L’oro blu del Medio Oriente: la sfida comune di Israele e Arabia Saudita

Nel 1988 Boutros Boutros-Ghali, Segretario Generale dell’ONU dal 1992 al 1996, disse che la prossima guerra nel Medio Oriente sarebbe stata combattuta per l’acqua. A più di trent’anni di distanza, vediamo perché questa affermazione rimane attuale e in che modo si concretizza nei casi specifici di Israele e Arabia Saudita.

La situazione regionale

Le guerre per il controllo delle più importanti fonti d’approvvigionamento idrico sono una costante nella storia dell’umanità. Il Medio Oriente non fa eccezione, anzi, la forte aridità del terreno e la scarsità delle piogge rendono la regione, già abbastanza instabile politicamente, il luogo ideale per lo scoppio di ‘guerre per l’oro blu‘.

Inoltre, bisogna tenere a mente che in Medio Oriente nessun bacino d’acqua è gestito tramite un trattato internazionale che coinvolga tutti gli Stati. I principi generali alla base della gestione dei bacini comuni sono stati codificati nel 2004 nel corso della Conferenza di Berlino sulle risorse idriche, che ha ripreso quanto stabilito nel 1997 dalla Convention on the Law of the Non-Navigational Uses of International Watercourses delle Nazioni Unite.  In realtà, l’effettivo controllo delle fonti d’acqua viene determinato dalla forza, spesso militare, degli Stati. Si potrebbe dire che tuttora in Medio Oriente vige il ‘realismo idrico’.

Per tale motivazione, analizzare la strategia d’approvvigionamento idrico di due potenze regionali come Israele e Arabia Saudita aiuta a mettere in risalto alcuni dei rapporti di forza  presenti nella regione. Tel Aviv e Riad potrebbero apparire come rivali, ma nei fatti non è così. Entrambe le potenze hanno un nemico comune, l’Iran, e sono partner strategici per Washington, nonostante Mohammed Bin Salman (Mbs) stia ancora scontando l’onta derivante dall’omicidio Khashoggi. Ma soprattutto, le due potenze devono soddisfare un enorme fabbisogno interno d’acqua.

Innovazioni tecniche e azioni militari, la strategia israeliana

Lo Stato ebraico ha da sempre dovuto fare i conti con una sistemica mancanza d’acqua, potabile e non. Ciò è dovuto al fatto che le piogge si concentrano nei mesi invernali e prevalentemente nella regione settentrionale del Paese. Per questo, la questione idrica è in cima alle priorità di Tel Aviv.

Le risorse idriche si dividono tra convenzionali – falde acquifere e acque di superficie – e  non convenzionali – riutilizzo delle acque reflue trattate e desalinizzazione dell’acqua di mare e di quelle salmastre. Israele è leader mondiale nella seconda categoria di risorse, con alcune dighe e impianti d’avanguardia. E’ il caso, ad esempio, dell’impianto di desalinizzazione a osmosi inversa ‘Sorek‘, situato a 10 chilometri da Tel Aviv, che costituisce il più grande impianto di questo genere al mondo.

A livello geopolitico, però, le risorse che suscitano maggiore interesse sono quelle di tipo convenzionale. In particolare, il controllo del fiume Giordano e del lago di Tiberiade è al centro di una disputa non ancora risolta tra Israele e Libano, Cisgiordania, Giordania e Siria.  La disputa però è anche intra-araba, poiché anche gli Stati arabi non sono  d’accordo tra di loro su come ripartire le acque.

Il Lago di Tiberiade lungo il corso del Fiume Giordano. Fonte: Wikimedia
Il lago di Tiberiade (Sea of Galilee) lungo il corso del Fiume Giordano. Fonte: Wikimedia

Infatti, fin dalla fine della prima guerra arabo-israeliana nel 1948, la questione idrica è emersa come una delle tematiche più controverse nei rapporti tra Israele e i vicini arabi. Nel 1953, Tel Aviv avviò la costruzione di alcune deviazioni d’acqua nei pressi della zona demilitarizzata a nord del Lago di Tiberiade. L’immediata reazione militare siriana, che aprì il fuoco sui cantieri, fu dovuta all’enorme danno che la mossa israeliana arrecava all’approvvigionamento idrico di Damasco. A seguito di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU che permise agli israeliani di riprendere i lavori, questi spostarono comunque le deviazioni più a sud in un punto con minore impatto economico sul vicino siriano.

In seguito, la tensione rimase alta, tanto che nel 1955 l’amministrazione Eisenhower si fece promotrice del ‘piano Johnston’: uno schema di ripartizione unificato delle acque del fiume Giordano tra Israele, Giordania, Libano e Siria. Il piano prevedeva l’allocazione di quote fisse di acqua tra i vari Stati rivieraschi. Questa però rimase solo una proposta, poiché il Consiglio della Lega Araba decise di non ratificare l’accordo.

Una nuova escalation si ebbe dodici anni dopo, in occasione della guerra dei sei giorni. Il conflitto terminò con la vittoria di Tel Aviv e il raddoppiamento delle risorse idriche israeliane in seguito alle conquiste territoriali derivanti dalla fulminea vittoria. Ancora oggi, Israele ha accesso esclusivo alle acque del lago di Tiberiade dalla parte della Cisgiordania,  facendo sì che la popolazione palestinese possa usufruire solamente del 20% delle acque del lago, creando una disuguaglianza sostanziale nell’approvvigionamento idrico.

Il sistema saudita alla prova della sostenibilità idrica

Se Tel Aviv ha guadagnato militarmente l’accesso a ingenti risorse idriche, Riad ha ereditato un grande patrimonio sotto il proprio suolo. In questo caso però non si parla di petrolio, ma di acqua.

La monarchia saudita, infatti, ha potuto sfruttare le acque che si sono depositate sotto le zone desertiche in epoche antiche. Si è calcolato che all’inizio degli anni ’80 tale patrimonio ammontasse a 500 km cubi d’acqua. Così come nel caso del petrolio, l’utilizzo dell’acqua non avviene in modo sostenibile e negli ultimi anni si è arrivati a estrarre 21 km cubi all’anno, una quantità così alta da mettere a repentaglio la disponibilità futura di tale risorsa. 

I giacimenti d’acqua sottostanti le zone desertiche risultano essere la principale fonte di approvvigionamento per gli agglomerati urbani presenti all’interno della Penisola Araba, data la notevole distanza di queste aree dal mare e dai pochi corsi d’acqua presenti nella regione.

Inoltre, l’Arabia Saudita ha uno tra i più alti livelli di consumo pro-capite d’acqua al mondo, a causa di alcune scelte sbagliate del passato. Ad esempio, nel 1983 la casata regnante decise di investire nella coltivazione del grano, pianta che richiede enormi quantità d’acqua. Non a caso, questa coltura nel 2016 è stata quasi totalmente sostituita con la coltivazione di fieno, ulivi e palme da datteri, comunque oltremodo dispendiose dal punto di vista idrico. Lo Stato saudita sta poi affrontando i postumi della grande siccità d’inizio anni Duemila.

Per rispondere a queste problematiche, Riad sta implementando due tipi di politiche in ambito idrico. Da una parte ha sviluppato sulle coste, così come Israele, tecniche all’avanguardia di desalinizzazione e recupero delle acque reflue mentre, dall’altra, sfrutta i proventi della vendita di petrolio per migliorare la sua capacità di accedere ad acqua potabile e non.

Tra gli obiettivi della Vision 2030 sono previsti, poi, la riduzione del consumo pro-capite d’acqua e la privatizzazione del settore di rifornimento dell’acqua potabile nelle grandi città, per assicurare una maggiore efficienza e minori sprechi. Il Paese, però, sembra prigioniero delle proprie manie di grandezza. Infatti mentre alla popolazione si chiede di diminuire l’utilizzo d’acqua, la monarchia sta portando a termine il Red Sea Project, un polo turistico della grandezza del Belgio che potrà accogliere un milione di visitatori l’anno, che andranno a gravare sulla già fragile sostenibilità idrica del modello saudita.

In ultima analisi, si può concludere che, visto l’assottigliarsi delle risorse a disposizione, la grande corsa all’acqua sia appena iniziata e che le maggiori potenze regionali, come dimostrato, stanno sfruttando tutte le proprie capacità economiche, tecniche e militari per poter assicurare la sopravvivenza del loro sistema.

Fonti e approfondimenti

Michealson, Ruth, “Oil built Saudi Arabia – will a lack of water destroy it?“,  The Guardian, 6/8/19

Lowi, Miriam R., Water and Power: The Politics of a Scarce Resource in the Jordan River Basin. (Cambridge: Cambridge University Press, 1993)

Safadi, Mike, “The Middle East: From oil wars to water wars?”, An-Nahar,  10/8/16

Malek, Caline, “Ways Saudi Arabia is looking to save water”, Arab News, 15/1/19

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