Dalla terra al mercato: le cooperative dell’argan in Marocco

argan
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Tra i Paesi africani più legati alle proprie commodities figura anche il Marocco, dove il 40% della forza lavoro nazionale è impiegata nel settore primario. In particolare, tra le esportazioni agricole del regno, accanto a pomodori, agrumi e olive, spicca l’Argania spinosa (comunemente nota come argan) e i suoi derivati. Conosciuto in tutto il mondo grazie ai prodotti cosmetici ricavati dall’olio estratto dal nocciolo dei suoi frutti, l’albero di argan è divenuto uno dei simboli del Marocco. Questa pianta risulta importantissima in particolare per le tribù berbere, essendo una specie endemica soprattutto nelle regioni del sud-ovest del Paese. Non solo, lo Stato marocchino la utilizza anche per contrastare il processo di desertificazione nelle aree aride del Paese. 

Il secolare legame tra argan e berberi

Nonostante l’utilizzo dell’albero di argan da parte delle tribù berbere sia sicuramente precedente, le prime fonti scritte a riguardo risalgono all’undicesimo secolo d.C., quando il geografo andaluso al-Bakri analizzò in numerosi trattati le particolari tecniche usate dai locali nell’estrazione dell’olio, sopravvissute fino ai giorni nostri. 

Utilizzato con fini estetici e rituali, l’olio di argan viene ricavato dai semi contenuti nel nocciolo del frutto maturo. I noccioli vengono innanzitutto tostati in un vaso di ceramica posizionato su di un braciere e poi frantumati con sassi. Dai residui dei gusci vengono raccolti i semi, poi sbriciolati e lavorati a mano insieme a sale e acqua, fino a ricavarne il famoso olio di argan.

La particolarità dei tradizionali strumenti da lavoro e dell’intera procedura di estrazione ha spinto l’UNESCO a inserire l’argan e la sua lavorazione nella lista dei beni culturali immateriali (Intangible Cultural Heritage) nel 2014, su richiesta del Regno del Marocco stesso, impegnato da due decenni nella salvaguardia del patrimonio culturale berbero

Le cooperative di donne berbere per la produzione di olio di argan: uno strumento di emancipazione

L’Argania Spinosa ha un ruolo cruciale nella regione meridionale del Paese, dove costituisce una delle principali fonti di introiti per le famiglie locali, soprattutto per le donne

Verso la fine degli anni Novanta, la ricercatrice marocchina Zoubida Charrouf, impegnata a studiare i processi di deforestazione in atto proprio nelle aree più ricche di argan, decise di incoraggiare le popolazioni locali, e le donne in particolare, a produrre e commercializzare l’olio di argan. Da un lato, l’obiettivo era incrementare la produzione di beni derivanti dalle piante di argan, per limitarne l’abbattimento a scopo edilizio e agricolo; dall’altro, creare uno sbocco lavorativo per le migliaia di donne che vivevano in condizioni di povertà. Tuttora, con un tasso di alfabetizzazione intorno al 20%, non tutte le donne berbere hanno l’opportunità di imparare a parlare arabo e, quindi, di spostarsi dalle aree rurali del Paese e partecipare alla vita politico-sociale del regno. 

La dottoressa Charrouf fondò nel 1996 la cooperativa “El-Amal”. Grazie al contributo delle donne berbere, la Charrouf riuscì a immettere gli oli di argan nel mercato dei prodotti di cura e di bellezza, concentrato principalmente in Europa. El-Amal è diventata la prima di una serie di cooperative che, ancora oggi, coprono la maggior parte della produzione di argan in Marocco. 

Il successo della cooperativa Amal attirò infatti l’attenzione del governo marocchino e portò alla creazione del “Projet Arganier”. Iniziato nel 2003 e ancora attivo, il progetto sponsorizzato dal governo mira al finanziamento e all’espansione delle cooperative dell’argan. Tra i principali finanziatori, oltre all’Agence de Développement Social del Marocco, c’è l’Unione europea, con 1,3 milioni di euro investiti nel 2003 e 5,5 nel 2008. 

Il progetto ha portato fondi statali, privati ed expertise che hanno aumentato la meccanizzazione del processo di produzione, sebbene limitatamente ad alcune fasi della produzione dell’olio cosmetico. Cristina De’ Perfetti, collaboratrice di El-Amal (cooperativa attiva nei pressi di Tiznit) e professionista nell’ambito dell’agricoltura e della cucina biologica del luogo da trent’anni, spiega che “per evitare l’odore di tostatura tipico dell’olio alimentare, che prevede l’estrazione del nocciolo dopo la tostatura dei gusci, si usano piccoli macchinari adibiti all’estrazione a freddo, mentre il resto della lavorazione avviene ancora manualmente. Tuttavia, l’obiettivo finale è quello di meccanizzare la lavorazione dei frutti di argan, per diminuire il lavoro pesante solitamente svolto dalle donne e assegnare a quest’ultime altre fasi della produzione, come il packaging o la distribuzione”

La crescita delle esportazioni ha reso il commercio di prodotti di argan di fondamentale importanza per l’economia marocchina. Solo nel 2011, l’olio di argan ha superato le quattromila tonnellate di esportazioni ed è divenuto il primo prodotto africano con marchio PGI (Protected Geographical Indication). L’Unione europea è il partner economico principale del Marocco e destinataria del 44% della produzione totale di argan, per un valore di venti milioni di euro nel 2019 (OEC).  A livello locale, invece, la richiesta è inferiore e l’argan è usato più che altro come olio alimentare. Cristina puntualizza che “sono principalmente le cooperative più piccole a dedicarsi al mercato interno, mentre quelle più grandi usano qualsiasi strumento e strategia per aumentare l’export. Per queste cooperative anche il turismo è un’importante fonte di introiti, oltre che di pubblicità. Proprio nel sud-ovest del Paese, sulle strade regionali, si trovano diverse boutique installate dalle cooperative che rivendono al dettaglio i loro prodotti. Il turista è sicuramente uno dei clienti finali preferiti dalle cooperative, in quanto riesce a valorizzare l’olio di argan, soprattutto quello cosmetico; inoltre, molte cooperative organizzano visite guidate nelle loro strutture, essendo la lavorazione manuale dell’argan di interesse culturale elevato”.

L’aumento degli investimenti ha, a sua volta, favorito la nascita di nuove cooperative, sul modello di quella fondata da Charrouf: al giorno d’oggi sono più di centocinquanta, riunite in associazioni che si occupano delle relazioni con le agenzie nazionali ed europee e curano la distribuzione dei prodotti. Le associazioni fanno capo all’Association Nationale des Coopératives Arganières, agenzia statale che gestisce il Projet Arganier e, nello specifico, i fondi e le relazioni con le controparti dell’Unione europea. 

Il fine delle cooperative, oltre alla lavorazione dell’argan, è anche quello di incrementare l’indipendenza economica delle donne impiegate e la loro integrazione nella società. Ogni cooperativa ha più o meno quarantacinque impiegate, a cui viene provvisto un salario mensile fisso e, talvolta, anche lezioni di lingua araba e altre materie base. Le impiegate godono del diritto di esprimere il proprio voto su alcune delle decisioni aziendali, essendo anche “associate” della cooperativa, a cui si iscrivono come membri pagando una cifra simbolica al momento dell’assunzione. Tale strategia dovrebbe incentivare l’attaccamento alla cooperativa e il coinvolgimento nelle sue iniziative. Tuttavia, Cristina sottolinea che “molto spesso le cooperative presentano ancora disparità di genere. In molte cooperative i ruoli da dirigenti sono generalmente occupati da uomini, mentre le donne sono solitamente relegate al ruolo di operaie, in un processo di produzione molto duro e scarsamente retribuito”.

L’albero di argan: un’arma nella “guerra” contro il Sahara e simbolo nazionale 

Tra le motivazioni che spinsero la dottoressa Charrouf a fondare “Amal” vi era anche cercare di mitigare il processo di desertificazione che in Marocco peggiora di anno in anno. Secondo il WWF, infatti, nei prossimi anni, a causa del cambiamento climatico, l’area mediterranea rischia di vedere il 37% dei propri territori inghiottiti dal deserto del Sahara. L’aumento dell’aridità nel Marocco sud e sud-occidentale ha contribuito, tra il 1970 e il 2007, alla scomparsa del 44,5% delle aree boschive, in aggiunta a quelle eliminate dalla deforestazione. Proprio per evitare un aumento del fenomeno, nel 1998, l’UNESCO ha dichiarato 2.260.000 acri della regione “Biosphere Reserve” e, quindi, area protetta.

L’iniziativa dell’UNESCO, appoggiata negli anni successivi dalle cooperative dell’argan, ha coinvolto anche le autorità del Regno. I governi marocchini degli ultimi quindici anni hanno provveduto alla riforestazione delle zone aride del Paese, usando proprio l’Argania spinosa. Si tratta, infatti, di una pianta in grado di vivere sui terreni calcarei delle zone desertiche, grazie alle profonde radici, utili anche nel contrastare l’erosione del terreno.

L’argan rimane, quindi, una risorsa preziosa per territori ai margini dell’economia marocchina, nonché un importante mezzo di valorizzazione dell’immenso patrimonio culturale Amazigh del Paese. Allo stesso tempo si è affermato anche come un elemento cruciale nelle strategie di salvaguardia ambientale del Regno, meritando il ruolo di protagonista nell’esposizione marocchina al Milano EXPO 2015, dal tema “Feeding the Planet”. 

 

Fonti e approfondimenti

Huang P., Liquid Gold: Berber Women and the Argan Oil Co-operatives in Morocco, in International Journal of Intangible Heritage, Vol. 12, pp. 140 – 155, 2017.

Dossa Z., Cooperatives: A Development Strategy? An Analysis of Argan Oil Cooperatives in Southwest Morocco, in Euricse Working Paper, N. 029, 12, 2011.

Skog B. S., Tree of Empowerment: Women’s Argan Oil Cooperatives in Morocco, Unpublished MSc dissertation, Utrecht University, 2013.

UNESCO 2002Biosphere Reserve Information: Morocco, Arganeraie

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