Salute e autodeterminazione: i corpi delle donne latinoamericane sotto attacco

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e l’Organizzazione panamericana della salute (OPS) concordano nel definire i diritti sessuali e riproduttivi come parte integrante del più generale diritto umano fondamentale alla salute, intesa come benessere fisico, mentale e sociale e non mera assenza di malessere

Diritti sessuali e riproduttivi in America latina

Gli ostacoli che possono porsi al pieno godimento di tali diritti sono di due tipi: da una parte, ostacoli diretti che vanno dalla negazione dell’accesso a beni e/o servizi necessari tramite procedure eccessivamente restrittive o complicate, alla vera e propria criminalizzazione; dall’altra parte, ostacoli indiretti che si traducono sostanzialmente nella mancanza di adeguata educazione e informazione relativamente alle possibili scelte in ambito sessuale e riproduttivo, ma possono arrivare a concretizzarsi nella sottoposizione a trattamenti senza il consenso informato circa le conseguenze degli stessi. 

La libertà di scelta sui propri corpi e l’autodeterminazione delle donne, sono strettamente legate alle possibilità di pianificazione del futuro, di miglioramento delle condizioni di vita e, in generale, al pieno sviluppo della persona umana. Secondo uno studio di ONU Mujeres, per esempio, circa il 60% delle donne della regione latinoamericana che si trovano in condizioni di povertà sono diventate madri prima dei 19 anni e quasi la metà di esse non ha entrate proprie, nè livelli di istruzione e/o competenze utili all’entrata o il rientro nel mercato del lavoro. 

La lunga lotta per l’aborto libero e sicuro

L’America latina è tra le regioni al mondo con un più alto tasso di restrizioni al grado di libertà delle donne durante la gravidanza, con soli tre Stati (Uruguay, Cuba e lo Stato di Oaxaca in Messico) nei quali l’aborto è stato depenalizzato. Nel resto dei Paesi, gli unici casi in cui è consentito abortire sono tendenzialmente quando la vita della madre è in pericolo. Permangono inoltre legislazioni nazionali totalmente restrittive (Honduras, Nicaragua, El Salvador, Haiti) in cui l’IVG è considerata illegale in ogni caso ed è punita con pene che arrivano fino all’ incarcerazione.

La criminalizzazione e le restrizioni, più che in un calo delle interruzioni di gravidanza, si risolvono in un aumento del ricorso alla clandestinità , spesso sottoponendo le donne a pratiche altamente rischiose per la loro salute, fisica e mentale, fino a metterne in pericolo la vita. Come dimostrano anche gli ultimi dati dell’OMS, nei paesi in cui l’aborto è completamente vietato, o consentito solo quando la vita della madre è a rischio, solo 1 aborto su 4 avviene in maniera sicura, mentre dove l’aborto è legale quasi 9 aborti su 10 si svolgono in maniera sicura. 

La Campaña e i pañuelos verdes in Argentina

Migliaia di attiviste latinoamericane si sono battute negli anni per dimostrare le conseguenze drammatiche degli aborti clandestini, al punto da ritenere il fenomeno un problema di salute pubblica, oltre che un affronto sistemico alla libertà delle donne. 

Le più note alla cronaca internazionale sono sicuramente le donne argentine che hanno dato il via alla “Campaña Nacional por el Derecho al Aborto legal, Seguro y Gratuito”. Lanciata ufficialmente il 28 maggio 2005 – Giornata internazionale di azione per la salute delle donne – la Campaña viene spesso associata ai pañuelazos (grandi manifestazioni in cui le donne indossano un fazzoletto verde), facendo leva su una potente simbologia storica della resistenza femminile e femminista del Paese (i pañuelos delle madres de plaza de mayo), innovandola e riuscendo a creare un immaginario riconoscibile e riconosciuto in tutto il mondo. 

Al grido di “Educación sexual para decidir, anticonceptivos para no abortar, aborto legal para no morir” (Educazione sessuale per decidere, anticoncezionali per non abortire, aborto legale per non morire), le attiviste della Campaña che raccoglie circa 305 organizzazioni di varia natura – si battono da 15 anni per garantire l’accesso universale ai servizi essenziali di salute ed educazione a tutela dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne argentine, chiedendo modifiche legislative nel settore scolastico, sanitario e penale nonché, ovviamente, una radicale svolta culturale. 

In questo contesto è stato elaborato collettivamente nel 2006 il  Progetto di legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, presentato alla Camera dei deputati sette volte, senza successo, a partire dal 2007.  Solo nel 2018 è stato finalmente preso in esame dall’assemblea e con un voto apparentemente storico il 14 giugno 2018 la Camera dei deputati lo ha approvato (con 129 voti a favore, 125 contrari e 1 astensione). L’iter della legge si è bloccato però con la bocciatura subito successiva da parte del Senato.

Il 28 maggio 2019 è stato presentato pubblicamente un nuovo progetto per l’IVE che stabilisce il diritto all’interruzione su richiesta della donna fino alla 14 esima settimana di gravidanza e anche oltre questo termine quando la salute materna è a rischio o  in caso di stupro. In quest’ultima ipotesi, la legge obbliga il personale medico ad accettare una dichiarazione sotto giuramento da parte della paziente senza ulteriori accertamenti. Inoltre, è previsto che le strutture sanitarie garantiscano la realizzazione dell’IVE entro cinque giorni dalla richiesta, nel rispetto delle raccomandazione dell’OMS sulla sicurezza e l’adeguata informazione ed esonerando la paziente dal dover cercare l’autorizzazione legale di un giudice per procedere. 

Nel frattempo, il neo eletto Presidente Fernández, che aveva promesso in campagna elettorale una legge sull’aborto, si è attivato presentando il 17 novembre 2020 il suo progetto di legge al Congresso, riconoscendo il fallimento delle politiche restrittive in materia. L’iniziativa presidenziale segna un importante passo avanti per i diritti delle donne argentine anche perché si inserisce in un progetto più ampio – il Plan de los Mil Días ­– con il quale Fernández prevede di rafforzare “le cure e la protezione durante la gravidanza, la nascita dei figli e nello sviluppo della prima infanzia”. La Ola verde è speranzosa in un risultato positivo, ma in caso contrario tornerà in piazza fino al raggiungimento dell’obiettivo.

Le sterilizzazioni forzate nel Perù di Fujimori

In Perù si è verificata in maniera esemplare una violazione indiretta dei diritti sessuali e riproduttivi, per la quale è accusato l’ex Presidente Alberto Fujimori. La vicenda riguarda le modalità particolarmente critiche di implementazione del “Programa Nacional de Salud Reproductiva y Planificación Familiar” (PNSRPF), presentato dal governo il 7 febbraio 1996 e che includeva la vasectomia e la legatura delle tube di Falloppio come metodi anticoncezionali. In particolare, l’abuso del ricorso alla sterilizzazione fu strumentale e non consensuale risolvendosi di fatto in una strategia per imporre un rigido controllo delle nascite nelle fasce sociali più povere della popolazione, intrecciando questioni di classe ed etniche.

Il programma, secondo i dati raccolti da organizzazioni internazionali e commissioni parlamentari, tra il 1996 e il 2000 ha reso sterili circa 300 mila persone – 272.028 donne e 22.004 uomini – per la maggior parte di etnia quechua e abitanti nelle zone rurali più povere del Paese. Di queste, si stima che almeno 211 mila non ebbero accesso a un’informazione corretta sulla procedura medica e le sue conseguenze e almeno 25mila non sono state informate sull’irreversibilità dell’intervento.

Fu evidente da subito infatti che il Ministero della Salute promuovesse l’intervento soprattutto nelle aree abitate maggiormente da popolazioni indigene, talvolta stabilendo vere e proprie quote programmate del numero totali di interventi su base mensile o annuale. Sono numerose inoltre le prove dei ricatti subiti dalle donne che si sottoponevano all’operazione in cambio di cibo o denaro, spesso senza essere messe a conoscenza della natura e delle conseguenze dell’intervento. Moltissime non ricevettero cure mediche adeguate e 18, accertate, morirono dopo l’operazione.

Sono 2.074 le donne che hanno sporto denuncia per essere state sottoposte all’intervento senza il loro consenso o senza che fossero state adeguatamente informate, ma finora le prime tre inchieste avviate negli anni sono state archiviate senza condanne (2004-2009; 2011-2014; 2014-2016). Nel 2015, dopo anni di lotta fu creato il Registro nazionale delle vittime di sterilizzazioni forzate e recentemente, nel 2018, sono state riaperte le accuse contro l’ex presidente Alberto Fujimori, già coinvolto in svariate vicende giudiziarie, e tre dei suoi ex ministri della sanità (Marino Costa, Eduardo Yong e Alejandro Aguinaga), ma il caso rimane aperta senza che nessuno abbia mai pagato per i crimini commessi.                                                    

Latina: Marta Lamas

Marta Lamas Encabo è un’antropologa e accademica messicana, insegna scienza della politica all’Istituto tecnologico autonomo di Città del Messico ed è membro del Centro di ricerca e studi di genere (CIEG) dell’Università nazionale autonoma del Messico. Nata a Ciudad de México nel 1947, Lamas è anche una delle più note femministe del Paese, autrice di numerosi saggi e articoli su questioni di genere. Per il suo impegno nella lotta per i diritti delle donne nel 2005 è stata nominata per il Premio Nobel per la Pace. Nel 1990 fondò Semillas – Società messicana per i diritti delle donne, un’organizzazione di mutuo aiuto che sostiene cooperative e microimprese al femminile, offrendo supporto tecnico-logistico. Due anni dopo, nel 1992, fu co-fondatrice del Grupo de Información en Reproducción Elegida – GIRE (Gruppo di informazione per le scelte riproduttive), tra le più importanti associazioni attive nel Paese con l’obiettivo di diffondere informazioni relative alle scelte e ai diritti in ambito sessuale e riproduttivo. Il gruppo ha avuto un grande ruolo non solo nella campagna – ancora in corso –  per la depenalizzazione dell’aborto (attualmente crimine in tutto il Paese con la sola eccezione di Oaxaca), ma anche nella diffusione mediatica e nell’opinione pubblica di una consapevolezza diffusa su temi come la violenza ostetrica o le discriminazioni ai danni delle donne indigene durante la gravidanza.

Nello specifico, due casi molto noti che ha seguito direttamente l’associazione sono quello di María Ligia e Marimar. La prima è una donna maya morta il 27 gennaio 2014 a soli 41 anni a causa di omissioni ed errori nella presa in carico da parte del sistema sanitario durante la sua gravidanza gemellare, la seconda una giovane di 17 anni alla quale è stato negata l’interruzione di gravidanza nonostante fosse conseguenza di uno stupro (unica condizione per cui in tutti gli Stati non è prevista responsabilità penale). Su questo caso si è espressa il 4 aprile 2018 la Corte suprema di giustizia – con una sentenza storica che rappresenta un precedente fondamentale per gli sviluppi futuri – riconoscendo un risarcimento alla ragazza e decretando che negare il servizio di IVE anche in caso di gravidanza per stupro, costituisce una violazione dei diritti umani.

                       

Fonti e approfondimenti 

Ginevra Candidi, I diritti sessuali e riproduttivi, Lo Spiegone, 19/12/2019

Serena Pandolfi, L’Argentina verso l’aborto legale, Lo Spiegone, 16/05/2018

Francesco Betrò, Argentina, l’aborto legale è sacrificabile per vincere le elezioni, Lo Spiegone, 15/07/2019

Claudia Pomata, Diritto a quale vita? Il caso di El Salvador, Lo Spiegone, 27/03/2018

Karina Felitti, Rosario Ramirez Morales, Pañuelos Verdes Por El Aborto Legal: Historia, Significados Y Circulaciones En Argentina Y México, Encartes, vol. 3, num. 5, maro-agosto 2020, pp. 111-145

Marta Ribul, “Il caso peruviano delle sterilizzazioni: la politicizzazione del corpo femminile tra autoritarismo e democrazia” in NAD – Nuovi autoritarismi e democrazie: diritto, istituzioni e società, n. 1/2020

Alicia Miyares, “Derechos sexuales y reproductivos en América Latina”, Asociación Española de Filosofía María Zambrano 

Maria-Christine Zauzich, Política Demográfica y Derechos Humanos. Investigación periodística de la situación en el Perú, 2002

Archivo PNSRPF (2012-2014)

http://www.abortolegal.com.ar/

https://gire.org.mx

https://lac.unfpa.org/

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