L’altra metà del cielo: il movimento femminista dell’Indonesia

Dopo Singapore, in questo articolo ci spostiamo nell’arcipelago indonesiano, al 9° posto nella classifica dei 10 dieci migliori Paesi asiatici per uguaglianza di genere, secondo il Global Gender Gap Report del 2017. Sotto diversi aspetti, la storia dell’Indonesia somiglia a quella di altre parti della regione, dove la lotta femminista si è intrecciata a quella per l’indipendenza dal colonialismo europeo.

Tuttavia, ci sono alcune circostanze che rendono il suo movimento delle donne un caso unico. Prima fra tutte: l’Indonesia è la più grande nazione islamica del mondo. Nel censimento del 2010 – su una popolazione che all’epoca sfiorava già i 230 milioni – quasi il 90% degli abitanti si dichiarava di fede musulmana. Ci si aspetterebbe, quindi, che il suo movimento femminista abbia molto in comune con quelli di altri Paesi di confessione simile. Invece, non è esattamente così.

Il connubio con il nazionalismo

Il femminismo in Indonesia risale a inizio Novecento, quando il Paese era ancora sotto il dominio olandese. Come in altre zone colonizzate dell’Asia, anche qui le origini del pensiero femminista coincisero con l’avvento del nazionalismo.

Fu proprio il contatto con le idee occidentali tuttavia che stimolò le prime femministe a inquadrare la propria società sotto una luce diversa. Fu il caso della celebre Raden Ajeng Kartini, una nobile giavanese che ebbe la fortuna di imparare l’olandese e così di poter iniziare una fitta corrispondenza con le femministe della patria coloniale, che la spinse a ribellarsi alle usanze particolarmente restrittive imposte alle donne aristocratiche.

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Giovane donna giavanese durante il Kartini Day 2018, mentre porge omaggio all’eroina nazionale. Fonte: Pixabay

Sulle orme di questa pioniera, i primi gruppi di donne iniziarono a mobilitarsi già nel 1910. Infatti, i governatori coloniali erano riluttanti a intervenire nelle relazioni di genere, per paura di inimicarsi la componente islamica della società. Sotto la pressione delle femministe, introdussero la scolarizzazione (limitata) per le bambine e dei (deboli) tentativi di contrastare il fenomeno dei matrimoni precoci.

Quando negli anni Venti il nazionalismo cominciò a farsi strada fra i ranghi degli intellettuali indonesiani, il movimento femminista si unì alla causa indipendentista e i rapporti con le olandesi inevitabilmente declinarono. Nel 1928 ci fu il primo congresso femminista dell’Indonesia, che sancì questa situazione.

La lotta per il suffragio passò in secondo piano fino alla fine degli anni Trenta, per dare priorità agli obiettivi nazionalisti. Nel frattempo, nuove organizzazioni femministe, come Istri Sedar (Aware Women) guidata da Suwarni Pringgodigdo, si battevano strenuamente contro la poligamia. Per loro, essere associate in modo così stretto al movimento nazionalista fu una condizione limitante e, al tempo stesso, liberatoria.

Limitante, perché richiedeva molta cautela nell’approcciarsi al femminismo occidentale, dal momento che i nazionalisti erano molto sospettosi delle influenze straniere e consideravano “eccessivi” i metodi di alcune attiviste europee. Anche i rapporti con i gruppi di donne “non indonesiane” che risiedevano nel Paese – le olandesi stesse, le eurasiatiche e le cinesi indonesiane – erano ridotti al minimo, tanto da non essere ammessi nemmeno ai congressi dell’epoca.

Liberatoria, perché il nazionalismo legittimò le donne a prendere parte alla vita pubblica e politica, tenendo discorsi pubblici e lavorando nelle organizzazioni al fianco degli uomini. Come in altri Paesi asiatici, molti nazionalisti ritenevano infatti che i diritti delle donne fossero un requisito essenziale per costruire una nazione moderna.

Il diritto di voto venne conquistato poco prima dell’occupazione giapponese del 1942, ma le donne dovettero aspettare fino alle elezioni nazionali del 1955 per poterlo esercitare appieno. Nel 1945, infatti, gli indonesiani avevano ottenuto l’agognata indipendenza, ma l’esperienza democratica era destinata a durare poco.

Il femminismo laico e le controversie con i regimi autoritari 

Nel 1958, l’eroe nazionalista Sukarno, primo presidente dell’Indonesia, instaurò una dittatura destinata a prolungarsi meno di una decina d’anni. In questo lasso di tempo, Sukarno fece del suo meglio per imbrigliare il movimento femminista nella propria forma aggressiva di nazionalismo, affiliandolo al PKI (il Partito comunista indonesiano).

Si aprì una breve parentesi di femminismo socialista, guidato dall’organizzazione Gerwani. Con un milione e mezzo di iscritte, mirava al miglioramento delle condizioni di vita delle donne lavoratrici. Come altre realtà del “fronte popolare” del PKI, Gerwani fu spazzata via dalle purghe con cui vennero massacrati e reclusi i comunisti nel biennio 1965-66, alla caduta di Sukarno.

Dopo il colpo di Stato, nel 1967, salì al potere il generale Suharto, intenzionato a cooptare le femministe nei piani di sviluppo del suo “Nuovo Ordine”, fra gli anni Settanta e Novanta. Nell’ottica del nuovo presidente, le donne rappresentavano un gruppo di interesse sociale che andava ascoltato, ma a cui andava anche ricordato di stare al proprio posto: quello delle madri della nazione.

Durante il Nuovo Ordine, nacque il PKK (Family Guidance Movement), un’organizzazione nazionale in cui le donne venivano arruolate nel programma di pianificazione familiare mirato a contenere l’alto tasso di natalità della popolazione. Solo le mogli dei funzionari governativi potevano diventarne leader.

Oltre all’accesso gratuito alla contraccezione, un altro “successo” del presidente Suharto fu la legge sul matrimonio del 1974, per cui le femministe si erano battute sin dall’inizio del secolo. Fino a quel momento il matrimonio era stato caratterizzato da pratiche consuetudinarie amministrate in modo confuso, ed era dominato dalla poligamia. Con la nuova legge, la monogamia divenne la norma, insieme a una concezione stereotipata delle relazioni di genere all’interno della famiglia.

Con la crisi finanziaria asiatica e le numerose accuse di corruzione a suo carico, Suharto fu costretto a dimettersi nel 1998. La ritrovata libertà ha permesso la formazione di molte nuove ONG. La maggior parte di esse sono piccole e localizzate, ma alcune hanno acquisito notorietà a livello nazionale, come Solidaritas Perempuan (Women’s Solidarity) e LBH-APIK (Women’s Association for Justice), i cui interessi tendono a rispecchiare quelli del movimento femminista internazionale. Nella loro agenda sono presenti i temi della violenza sessuale e della salute riproduttiva – mai toccati prima nella storia del Paese.

La peculiarità del femminismo islamico

Il femminismo islamico ha un’origine antica quanto quello nazionalista. Tuttavia, per comprenderlo appieno, bisogna tenere a mente il contesto generale: i governi che si sono succeduti in Indonesia sono sempre stati improntati al nazionalismo laico, quindi la shari’ah non è mai diventata legge dello Stato. Esistono dei gruppi radicali, ma sono relativamente piccoli, e l’Islam indonesiano è generalmente improntato alla moderazione.

Nel 1917, infatti, la grande organizzazione di vedute progressiste Muhammadiyah istituì la sua prima sezione femminile: Aisyiyah. Diversi leader islamici si fecero promotori del cambiamento sociale, come Haji Agus Salim, il quale durante una convention del 1927 squarciò il divisorio che separava uomini e donne alle riunioni associative. Anche il gruppo più tradizionalista Nahlatul Ulama (NU), nel 1946 fondò la Muslimat NU, dedicata alla popolazione femminile.

Durante gli anni Venti e Trenta, iniziarono i primi scontri con le femministe nazionaliste, soprattutto a proposito della poligamia – pratica che le musulmane si sono sentite a lungo in dovere di difendere. Ma sotto altri aspetti l’Islam indonesiano si è dimostrato fin da subito all’avanguardia nella questione di genere. Per esempio, le donne possono essere nominate giudici nelle corti religiose fin dagli anni Cinquanta: un caso più unico che raro.

Al contrario del femminismo socialista, quello islamico è riuscito a sopravvivere al Nuovo Ordine grazie al suo profilo basso, non percepito dal regime come una minaccia. In questo modo, il femminismo islamico è germogliato lento ma incessante, sbocciando definitivamente a fine anni Novanta. Negli ultimi vent’anni sono fiorite infatti nuove ONG indipendenti, come Rifka Annisa (fondatrice del primo centro per donne del Paese) e Rahima.

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L’attivista e studiosa Siti Musdah Mulia alla International Conference on Feminism, il 23 settembre 2016, a Jakarta. Fonte: Wikimedia Commons 

Grazie alla pressione di numerose attiviste e attivisti, le maggiori organizzazioni islamiche e le loro istituzioni scolastiche stanno venendo riformate in un’ottica di genere, immettendosi anche all’interno di reti internazionali, come le Sisters in Islam della Malesia. Questioni tabù fino a poco tempo fa – prima fra tutte, la violenza domestica – sono diventate oggetto di dibattito pubblico e di campagne sociali.

Conclusioni

La fortuna delle diverse correnti del femminismo indonesiano ha fluttuato seguendo i cambi di regime e le idee del femminismo internazionale. Ma, con la restaurazione della democrazia, le donne hanno sicuramente migliori prospettive, nonostante governi e partiti siano ancora dominati dalla presenza maschile.

Oggi, le femministe laiche e quelle islamiche hanno unito le proprie forze per lottare contro un nemico comune: i musulmani conservatori che cercano di limitare la libertà delle indonesiane e di resuscitare la poligamia. Negli ultimi decenni, per esempio, nella regione autonoma di Aceh si è gradualmente imposta la shari’ah, che ha provocato un notevole peggioramento della condizione delle donne nella zona.

Tuttavia, le organizzazioni islamiche sono rimaste le uniche che possono essere considerate veramente di massa. Muslimat NU e Aisyiyah, insieme, contano più di 15 milioni di iscritte in tutta la nazione. Le ONG laiche non possiedono una base così ampia e trasversale nella società, e vengono tacciate di essere elitiste e dipendenti da fondi esteri.

Nel complesso, invece, il movimento è molto più inclusivo rispetto al passato – quando era dominato dalle giavanesi e i gruppi delle cinesi indonesiane e delle lesbiche venivano sistematicamente esclusi. Dato che la polifonia di queste nuove voci, a volte, rischia di creare confusione presso le istituzioni riguardo ai propri obiettivi, le femministe indonesiane hanno sviluppato una grande abilità nel formare reti ad hoc per questioni specifiche, che normalmente si rivelano piuttosto efficaci.

Fonti e approfondimenti

Blackburn, S., Feminism and the women’s movement in the world’s largest Islamic nation, “Women’s Movements in Asia: Feminisms and Transnational Activism”, edited by Mina Roces and Louise Edwards, Routledge, 2010.

 

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