L’oro blu del Medio Oriente: la dissalazione dell’acqua di mare

L’acqua dolce è un bene estremamente prezioso, soprattutto in Medio Oriente e Nord Africa. Uno dei metodi più utilizzati per ottenerla è quello della dissalazione, ovvero la rimozione del sale dall’acqua marina. Tali tecnologie comportano una serie di conseguenze a livello ambientale ed economico.

La mancanza di acqua e la dissalazione

Quello dell’acqua rappresenta uno dei problemi più importanti al mondo. Ciò è specialmente vero in diversi Paesi del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, e più specificamente nella zona del Golfo, nei quali ottenere acqua potabile sta diventando sempre più difficile. Dato il livello di aridità della regione, non è possibile sperare di fornire risorse idriche sufficienti alla popolazione solo tramite precipitazioni o bacini idrici naturali. La Banca Mondiale ha infatti stimato che, tra il Medio Oriente e il Nord Africa, ben diciassette Paesi si trovano sotto i limiti minimi legati al consumo d’acqua, e che in una zona abitata da oltre il 6% della popolazione si trova soltanto l’1% di tutte le risorse idriche presenti sul pianeta.

Le soluzioni al problema sono principalmente due. Una è l’importazione di acqua dolce destinata alla produzione e alla commercializzazione di beni e servizi, cioè della cosiddetta “acqua virtuale“, che è diventata una vera e propria fonte esogena di acqua. A questo proposito, si deve sottolineare quanto i settori agricolo e alimentare richiedano un utilizzo di acqua di gran lunga superiore a quella utilizzata nelle altre attività. L’altra soluzione, più diretta, è quella di purificare l’acqua marina, rendendola dolce in un processo chiamato dissalazione.

Le tecnologie di dissalazione si sono molto evolute nel corso degli anni, soprattutto grazie all’altissima domanda proveniente proprio dai Paesi mediorientali e africani. Molta strada è stata fatta dall’inaugurazione del primo impianto, costruito nel 1965 in California. Ad oggi, l’International Desalination Association (IDA) stima che oltre 20.000 impianti in tutto il mondo offrano acqua potabile a trecento milioni di persone. La gran parte di questi si trova nel Golfo Persico, leader mondiale nel settore, dove in alcuni Paesi l’acqua trattata tramite dissalazione rappresenta il 90% di quella utilizzata dalla popolazione.

La dissalazione tra tecnologia e ambiente

Nel corso degli anni sono state utilizzate tecniche differenti per purificare l’acqua marina. Esistono tre tipologie principali di impianti di dissalazione: evaporativi (o termici), a permeazione e a scambio ionico. Senza entrare nei dettagli tecnici, c’è da sottolineare come le differenti tecnologie comportino diversi impatti ambientali.

Gli impianti termici sono più adatti al trattamento di grandi quantità d’acqua e sono stati tra i primi a essere progettati. Sono considerati ad oggi obsoleti, soprattutto a causa della grande quantità di materiale di scarto prodotto – la cosiddetta salamoia, una melma ipersalina il cui smaltimento può rappresentare fino a un terzo dei costi totali per il singolo impianto. Data la grande diffusione di questi impianti nel corso degli anni Ottanta e Novanta, la gran parte dei processi di dissalazione in Medio Oriente sono condotti proprio tramite essi. Di conseguenza, oltre metà della salamoia globale viene prodotta dai soli Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar, i Paesi leader nel settore.

Più promettenti sembrano gli impianti a permeazione, specialmente quelli a osmosi inversa di ultima generazione. Questi si basano sull’utilizzo di membrane semipermeabili: l’acqua salata viene spinta contro di esse, a una pressione superiore a quella osmotica, generando un flusso di scarto salato e uno di acqua purificata. Tale processo può produrre acqua purificata a percentuali tra il 90 ed il 99.9%, ed è ad oggi considerato lo standard in termini di qualità. Questo viene utilizzato principalmente negli impianti europei e statunitensi, anche se negli anni recenti diversi Paesi mediorientali si stanno dotando di questo tipo di tecnologie per i nuovi impianti.

Caso a parte sono le tecnologie a scambio ionico, utilizzate per purificare quantità di acqua troppo ridotte per poter interessare i grandi produttori mondiali di acqua dissalata.

Gli interessi economici, tra Medio Oriente ed Europa

Il problema della carenza di risorse idriche è più o meno comune in tutta la regione del Nord Africa e del Medio Oriente, eppure sono soprattutto le economie petrolifere del Golfo a primeggiare nel settore della dissalazione. L’altezza della posta in gioco per questi Paesi è infatti molto alta: è stato stimato, ad esempio, che il 65% del PIL saudita sia minacciato da problemi legati alla mancanza d’acqua, con la stessa percentuale della popolazione a rischio nel caso non vengano presi provvedimenti. Inoltre, sono noti i problemi legati all’eccessiva importanza del petrolio in tali zone. Nel Golfo si avverte perciò la necessità tanto di correre ai ripari, quanto di diversificare la propria economia in un settore di importanza nazionale.

Una seconda osservazione è, di nuovo, legata al petrolio e all’altissima quantità di energia che gli Stati del Golfo hanno a propria disposizione. Gli impianti evaporativi, che vanno per la maggiore nella regione, richiedono un notevole sforzo energetico per funzionare a pieno regime, un problema relativo per Paesi come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, che dispongono di grandi quantità di energia a basso costo. Ecco che quindi acqua e petrolio si legano nel contesto energetico mediorientale – con la prima che diventa più preziosa del secondo.

La conseguenza è che si è cominciato a parlare di “acqua dei ricchi”, in quanto solo i Paesi con le disponibilità economiche sufficienti per poter investire negli impianti di dissalazione possono permettersi di utilizzare queste tecnologie. Non a caso, il 60% degli impianti mondiali si trova nel solo Golfo Persico, con l’Arabia Saudita che detiene il 30% della capacità globale di dissalazione. Gli altri attori più importanti sono i già citati Emirati Arabi Uniti, il Kuwait e il Qatar, a cui si aggiunge Israele. Ad aggravare le cose, va considerato il fatto che l’acqua dissalata costa dalle due alle tre volte in più rispetto alla normale acqua dolce, richiedendo costi impegnativi anche dal lato della domanda.

In questo contesto si aggiungono le compagnie europee legate alla dissalazione, attirate da un mercato in costante espansione. Leader in questo senso è la Spagna, che tocca il 9% della produzione e si pone come uno degli attori più importanti anche a livello mondiale, grazie a compagnie come Acciona, Cadagua, Tedagua e Befesa. Seguono Francia e Italia – Fisia Italimpianti ha partecipato allo stabilimento di alcuni dei più grandi impianti di dissalazione al mondo – e a ruota gli altri Paesi europei.

Le aziende europee, complici anche le linee guida più stringenti imposte dall’Unione europea, tendono a essere più all’avanguardia delle loro controparti mediorientali. Questo è vero soprattutto a livello ambientale, con un’attenzione maggiore posta sulle tecnologie a osmosi inversa e sugli utilizzi alternativi della salamoia di scarto. In questo senso, tali aziende potrebbero porsi come esempio, ponendo degli standard qualitativi e ambientali tali da essere presi come modello di riferimento da aziende nuove o da altri Stati mediorientali o nordafricani che volessero entrare nel mercato dell’acqua. Una tendenza che sarebbe ulteriormente semplificata dai tentativi, da parte delle aziende europee, di abbassare i costi legati a tali tecnologie, rendendole meno dipendenti da alte disponibilità di energia.

Un aspetto fondamentale, soprattutto dal punto di vista della regolamentazione ambientale, può essere giocato dall’Unione europea stessa, e dal suo protagonismo di natura legislativa. È noto come l’Unione, nonostante tutte le sue debolezze istituzionali, si ponga come principale baluardo globale per la difesa dell’ambiente. La nuova Commissione von der Leyen, tra l’altro, ha posto ulteriormente l’accento su questa questione, grazie all’idea del “Green Deal” e al fatto di legare l’innovazione industriale alla ricerca della sostenibilità ambientale.

Potrebbe essere quindi possibile che l’Unione decida di intervenire e regolamentare ulteriormente anche il settore legato all’acqua. Altro modo in cui Bruxelles potrebbe favorire lo sviluppo di nuove tecnologie pulite nel settore è legato al budget pluriennale – il Multiannual Financial Framework, MFF – a tutt’oggi in corso di discussione. Se l’Unione decidesse di fornire più denaro a questi programmi e fondi destinati all’innovazione tecnologica, i benefici potrebbero essere molti, e trascendere il territorio europeo in quanto tale.

 

Fonti e approfondimenti

We Build Value, Medio Oriente e Nord Africa, lo spettro della siccitàWe Build Value, 24/10/2018

James, J. Export oil, import water – the Middle East’s risky economicsThe New Humanitarian, 05/03/2013

Green Report, Nel mondo l’acqua è sempre più scarsa e aumentano i dissalatori e il recuperoGreenreport.it, 17/06/2019

Fisia Italimpianti, Un nuovo futuro per la dissalazione, The future of water, 17/09/2019

Focus, I dissalatori d’acqua sono indispensabili, ma producono scorie pericolose per l’ambienteFocus, 23/01/2019

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