La banca più potente del mondo – Il ruolo della FED nella politica statunitense

Nello scorso articolo abbiamo descritto la FED, che cosa è, com’è composta e quali sono state le politiche monetarie dall’inizio del terzo millennio. Nel secondo dei tre articoli sulla FED ci concentreremo sul ruolo che la FED svolge nella politica e nell’economia a stelle e strisce.

La banca della libertà

Nel 1913, l’allora presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson sanciva con la sua firma il Federal Reserve Act, con cui delegò il potere del Congresso di coniare moneta in favore della FED – organismo indipendente -, in quanto né il presidente USA né tantomeno i membri dell’esecutivo o del sistema legislativo hanno voce in capitolo riguardo l’attuazione delle politiche monetarie. Inoltre, i membri del Board of Governors (BoG), eletti dal Congresso, hanno mandati con durata di 14 anni che non corrispondono alle scadenze fissate per le rielezioni presidenziali. L’indipendenza della FED è una caratteristica imprescindibile. È di vitale importanza infatti evitare di sottoporre i vertici della FED a pressioni a breve termine, caratteristiche dei politici eletti con mandati passeggeri (e perciò motivati a ottenere politiche monetarie espansive magari dannose sul lungo periodo).

Una realtà contraddittoria

Lo scopo della FED sarebbe quello di operare in modo tale da raggiungere il massimo impiego. In secondo luogo dovrebbe garantire la stabilità dei prezzi controllando l’inflazione e il terzo scopo principale sarebbe quello di moderare gli interessi sul medio-lungo termine. Purtroppo, come abbiamo già scoperto nel primo articolo, la realtà non è così utopica. Errori, pressioni ed il perseguimento di interessi personali hanno di tanto in tanto compromesso il funzionamento della FED e in alcuni casi, insieme ad fattori esterni negativi come ad esempio la bolla speculativa dei mutui subprime, si è arrivati a creare un mix letale per l’economia statunitense che ha portato a finalità catastrofiche in tutto il mondo.

Presidenti vs presidenti

Nonostante tutto, però, la FED rimane la banca centrale più potente del mondo e svolge un ruolo di prestatore di ultima istanza mondiale, vista l’egemonia monetaria che vanta il dollaro statunitense. Proprio per questo motivo la sua indipendenza è una caratteristica imprescindibile. Non sempre però, la politica USA è stata dello stesso avviso. Le forti critiche “trumpiane” sull’operato di Jerome Powell, l’attuale Chairman della FED, sono infatti le ultime di una lunga serie nel rapporto tumultuoso tra le politiche oltremodo espansionistiche dei brevi mandati presidenziali e quelle della FED, per definizione improntate al lungo termine e per questo più prudenti.

La prima eclatante contrapposizione avvenne più di mezzo secolo fa. Nel novembre 1963, Lindon B. Johnson divenne il 36esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, succedendo a John F. Kennedy, assassinato pochi mesi prima a Dallas. Il primo obiettivo di Johnson fu proprio quello di realizzare il Revenue Act of 1964 tanto voluto da Kennedy. Le politiche fiscali oltremodo espansive necessarie al supporto dei progetti della Great Society e del finanziamento della guerra in Vietnam, però, trovarono un grande oppositore in William McChesney Martin.

 

L’allora Chairman della FED vedeva nella crescita dell’inflazione incontrollata e del debito pubblico dovuto a un eccesso spropositato di ”easy money”, un grande pericolo per la stabilità dell’economia a stelle e strisce. Per questo motivo, il 3 dicembre 1965, il Federal Open Market Committee (FOMC), guidato da Martin, votò per un aumento del tasso di riferimento di 50 punti base alzandolo al 4,5%, e facendo andare su tutte le furie il presidente Johnson. Le pressioni di Johnson di ritardare l’aumento, almeno fino al mese di gennaio 1966, con le stime del bilancio dell’amministrazione già pubblicate, vennero ignorate da Martin e molti testimoni affermarono che il presidente, furioso, lo “appese” al muro accusandolo di non finanziarlo mentre i “suoiragazzi morivano in Vietnam.

Un altro caso ampiamente discusso riguarda le presunte pressioni del presidente Richard Nixon verso il presidente della FED, da lui eletto, Arthur Burns. Dalle “Nixon Tapes” emergerebbero, infatti, evidenti pressioni del presidente affinché Burns agevolasse le azioni monetarie in vista delle elezioni per il suo secondo mandato nel 1972. Secondo molti esperti, Burns cedette alle pressioni. Il boom economico del 1972, con una crescita del PIL reale del 7,7%, ha sicuramente aiutato Nixon nella sua rielezione, ma ha anche aumentato il deficit e l’inflazione, che nel mezzo della recessione del 1973-75 ha superato il 12% e che è tornata a un livello normale solo intorno al 1982 con un costo economico inestimabile.

 

Gli sforzi per risanare una situazione economica precaria e instabile degli anni Settanta causarono anche altre frizioni tra presidenti. Paul Volcker, presidente della FED dal 1979, si distinse durante i suoi primi anni di presidenza come un promotore di una politica monetaria molto restrittiva. Dal 1979 al 1982, con il Volcker shock, raddoppiò i tassi d’interesse di riferimento, che arrivarono a sfiorare il 22% alla fine del 1981. Il presidente degli Stati Uniti di allora, Ronald Reagan, non criticò mai pubblicamente Volcker, che tuttavia ricevette il seguente ammonimento: “Il presidente ti ordina di non aumentare i tassi d’interesse prima delle elezioni” da James Baker, allora capo del personale della Casa Bianca. Volcker non aveva intenzione di aumentare il tasso d’interesse in vista delle elezioni del 1984, ma commentò di essere rimasto “scioccato” dal tentativo di agguato all’indipendenza della FED.

 

Il caso Trump

La scelta di Jerome Powell di abbassare il tasso di riferimento di 25 punti base, mettendo fine al percorso di normalizzazione monetaria iniziata nel 2015, ha suscitato non poche critiche. Infatti, sono note le antipatie di Trump nei confronti della politica monetaria di normalizzazione cominciata da Janet Yellen, ripetutamente attaccata fin dalla campagna elettorale. Stesso discorso contro il da lui stesso incaricato presidente della FED Powell, che Trump ha definito tra l’altro, “il più grande nemico dell’America”.

Il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump alla nomina del presidente della FED Jerome Powell il 2 novembre 2017 alla Casa Bianca

Senza dubbio, al presidente americano, la diminuzione di 25 punti base del tasso di riferimento a luglio 2019 ha fatto comodo, specialmente per indebolire il dollaro, rendendo più competitive le merci USA nella guerra commerciale avviata con la Cina (e non solo) nel 2018. Inoltre, dal 15 ottobre 2019, la FED ha cominciato a riacquistare titoli di Stato per 60 miliardi di US $ al mese fino almeno a metà 2020, ma non è escluso che vada oltre. I mercati hanno già reagito agli annunci, e il rischio è che si moltiplichino le azioni di finanza spericolata che purtroppo già conosciamo. Asset depletion e dissipations loans, non qualified mortgages, leveraged loans e altri prestiti ad alto rischio sono in una crescita preoccupante se paragonati alla situazione pre-crisi, tanto da essere definiti da molti esperti come di tipo subprime 2.0.

Considerazioni finali

Sarà il tempo a decretare se le scelte della FED guidata da Powell saranno effettivamente efficaci. La storia ci insegna che spesso i cedimenti alle pressioni dei presidenti americani non hanno portato a risultati positivi. L’unica speranza è perciò che la FED rimanga sempre indipendente e non capitoli di fronte alle pressioni (e ai tweet).

Fonti e approfondimenti:

Smialek, Jeanna, “Trump’s Feud With the Fed Is Escalating, and Has a Precedent”, The New York Times, 24/06/2019.

Abrams, Burton A. 2006. “How Richard Nixon Pressured Arthur Burns: Evidence from the Nixon Tapes”. Journal of Economic Perspectives. 20(4): 177-188.

McBride, James & Chatzky, Andrew & Mohammed Aly Sergie. “The Role of the U.S. Federal Reserve”, Conseil on Foreign Relations, 20/06/2019.

Robb, Greg, “The history of presidential Fed-bashing suggests it has not been a fruitful strategy”, Market Watch, 22/12/2018.

Granville, Kevin, “A President at War With His Fed Chief, 5 Decades Before Trump”, The New York Times, 13/06/2017.

Bryan, Bob, “Trump’s attacks on the Fed may be intense, but they’re nothing compared to a wild new story about Ronald Reagan from former Fed Chairman Paul Volcker”, Business Insider, 24/10/2018.

Lops, Vito, “Perché la Fed ha paura di un dollaro debole (e dei tweet di Trump)”, Il Sole 24ore, 18/09/2019.

Valsania, Marco, “Mutui subprime 2.0: negli Usa tornano i prestiti ad alto rischio”, Il Sole 24ore, 13/10/2019.

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