contribuisca in modo più significativo alla formazione del Pil; l’obiettivo è portare il suo contributo dal 40 al 65% e per quanto riguarda le piccole e medie imprese dall’11 al 35%.

Si tratta di una visione tutt’altro che semplice da realizzare sotto vari punti di vista: il piano porta con sé riforme non solo di carattere economico, ma anche sociale e culturale.

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Al centro re Salman, alla sua destra il principe ereditario Muhammad bin Nayef, alla sua sinistra il figlio e vice principe ereditario Muhammad bin Salman

Le difficoltà del progetto

L’Arabia Saudita non ha certo una storia dello sviluppo spiccatamente imprenditoriale e circa il 70% dei lavoratori è impiegato nel settore pubblico; inoltre, la disoccupazione giovanile è pari al 40%. Sarà quindi necessario migliorare la qualità dell’istruzione promuovendo la formazione di figure professionali competenti e competitive che possano trovare impiego nel settore privato.
Il carattere della società saudita è conservatore e l’attuazione del programma, i cui propositi sono di per sé lodevoli, potrebbe incorrere in problemi od ostilità per il cambiamento culturale che richiedono. L’istruzione stessa è influenzata dall’establishment religioso; non tutti gli impieghi privati possono essere altamente remunerativi e prestigiosi; il proposito di aumentare anche la partecipazione femminile non menziona però proposte concrete per facilitare l’ingresso delle donne al marcato del lavoro o l’ottenimento di più diritti.

Nel breve termine i privati si troveranno davanti ad una situazione più austera rispetto quella a cui sono sempre stati abituati; le multinazionali, invece, potranno trarre grandi opportunità.

Tasto estremamente dolente è quello della trasparenza, totalmente mancante nella gestione della società saudita ma strettamente necessaria se il governo propone l’emissione di debito pubblico e la quotazione di Aramco. Proprio in questo senso con «ambitious nation» il governo spinge verso una gestione dello stato via via sempre più efficace, affidabile, trasparente, che promuova efficienza e responsabilità a tutti i livelli.

Alcuni settori per poter svilupparsi e crescere necessitano di un forte investimento iniziale e le basse quotazioni del greggio non aiutano questo senso. Ci sono voci che invece considerano la fretta e gli squilibri contabili come un forte input alla realizzazione di investimenti e alla creazione di un nuovo sistema di welfare.

La figura del vice principe

Muḥammad bin Salmān ha scosso l’assetto del regno. Da sottolineare è la sua volontà di stabilire una connessione con i giovani sauditi e di parlare in loro favore, cosa che nessun membro della famiglia reale aveva mai fatto prima d’ora; contando che più della metà della popolazione è under 25, non si tratta di una cosa di poco conto. In più si sta impegnando molto a favore della meritocrazia.

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Muhammad bin Salman alla presentazione di Vision 2030

Non è la prima volta che il governo promuove delle riforme, ma i precedenti tentativi hanno sempre fallito. Il motivo è che ci sono ancora troppe voci conservatrici che si oppongono fortemente al cambiamento, contro le quali già diversi re si sono scontrati in passato. Muḥammad, al contrario, vuole intraprendere la strada del dialogo con chi vuole preservare lo status quo o con i religiosi più conservatori, con una strategia basata sulla persuasione e il coinvolgimento, perché, a parer suo, sono pochi quelli con cui è davvero impossibile ragionare.

Per far sì che Vision 2030 abbia successo, ci deve essere consenso tra i Saud, storicamente divisi in diverse fazioni familiari. I cambiamenti che si prospettano sono profondi e con probabilità porteranno instabilità: per questo motivo il progetto ha diviso le opinioni tra chi vi si oppone totalmente e chi invece appoggia il giovane principe. D’altro canto, l’attuale sistema economico e l’assetto del regno sono già fortemente instabili, per cui Vision 2030 non sembra più un optional ma una vera e propria àncora di sopravvivenza per il regno.

Fonti:

http://vision2030.gov.sa/en 

http://www.limesonline.com/cartaceo/visioni-saudite

http://www.limesonline.com/cartaceo/se-larabia-diventa-uno-stato-fallito

https://www.foreignaffairs.com/articles/saudi-arabia/2016-10-12/kingdom-coming?cid=int-rec&pgtype=art

https://www.foreignaffairs.com/articles/saudi-arabia/2017-01-05/can-mohamed-bin-salman-reshape-saudi-arabia

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