L’oro blu del Medio Oriente: le politiche idriche di Marocco e Algeria

Nel corso di questo progetto, abbiamo osservato le diverse problematiche legate all’acqua e al suo utilizzo e analizzato le differenti politiche idriche adottate dai Paesi del Medio Oriente. Oggi, ci spostiamo a Ovest, nel Maghreb occidentale, regione caratterizzata da un clima prevalentemente desertico, per parlare delle politiche idriche di Marocco e Algeria. Entrambi i Paesi infatti, pur essendo estremamente differenti, nei prossimi anni si troveranno ad affrontare sfide simili sul versante idrico.

La geografia della regione tra Sahara e Mediterraneo

Le due caratteristiche principali della regione sono il deserto del Sahara, che in Algeria occupa più dell’80% del territorio e in Marocco il 20% circa, e la presenza di catene montuose, l’Atlante in Marocco e l’Hoggar in Algeria, dove si concentrano fiumi e laghi, usati prevalentemente per scopi agricoli. Tuttavia, le zone montuose sono scarsamente abitate e in entrambi i Paesi gran parte della popolazione vive sulla costa. La fascia costiera è caratterizzata da un clima mite e mediterraneo ma anche dalla quasi totale assenza di risorse idriche, a cui si deve aggiungere l’alto rischio di siccità dovuto a piogge scarse e irregolari.

Le politiche idriche del Marocco: risorse scarse, inquinate e privatizzate

Il Marocco, secondo il World Resources Institute, è tra i 22 Paesi al mondo con il più alto rischio di scarsità idrica e destinato, entro il 2025, ad andare incontro a un aumento del 50% dello stress idrico: dai 1000 m³ attualmente disponibili al consumo pro-capite, si passerà a meno di 500. Inoltre, le risorse idriche presenti in superficie risultano inquinate da pesticidi, fertilizzanti e prodotti industriali, rappresentando un pericolo per la salute della popolazione rurale. Le acque reflue urbane, invece, al 90% sono rigettate nell’ambiente senza essere trattate, danneggiando la salute della popolazione delle grandi città. 

A un quadro idrico quantitativamente e qualitativamente disastroso, vanno aggiunte le politiche di privatizzazione che hanno aggravato la situazione negli ultimi decenni. Infatti, se le risorse idriche del Marocco post-indipendenza erano gestite dallo Stato, a metà degli anni ’90 il settore si è aperto al libero mercato. Tale apertura fu forzata dagli strascichi della crisi economica degli anni ’80, che resero le politiche idriche statali insostenibili. Per uscire dalla crisi, il Marocco si vide costretto a rivolgersi a istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Queste istituzioni sostennero la necessità di politiche di aggiustamento strutturale volte alla trasformazione del Paese in senso neoliberale.

Di pari passo con la liberalizzazione del mercato, diverse compagnie internazionali sono entrate a far parte della gestione delle risorse idriche e dei servizi connessi. La prima concessione a un’impresa privata fu assegnata nel ’97 alla Lydec (gruppo Suez Enviroment) per la provvigione di servizi a Casablanca. La seconda fu assegnata a Redal, compagnia spagnola poi acquistata dai francesi di Veolia, per la città di Rabat. Infine, nel 2002 Tetouan e Tangeri, città nel nord del Paese, videro i francesi di Amendis occuparsi della gestione delle risorse idriche. Quest’ultima è stata l’unica assegnata tramite bando internazionale, le altre sono state il frutto di trattative dirette tra il Re e i dirigenti delle compagnie.

Col passare degli anni, queste compagnie si sono rivelate incapaci di provvedere ai bisogni della popolazione. Alla mancanza degli investimenti in infrastrutture idriche promessi prima della sigla del contratto, si sono aggiunti aumenti delle bollette pari al 60%. Un tale aumento ha praticamente tagliato fuori dalla rete di servizi le famiglie marocchine più povere, incapaci di sostenere tali spese.

Il malcontento della popolazione si è fatto subito sentire: a proteste spontanee si sono aggiunti sit-in e manifestazioni organizzate, fino alla fondazione di gruppi di protesta come StopLydec e Attac Maroc, attivi anche nella recente Primavera Araba. Tali eventi hanno caratterizzato le grandi città marocchine per decenni, e hanno più volte minato la stabilità dell’ordine pubblico. Tra le proteste più celebri, vanno menzionate quelle di Fez nel 1990 e quella a Rabat nel 2002. La prima, sfociata in guerriglia urbana, si è conclusa dopo due giorni con un bilancio finale di 33 morti e 120 feriti tra civili e poliziotti. La seconda, pacifica e organizzata, è stata in grado di spingere la Redal a cedere alla pressione e a vendersi a Veolia, poi dimostratasi altrettanto incapace. La gestione delle risorse idriche è tutt’ora un argomento di primaria importanza, al punto che nella Costituzione post 2011, la fruizione dei servizi idrici è stata considerata un diritto del cittadino, anche se tali servizi sono ancora lontani dall’essere garantiti. 

A rendere instabile la situazione idrica marocchina contribuisce anche il settore agricolo. Infatti, il settore primario dell’economia marocchina assorbe da solo l’80% delle risorse idriche del Paese. Destinati all’irrigazione dei campi e, in minor misura, all’abbeveraggio del bestiame, sono ad esempio l’Oum Er-Rbia e il Sebou, due dei fiumi principali del Paese. Discorso differente per il fiume più lungo del Marocco, il Draa, che durante gran parte dell’anno rimane secco. Tuttavia, nonostante la costruzione di dighe e canali d’irrigazione, questi fiumi difficilmente saranno in grado di sostenere lo sviluppo agricolo richiesto dall’aumento demografico del Paese. Per far fronte a questo scenario, la Banca Mondiale ha investito una cifra pari a 70 milioni di dollari in due progetti di sviluppo: il “National Irrigation Water Saving Program” e il “Green Morocco Plan”, entrambi in collaborazione con il Ministero dell’Agricoltura marocchino. Tra gli scopi dell’iniziativa, oltre a quello di aumentare la produzione agricola nelle zone coinvolte, vi è anche la fornitura di nuove tecnologie d’irrigazione alla popolazione locale, con l’intento di rendere l’utilizzo dell’acqua più sostenibile e migliorare le condizioni di vita dei contadini.

Le risorse idriche algerine: una corsa contro il tempo

Se la situazione del Marocco appare difficile, quella dell’Algeria non è da meno. In una fase storica come quella attuale, caratterizzata da intensi cambiamenti socio-politici, è importante non dimenticare le necessità economiche del Paese. Molte di queste dipendono direttamente dalle scarse risorse idriche presenti sul territorio. Infatti, l’85% del Paese, in cui vive il 20% della popolazione, fa affidamento su pozzi e oasi con bacini sotterranei in via di esaurimento (WWF). Il nord del Paese invece, che si affaccia sul Mediterraneo e ospita l’80% della popolazione, dipende da impianti di desalinizzazione, fiumi e laghi.

La desalinizzazione, strategia adottata spesso nella regione, non può essere considerata una soluzione a lungo termine, in quanto troppo dispendiosa e incapace di soddisfare una crescente popolazione. Fiumi e laghi presentano un alto livello di inquinamento dovuto ad attività agricole, minerarie e industriali. Inoltre, complici l’evaporazione superficiale e le sempre più frequenti siccità, laghi e fiumi sono destinati a non rappresentare più una valida alternativa per soddisfare il fabbisogno idrico della popolazione.

Nonostante i tentativi rari e inefficaci di risolvere la situazione da parte della classe politica, le iniziative continuano a limitarsi alla costruzione di dighe e di impianti di desalinizzazione. Queste iniziative sono indirizzate ad attività economiche più che ai bisogni della popolazione, nonostante secondo la Banca Mondiale, la disponibilità di acqua potabile sia destinata a diminuire nei prossimi anni. Di fatto, l’Algeria è uno dei Paesi più colpiti dal surriscaldamento globale, con un processo di desertificazione inesorabile che potrebbe inghiottire il 37% dell’area mediterranea nei prossimi 100 anni (WWF). Insieme ai territori caratterizzati da un clima mediterraneo, dove si trovano le terre coltivabili del Paese, anche laghi e fiumi montani sono a rischio, lasciando i bacini sotterranei ad alta profondità come uniche risorse idriche valide

Nonostante negli ultimi anni l’Algeria si sia dotata di un Consiglio Nazionale dell’Acqua e di Comitati Regionali con lo scopo di costruire impianti di depurazione, trovare alternative alle inaffidabili risorse idriche del Paese ed educare la popolazione a un consumo sano ed ecologico, la situazione rimane critica e destinata a peggiorare. La gestione delle risorse idriche del Paese sarà una delle prerogative dei prossimi governi algerini, a partire da quello del neoeletto presidente Abdelmadjid Tebboune.

 

Fonti e approfondimenti

Adjim, H. Djedid, A. Hamma, W. “Urbanism Climate Change and Floods: case of Tlemcen City in Algeria”, EBSCO Industries, 2019

Allain El Mansouri, B. “La concession au privé de la gestion de l’eau
potable et de l’assainissement liquide au Maroc ou la ville à l’épreuve de la bonne
gouvernance”, Rapport de Recherche Centre Jacques Berque, Rabat, 2013

Export.gov, “Algeria Public Works Infrastructure Development and Water Resource”, 22/11/2019

Caritas Algeria Staff, “Climate change in Algeria“, Caritas, 2011

Mamfakinch, sito ufficiale del Movimento 20 Febbraio

Portal Europa, “Algeria – Environment & the Fight against Climate Change“, consultato il 15/12/2019

Report Aqueduct Beta, World Resources Institute

Saadi, M. S. “Water privatization dynamics in Morocco: a critical
assessment of the Casablancan case”, Mediterranean Politics, 17:3, 376-393, 2012

Scozzari, A. El Mansouri, B. “Water Security in the Mediterranean Region: An International Evaluation of Management, Control, and Governance Approaches”, (Springer Science & Business Media, 2011)

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