HIV in Russia: l’altra epidemia

Nuovi casi di HIV in Russia nel 2018
@Gruznov - Wikimedia Commons - CC BY-SA 4.0

Poco prima di essere travolta dalla pandemia di Covid-19, la Russia si trovava già da tempo a dover fare i conti con un altro virus: l’HIV. Con più di un milione di infetti già nel 2017 (pertanto, la stima odierna è drammaticamente maggiore), l’1,2% della popolazione fra i 15 e i 49 anni positiva, un tasso di crescita annuale del 10-15% e più di 30.000 morti ogni anno, questa infezione rappresenta un problema concreto per la Russia. 

Il tema è stato riportato sotto i riflettori nel febbraio 2020 da un documentario del popolare vlogger russo Jurij Dud’, intitolato “HIV in Russia”. In poco meno di due ore di video, Dud’ spiega con chiarezza la natura e la portata del fenomeno, con interviste a medici, operatori, giornalisti e malati. Il documentario ha avuto decine di milioni di visualizzazioni a pochi giorni dalla sua uscita e un enorme successo mediatico, tanto da riportare la tematica al centro del dibattito pubblico.

Oltre a essere riuscito a fare informazione capillare su un argomento fondamentale per la salute pubblica e aver spronato gran parte della popolazione a sottoporsi al test per l’HIV (le ricerche su Google relative alle strutture apposite sono aumentate del 4000% nei giorni immediatamente successivi all’uscita del video), il più grande merito del documentario di Dud’ è l’aver riportato la questione alla sua dimensione politica. Le politiche pubbliche di cura e prevenzione dell’HIV in Russia sono piuttosto carenti, a causa di diversi fattori.

La storia

Alla comparsa dell’HIV, negli anni Ottanta, i vertici sovietici bollarono il virus come “malattia occidentale”, dando il via a una forte politica di stigmatizzazione mista a negazionismo. Trent’anni dopo il crollo dell’URSS, data la sua enorme diffusione nel Paese, non vi sono più dubbi in merito al fatto che l’HIV sia anche un “virus russo”. Ciononostante, il governo di Vladimir Putin ha mantenuto negli ultimi vent’anni una linea piuttosto riluttante e certamente non incisiva nella lotta alla malattia. Dopo aver taciuto sulla vicenda per tutto il primo mandato (2000-2004), nel 2006 Putin ha riconosciuto la gravità della situazione e la necessità di misure stringenti. Tuttavia, ciò non si è tradotto in politiche sanitarie precise, né in campagne di prevenzione e di educazione sessuale innovative. 

Queste posizioni sono in parte il prodotto del sodalizio con la Chiesa ortodossa, che Putin ha sapientemente nutrito per tutta la sua presidenza, specialmente a partire dal suo terzo mandato nel 2012. La linea ultraconservatrice adottata in materia sessuale e di genere, favorendo un approccio di stampo moralistico, ha compromesso la gestione efficace di una questione che dovrebbe essere invece primariamente sanitaria. 

Le campagne governative di prevenzione e sensibilizzazione in merito all’HIV sono basate su una retorica dell’affettività in senso strettamente conservatore, per cui il principale rimedio all’AIDS non è la contraccezione, bensì la “fedeltà coniugale”. La legge che vieta la “propaganda dell’omosessualità”, oltre a impedire la discussione pubblica di tematiche riguardanti la comunità LGBT+, rende di fatto illegali campagne di prevenzione per scoraggiare rapporti omosessuali non protetti. Queste campagne, già di per sé scarsamente efficaci, sono inoltre penalizzate da un mancato potenziamento delle strutture nel corso degli anni.

Inoltre, la pressione del Cremlino sulle organizzazioni non governative (ONG) – considerate “agenti stranieri” da una legislazione entrata in vigore nel 2016 e dunque sottoposte a controllo e limitazioni speciali – ha reso ancora più difficile il lavoro delle numerose ONG impegnate in Russia nella lotta contro l’AIDS, la sindrome da immunodeficienza acquisita che si può sviluppare una volta contratto l’HIV. Al momento, queste organizzazioni rappresentano la fonte principale di aiuti concreti a cittadini e cittadine malati di AIDS e soprattutto uno spazio sicuro dallo stigma sociale.

In questo scenario, vanno poi considerate le politiche pubbliche relative alle sostanze stupefacenti. Le droghe assunte per endovena sono estremamente diffuse in Russia e, sebbene si stimi che non siano la via principale del contagio che è da ricondurre ai rapporti sessuali, certamente rappresentano una minaccia consistente al contenimento dell’HIV. L’aspra penalizzazione del metadone, generalmente utilizzato per curare la dipendenza da droghe pesanti, ha scoraggiato ogni incentivo a ridurre il consumo di eroina e altre sostanze, costituendo dunque un fattore determinante alla diffusione del virus.

L’accesso alle cure

Oltre alle misure di prevenzione insufficienti e fuorvianti, un altro elemento che in Russia inasprisce le condizioni dei malati di AIDS è la difficoltà nel reperire le cure. I motivi principali vanno rintracciati nelle scarse strutture sanitarie – specialmente nelle aree remote della Russia (dove, infatti, il virus è maggiormente diffuso) – e nei prezzi proibitivi dei medicinali a causa dell’inflazione, nonché nella presenza di brevetti e nella disponibilità limitata nel catalogo farmaceutico nazionale dei medicinali retrovirali.

A ciò naturalmente va aggiunta la pesantissima stigmatizzazione della malattia, ancora molto diffusa, che trova la sua origine nelle ideologie conservatrici promulgate insistentemente dalle istituzioni politiche, religiose e in alcuni casi civili. Tutto questo, insieme alla scarsa informazione sul tema, comporta un’importante barriera all’accesso alle cure.

Nel 2017, quindi, la Russia era ancora molto indietro rispetto agli standard internazionali: all’epoca, si stimava che l’81% della popolazione russa positiva all’HIV fosse a conoscenza del proprio status, ma solo il 36% delle persone infette accertate aveva accesso alle cure e un esiguo 27% di queste aveva soppresso la propria carica virale.

Al contrario, UNAIDS, l’organizzazione delle Nazioni Unite volta a contenere la diffusione dell’HIV nel mondo, per quest’anno aveva fissato il cosiddetto target “90-90-90”: entro il 2020, il 90% delle persone malate di HIV deve essere a conoscenza del proprio stato, il 90% delle persone consapevoli della propria positività al virus deve avere accesso alle cure e il 90% delle persone in cura deve aver soppresso la propria carica virale. 

Le nuove riforme nel 2020

Tornando al documentario “HIV in Russia” dello scorso febbraio, la diffusione e il successo del video misero in moto una serie di riforme. In seguito a una proiezione speciale in parlamento, Vladimir Putin formulò insieme al suo governo una “nuova strategia” per la lotta contro l’HIV in Russia. 

Una nuova strategia, però, che appare ancora una volta insufficiente. Innanzitutto, non è coerente con le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), che prevedono campagne di prevenzione per incentivare l’uso di preservativi e lubrificanti. Le campagne di prevenzione russe, invece, sono ancora basate su un’educazione che riconduce l’infezione da HIV a comportamenti sessuali “promiscui” da condannare: nell’ottica dell’autorità, la prevenzione del virus si ottiene solo mettendo in pratica valori morali come la fedeltà coniugale. Il nuovo piano, inoltre, non prevede stravolgimenti sostanziali dei piani adottati in precedenza dal governo né stanziamenti di risorse significative per potenziare le strutture sanitarie esistenti e la distribuzione di farmaci retrovirali, come invece dichiarato nel documento.

A tutto ciò va aggiunta l’attuale crisi sanitaria causata dalla diffusione del Covid-19. L’arrivo della pandemia, poche settimane dopo l’uscita del documentario, ha smorzato quello che sembrava un promettente balzo in avanti della lotta all’HIV nel dibattito pubblico russo. In molti casi, i laboratori di analisi dell’HIV sono inoltre stati riconvertiti in laboratori addetti all’analisi dei tamponi e chiaramente le strutture sanitarie e le loro risorse al momento hanno come priorità assoluta il contenimento del coronavirus.

 

Fonti e approfondimenti

UNAIDS: Russian Federation

ITPCru, 2018. “On the way to 90: Analysis of procurement and provision of ARV drugs in seven countries of Eastern Europe and Central Asia”

M. Bennetts, “The epidemic Russia doesn’t want to talk about”, POLITICO, 2020

The Moscow Times, 2020. “Russia’s HIV Prevention Strategy Ignores Global Guidelines – Kommersant”

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