L’oro blu del Medio Oriente: la sfida comune di Israele e Arabia Saudita

Segni della siccità in Medio Oriente

con la collaborazione di Linda Deregibus

Le guerre per il controllo delle più importanti fonti d’approvvigionamento idrico sono una costante nella storia dell’umanità. Il Medio Oriente non fa eccezione: la forte aridità del terreno, la scarsità delle piogge e la presenza di risorse idriche condivise tra diversi Stati rendono la regione, già abbastanza instabile politicamente, il luogo ideale per lo scoppio di “guerre per l’oro blu”.

I principi generali alla base della gestione dei bacini comuni sono stati codificati nel 2004 nel corso della Conferenza di Berlino sulle risorse idriche, che ha ripreso quanto stabilito nel 1997 dalla Convention on the Law of the Non-Navigational Uses of International Watercourses delle Nazioni Unite. Tuttavia, in Medio Oriente nessun bacino d’acqua è gestito tramite un trattato internazionale che coinvolga tutti gli Stati. L’effettivo controllo delle fonti d’acqua viene determinato dalla forza, spesso militare, degli Stati. Si potrebbe dire che tuttora in Medio Oriente vige il “realismo idrico”.

Ma la posizione di “forza” non viene determinata solamente dalla disponibilità di risorse idriche convenzionali. Ne sono una dimostrazione Israele e Arabia Saudita, due Paesi che scarseggiano di acqua dolce a fronte di una domanda interna molto ampia, e che per far fronte al proprio fabbisogno idrico si avvalgono sempre più di acque desalinizzate e riciclate. Le due potenze sono leader mondiali nel settore: analizzare le loro strategie d’approvvigionamento idrico può aiutare quindi a mettere in risalto alcuni dei rapporti di forza presenti nella regione.

Innovazioni tecniche e azioni militari: la strategia israeliana

La questione idrica è in cima alle priorità dello Stato ebraico. Israele ha da sempre dovuto fare i conti con una sistemica mancanza d’acqua, potabile e non: le piogge si concentrano nei mesi invernali e prevalentemente nella regione centro-settentrionale del Paese, mentre la parte meridionale ha un clima desertico. Le risorse idriche a disposizione si dividono tra convenzionali – falde acquifere e acque di superficie – e non convenzionali – riutilizzo delle acque reflue trattate e desalinizzazione dell’acqua di mare e di quelle salmastre.

A livello geopolitico, le risorse che suscitano maggiore interesse sono quelle di tipo convenzionale. Fin dalla prima guerra arabo-israeliana nel 1948, la questione idrica è emersa come una delle tematiche più controverse nei rapporti tra Israele e i vicini arabi, con cui condivide queste risorse. Il perenne conflitto e il conseguente mancato accordo anche sulla gestione delle acque hanno dato luogo a una serie di tensioni e scontri che hanno determinato, in taluni casi, le sorti della storia.

Al centro delle dispute troviamo in particolare le risorse del bacino del Giordano, che lo Stato ebraico condivide con Giordania, Siria, Libano e Cisgiordania. Dagli scontri del 1953 con la Siria fino alla Guerra dei sei giorni del 1967, Israele e gli altri Stati rivieraschi hanno intrapreso numerose azioni militari per proteggere i propri interessi e i propri progetti di deviazione delle acque del bacino. Ad oggi Israele controlla la maggior parte di queste risorse e ha l’accesso esclusivo alle acque del Lago di Tiberiade.

Inoltre, lo Stato ebraico conta anche sulle risorse della falda acquifera montana che condivide con la Cisgiordania, territorio occupato dal 1967. La gestione di queste acque è al centro di un’altra disputa: mantenerne il controllo rappresenta uno dei motivi che spiegano le posizioni intransigenti di Israele per quel che riguarda la definizione dei propri confini e la questione delle colonie.

Nel frattempo, e soprattutto a seguito di un lungo periodo di siccità iniziato nel 2005, il Paese ha investito molto nella realizzazione di impianti per il trattamento delle acque reflue e delle acque di mare. Oggi si stima infatti che lo Stato ebraico ricicli circa l’87% delle acque di scarico domestiche, che vengono poi utilizzate soprattutto per uso agricolo, ed è diventato uno dei leader a livello mondiale nella produzione di acqua desalinizzata. A circa 15 km da Tel Aviv si trova infatti l’impianto di desalinizzazione a osmosi inversa Sorek, il più grande di questo genere al mondo.

Il Lago di Tiberiade lungo il corso del Fiume Giordano. Fonte: Wikimedia

Il lago di Tiberiade (Sea of Galilee) lungo il corso del Fiume Giordano. Fonte: Wikimedia

Il sistema saudita alla prova della sostenibilità idrica

Se l’azione militare è stata determinante per le conquiste di Israele, anche per quel che riguarda il controllo delle importanti risorse idriche regionali, l’Arabia Saudita ha ereditato un patrimonio considerevole nel proprio sottosuolo. E non parliamo solo di petrolio, ma anche di acqua. Se è vero che il Regno manca quasi completamente di acque superficiali, il suo sottosuolo è ricco di risorse idriche, la maggior parte delle quali sono di origine fossile: è stato calcolato che all’inizio degli anni ’80 tale patrimonio ammontasse a 500 km cubi d’acqua.

I giacimenti d’acqua sottostanti le zone desertiche sono stati per lungo tempo la principale fonte di approvvigionamento per gli agglomerati urbani della Penisola Arabica. Per far fronte al fabbisogno di acqua, in crescita soprattutto nei settori urbano e industriale, in tempi recenti si è arrivati a estrarre fino a 21 km cubi all’anno, una quantità però così alta da mettere a repentaglio la disponibilità futura di queste risorse. Le acque fossili si trovano infatti a una notevole profondità nel sottosuolo e la loro estrazione non viene compensata in maniera adeguata dalle precipitazioni, che sono decisamente scarse in quasi tutta la penisola.

Quindi, nonostante le ingenti riserve, l’utilizzo non sostenibile di queste risorse, sommato alle condizioni climatiche e geomorfologiche del Paese, ha spinto l’Arabia Saudita a investire nella diversificazione delle fonti e a implementare nuove strategie per il risparmio di acqua.

Tra queste possiamo citare la decisione di ridurre la quantità di acqua impiegata nel settore agricolo. Per fare ciò, il Regno ha deciso per esempio di cessare la produzione interna di grano in maniera graduale a partire dal 2007, e di ridurre gli incentivi per la produzione di cereali. Così facendo è stato messo un punto alla strategia promossa a partire dal 1983 che mirava a rendere il Paese autosufficiente nella produzione di grano, ma che era diventata ormai insostenibile data l’enorme quantità di acqua necessaria.

La produzione di grano è stata quasi totalmente sostituita con altri tipi di colture, come ulivi e palme da datteri, che tuttavia non sono molto meno dispendiose dal punto di vista idrico. Inoltre, il Regno sta ancora affrontando le conseguenze della grande siccità d’inizio anni Duemila.

Gli sforzi fatti nel settore agricolo sono stati accompagnati da altri piani finalizzati alla riduzione del consumo di acqua. Nel marzo 2019 è stato lanciato il Qatrah program, un’iniziativa che promuove metodi per razionalizzare l’utilizzo di acqua a livello industriale e domestico, e che mira a sensibilizzare i singoli sull’importanza di ottimizzare le risorse modificando le proprie abitudini al fine di contenere gli sprechi. Il Paese ha infatti uno tra i più alti livelli medi di consumo pro-capite d’acqua, pari a circa 263 litri al giorno nel 2019.

Un’ulteriore misura è stata il coinvolgimento del settore privato e lo stanziamento di investimenti per la costruzione di impianti per il trattamento delle acque reflue. Queste iniziative rientrano nel National Transformation Program 2020 e nel più ampio piano di sviluppo socioeconomico promosso dal Regno nel 2016, Vision 2030.

Eppure, il Paese sembra prigioniero delle proprie manie di grandezza: mentre alla popolazione si chiede di diminuire l’utilizzo d’acqua, la monarchia sta portando a termine il Red Sea Project, un polo turistico della grandezza del Belgio che potrà accogliere un milione di visitatori l’anno. La realizzazione di questo progetto e il suo mantenimento richiederanno un immenso utilizzo di acqua, che andrà a gravare sulla già fragile sostenibilità idrica del modello saudita.

Allo stesso tempo, il Regno ha investito per differenziare le proprie fonti di approvvigionamento di acqua, in particolare puntando sulla dissalazione dell’acqua di mare. Attualmente l’Arabia Saudita dispone di 31 impianti di dissalazione ed è uno dei Paesi leader nella produzione di acqua dolce attraverso il processo di desalinizzazione a livello mondiale. Si stima che ad oggi circa la metà dell’acqua consumata nel Regno provenga da questi impianti, e la cifra è destinata a crescere. Gli impianti richiedono, però, una notevole quantità di energia: ma se da una parte il Regno abbonda di oro nero, dall’altra, la direzione indicata in Vision 2030 punta a diversificare l’economia saudita e svincolarla dal petrolio.

Una sfida comune

Israele e Arabia Saudita possono apparire come rivali, eppure, negli ultimi anni si è potuto notare un certo, cauto, avvicinamento tra i due Paesi. Banalmente, entrambe le potenze hanno un nemico comune, l’Iran, e sono partner strategici per gli Stati Uniti. In vari ambiti hanno, quindi, una convergenza di interessi. E, come abbiamo visto, un’altra caratteristica che li accomuna è l’enorme fabbisogno di acqua che devono soddisfare, che li ha portati a diventare leader nel campo della dissalazione di acqua di mare e del riciclaggio di acque reflue.

Con la diminuzione delle riserve a disposizione, dovuto alla crescente domanda, all’eccessivo sfruttamento che se ne è fatto finora e ai cambiamenti portati dal riscaldamento globale, sembra che la grande corsa all’acqua sia appena iniziata. Le maggiori potenze regionali stanno sfruttando tutte le proprie capacità economiche, tecniche e militari per poter assicurare la sopravvivenza del loro sistema. Inoltre, è interessante notare come questa loro posizione possa diventare una leva politica ed economica e aprire a nuove forme di intesa tra i Paesi della regione.

 

Fonti e approfondimenti

Safadi, Mike, “The Middle East: From oil wars to water wars?”, An-Nahar,  10/8/16

R. Jacobsen, Israel Proves the Desalination Era Is Here, Scientific American – from Ensia, 29/07/2016

Malek, Caline, “Ways Saudi Arabia is looking to save water”, Arab News, 15/1/19

S. Sgoifo, La politica delle risorse idriche in Arabia Saudita, Oriente Moderno Anno 61, Nr. 1/12, Gennaio-Dicembre 1981, pp. 59-76

World-Grain.com, Saudi Arabia ends domestic wheat production program, 18/03/2016

Water World, Saudi Arabia launches program for a drastic reduction in water use, 21/03/2019

A.H. Tago, KSA water consumption rate twice the world average, Arab News, 6/03/2014

Saudi Gazette, NWC asks public to join hands with ‘Qatrah’ to conserve water, 24/03/2019

 

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