L’oro blu del Medio Oriente: una regione senz’acqua

A guardare il Medio Oriente, verrebbe da pensare che la risorsa più importante della regione sia il petrolio e che la principale dimensione del potere che hanno gli Stati si misuri in barili di greggio. Nonostante non si possa negare che che la regione mediorientale abbia legato il proprio destino a quello del petrolio, un’altra risorsa sta lentamente diventando il principale protagonista per la conquista del potere: l’acqua.

Il Medio Oriente è, infatti, la regione più arida al mondo e – nonostante ospiti il 6% della popolazione mondiale – dispone solo del 2 % dell’acqua potabile a livello globale. Dodici dei Paesi con meno risorse idriche si trovano in questa fetta di mondo e le prospettive per il futuro sono ancora peggiori. Attualmente, la disponibilità di acqua media per persona all’anno è di circa 1.200 metri cubi, un numero che fa spavento se pensiamo che nel mondo occidentale questa misura tocca con facilità i 7.000 metri cubi.

Nel lungo periodo, i numeri peggiorano drasticamente. Entro cinquant’anni, le riserve di acqua dolce presenti nella regione saranno dimezzate e già adesso la maggior parte dei Paesi consuma molto di più delle proprie risorse di acqua. Israele attualmente utilizza circa il 220% delle proprie riserve idriche ogni anno, mentre l’Arabia Saudita ne sfrutta il 943%; per non parlare del Kuwait, che raggiunge il 2.465% delle proprie risorse, essendo uno dei Paesi con più scarsità di acqua.

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Fonte: The Global Education Project data from 2000

La maggior parte dell’acqua (circa l’85%) viene usata nel settore agricolo, mentre solo una piccola parte è utilizzata dai cittadini, che in molti casi non hanno servizi idrici capaci di rispondere alle loro esigenze.

Vi è, però, un distinguo da fare: se è vero che il Medio Oriente è l’area del mondo con meno bacini di acqua dolce, anche queste poche risorse non sono equamente distribuite tra i vari Paesi. Proprio per questo motivo, guardando la mappa dei fiumi e delle risorse idriche della regione, possiamo affermare che esistono delle “potenze dell’acqua“.

Paesi come la Turchia, l’Egitto o l’Iran hanno, all’interno dei proprio confini, gran parte dell’acqua dolce della regione e, controllando le fonti dei maggiori fiumi, possono influenzare l’esistenza di altri Stati.

I quattro maggiori bacini idrici del Medio Oriente sono, infatti, quelli dei grandi fiumi che attraversano la regione: il Tigri e l’Eufrate, il Giordano, il Nilo e i fiumi della parte occidentale dell’Iran. La scarsità di acqua ha trasformato questi corsi d’acqua in motivi di discordia e scontro tra Paesi che ne sono attraversati. Infatti, se i due fiumi su cui si è costruita la vita della Mesopotamia antica – il Tigri e l’Eufrate – sono al centro delle dispute tra Turchia, Siria e Iraq, lo stesso si può vedere lungo lo scorrere del Giordano, dove israeliani, giordani, siriani e palestinesi rivendicano per sé l’acqua che spesso segna il confine tra la sopravvivenza o la morte.

Ogni diga costruita diventa uno strumento per colpire il proprio vicino, per destabilizzarlo affossandone il settore agricolo e la fornitura industriale. Proprio questa tensione scorre lungo le rive del Nilo, dove le dighe costruite alla fonte sono un elemento di ricatto verso l’Egitto, che non può permettersi di perdere neanche una goccia di acqua.

Il quarto bacino è quello delle acque iraniane, che mostra un’altra dimensione: quella della lotta interna a un Paese. Le acque, infatti, spesso non sono distribuite in modo omogeneo nemmeno all’interno di un singolo Stato, dando maggiore forza a una regione rispetto a un’altra o creando gravi problemi di gestione. Infatti, se nella parte settentrionale dell’Iran il problema sono le alluvioni e la canalizzazione delle acque, nell’Est del Paese è la siccità il problema più grande.

Fonte: Pinterest

Secondo questa lettura, sembrerebbe che la geografia sia l’unica variabile di un gioco di potere che può mettere a rischio la sopravvivenza stessa degli attori in campo. Questo, però, non è assolutamente vero. Se la posizione di un Paese è centrale per determinarne le capacità idriche, allo stesso tempo diventa cruciale la sua capacità di ridurne gli sprechi, le conoscenze tecnologiche e l’utilizzo dell’acqua.

Nonostante i Paesi del Golfo e Israele non possano considerarsi tra le “potenze dell’acqua” mediorientali, grazie alle risorse finanziarie di cui dispongono e alle competenze tecniche acquisite, sono stati in grado di costruire avanzati impianti di desalinizzazione che riescono ad alleviare la loro situazione svantaggiata. 

Ad ogni modo, la riduzione degli sprechi e l’utilizzo dell’acqua rimangono i temi più importanti. Ogni anno, circa 2/3 delle risorse idriche rinnovabili della regione vengono persi a causa di tecniche agricole non efficienti, che non permettono all’acqua di rientrare nel ciclo di rinnovamento. Non possono non venire in mente le coltivazioni di prodotti agricoli nel deserto di alcuni Paesi – specialmente nel Golfo e nel Nord Africa – che necessitano di moltissima acqua, che non riesce a rientrare completamente nel sistema di ricircolo, vista la natura del terreno, le temperature elevate e, spesso, la lontananza dai bacini.

Nonostante gli sprechi agricoli rappresentino la perdita maggiore, anche gli sprechi a livello cittadino rappresentano un problema gravissimo per società sempre sull’orlo della siccità. Molti dei Paesi mediorientali non hanno sistemi idraulici aggiornati e sottoposti a continue riparazioni e, quindi, si perde molta dell’acqua che dovrebbe arrivare ai villaggi e alle case.

La gestione dell’acqua è, infatti, un altro tema importantissimo: la proprietà delle compagnie che gestiscono l’acqua è spesso nelle mani di fondi esteri, provenienti dal Golfo o dall’Europa, che vedono possibilità di guadagno. Fatto che spesso ripropone in questi Paesi il tema del diritto all’acqua e dei beni comuni. La proprietà dell’acqua è una delle cause della grande disuguaglianze nella regione e, spesso, si trasforma in un’arma di ricatto sui governi e sulla popolazione locale.

Fonte: American Forces

Per fare un esempio, l’avanzata dell’ISIS in Iraq e Siria ha seguito principalmente il corso dei fiumi Eufrate e Tigri e ha costruito il proprio dominio di terrore sulla popolazione contadina con il ricatto dell’acqua. Solo coloro che accettavano il dominio delle bandiere nere e pagavano le tasse ricevevano l’acqua per irrigare.

Se questi problemi rendono veramente preoccupante la gestione dell’acqua e della siccità, il quadro diventa ancora più serio se si aggiunge il fattore del cambiamento climatico. Con l’innalzamento delle temperature, anche i Paesi che hanno disponibilità di risorse potrebbero vederle diminuire drasticamente. Fiumi che si generano da nevi  e ghiacciai, come il Tigri e l’Eufrate, hanno già visto ridimensionarsi il proprio corso d’acqua, creando degli enormi disagi e la crescita delle tensioni tra i Paesi beneficiari.

Nei prossimi mesi, andremo ad analizzare tutte queste situazioni per capire come l'”oro blu” si sta trasformando nella risorsa più importante del Medio Oriente. 

Fonti e approfondimenti

Shlomi Dinar, “The Geographical Dimensions of Hydro-politics: International Freshwater in the Middle East, North Africa, and Central Asia”, Eurasian Geography and Economics, (2012), 53:1, 115-142

Nevelina Pachova, “International water security : domestic threats and opportunities”, United Nations University Press, 2008 

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