L’oro blu del Medio Oriente: le risorse contese tra Israele e Palestina

Acqua in Palestina

Nonostante la questione palestinese non sia più uno degli argomenti nodali degli affari mediorientali già da diverso tempo, la sua mancata risoluzione continua a rimanere motivo di tensione all’interno della regione. Al centro della questione vi sono alcuni punti cruciali che, se non affrontati e risolti tenendo in considerazione le prospettive di ambo le parti, pregiudicheranno sempre qualsiasi negoziazione, piano o processo di pace.

Tra questi rimane fondamentale il tema delle risorse idriche presenti nel territorio che va dal Giordano alle rive del Mediterraneo. A oggi, la maggior parte dell’acqua consumata da Israele proviene dai territori occupati; la loro rilevanza non è quindi solo ideologica e politica, ma anche economica e strategica: si tratta, in sostanza, della sopravvivenza stessa dello Stato ebraico.

Negli oltre cinquant’anni di occupazione è stata attuata una numerosa serie di restrizioni che ha limitato fortemente l’accesso alle risorse idriche da parte dei palestinesi e che, in ultimo, li ha costretti a una condizione di perenne scarsità di acqua. Questo articolo del progetto “L’oro blu del Medio Oriente” è quindi dedicato all’acqua come risorsa contesa tra due popoli e diritto umano fondamentale.

L’acqua della Palestina

I territori palestinesi si trovano in un’area particolare dal punto di vista idrologico: occupano infatti zone in cui si trovano tre importanti risorse idriche per la regione.

La principale risorsa è costituita da una falda acquifera montana che si estende per circa 130 km e che si suddivide in tre bacini sotterranei, la cui qualità di acqua differisce a seconda del tipo di terreno e dallo sfruttamento avvenuto negli anni passati. La falda viene alimentata da acqua piovana, che cade principalmente sui monti della Cisgiordania, e si dirama verso est e ovest tra i territori palestinesi e Israele. Oggi questa falda è l’unico sistema di rifornimento di acqua per i palestinesi e copre circa il 40% dei loro fabbisogni, mentre si stima che Israele ne ricavi un terzo del proprio approvvigionamento totale.

La seconda è costituita dalle risorse idriche del bacino del Giordano, che rifornisce Israele di un altro terzo circa dell’acqua che consuma. Per natura, il bacino interessa non solo Israele e Palestina (per i territori cisgiordani), ma anche Siria, Libano e Giordania. La questione del Giordano è stata nel tempo motivo di tensioni tra i Paesi dove si trova il bacino: dalle contese Alture del Golan, dove ci sono alcune delle sorgenti del fiume; alle problematiche riguardo alla costruzione di una diga sullo Yarmuk, il principale affluente; ai diritti sull’acqua dei Paesi rivieraschi.

La terza risorsa idrica è costituita da una falda acquifera costiera che si estende da nord a sud a ridosso delle rive del Mediterraneo. Su questo punto gli esperti si dividono tra chi sostiene che la falda sia in realtà costituita da due falde non collegate di cui una si trova interamente entro i confini di Israele e l’altra nei territori della Striscia di Gaza, e chi invece opina l’esistenza di un’unica falda.

La gestione delle risorse

A seguito della guerra dei sei giorni nel 1967 Israele si impadronì delle risorse idriche dei territori occupati dichiarandole bene pubblico – così come già lo erano le altre risorse idriche dello Stato ebraico fin dal 1959 – rendendo così i palestinesi dipendenti da Israele per gli approvvigionamenti di acqua.

Successivamente, nel quadro degli accordi di Oslo del 1995, Israele riconobbe ai palestinesi dei non ben definiti diritti sull’acqua e, pur mantenendo il controllo su tutte le risorse idriche, concesse all’Autorità Palestinese (AP) la gestione di alcune risorse in Cisgiordania. Gli accordi avrebbero dovuto valere solo per pochi anni, in attesa di un trattato definitivo; ma, a causa del fallimento del processo di pace degli anni ’90, continuano a rimanere in essere ancora oggi.

Con l’accordo venne istituita una commissione congiunta israelo-palestinese (Joint Water Committee – JWC) per coordinare ad interim la gestione della falda acquifera montana. L’acqua pompata da questa falda venne destinata per l’80% a Israele e per il 20% ai palestinesi. Inoltre, agli israeliani non vennero imposti limiti al pompaggio dell’acqua, mentre ai palestinesi vennero concessi altri 70-80 milioni di metri cubi di acqua da ricavarsi con future trivellazioni in aggiunta alla quota già esistente pari a 118 milioni. Infine, venne stipulato che Israele avrebbe venduto ai palestinesi circa 30 milioni di metri cubi di acqua all’anno attraverso Mekorot, la compagnia idrica nazionale. Questa, all’indomani della guerra dei sei giorni, aveva infatti cominciato a costruire una rete idrica nei territori occupati al fine di rifornire militari e futuri insediamenti israeliani.

Al di là delle problematiche relative al forte sbilanciamento a favore di Israele per l’accesso alle risorse idriche, esistono diverse questioni che nel tempo hanno aggravato la condizione dei palestinesi.

Nel corso degli anni non è stata fatta manutenzione sul sistema idrico costruito nei territori occupati prima del 1967, che collega quasi tutte le zone abitate da palestinesi alla rete di Mekorot. Di conseguenza, il quantitativo di acqua che viene persa ogni anno in Cisgiordania e a Gaza è enorme: si parla, in media, del 40%. Inoltre, diversi vecchi pozzi non sono più agibili a causa del cattivo mantenimento o perché si sono prosciugati nel tempo. A questo proposito Israele non è l’unica incolpabile, dato che anche l’AP è stata negligente per quel che riguarda la manutenzione della rete idrica sotto la sua competenza. La scarsità d’acqua e la condizione di dipendenza sono infatti facilmente sfruttabili come leva politica per mantenere il consenso della popolazione.

Dal 2010, poi, il lavoro della JCW è stato bloccato dal rifiuto dei palestinesi di prendervi parte in segno di protesta. Difatti, la costruzione di nuovi pozzi da parte palestinese è stata quasi sempre bloccata o rallentata dalla lentezza del complesso apparato amministrativo, dalla Commissione stessa, in cui Israele è in grado di esercitare più potere della controparte, nonché dalle ulteriori restrizioni che lo Stato ebraico impone unilateralmente quando si tratta dell’area C. Qui, peraltro, vivono diverse comunità palestinesi che rimangono completamente tagliate fuori dalla rete idrica o dal sistema stradale.

La conseguenza di tutto ciò è che la popolazione della Cisgiordania, che è quasi raddoppiata dal 1995, riceve solo il 75% dell’acqua definita dagli accordi di Oslo. Per far fronte a questa situazione, i palestinesi sono costretti a comprare acqua da Mekorot o da privati, a prezzi decisamente alti. E nei mesi estivi la situazione diventa ancora più grave: da un lato, in quel momento dell’anno alcuni pozzi contengono naturalmente meno acqua, mentre dall’altro, per mantenere gli stessi livelli di accessibilità agli israeliani, Mekorot riduce la quantità di risorse destinate ai palestinesi, anche interrompendo i servizi per lunghi periodi.

Diverso è il discorso per la Striscia di Gaza, da cui Israele si è ritirata nel 2005 e che, a partire dal 2007, si trova sotto embargo. La falda acquifera costiera su cui Gaza fa affidamento come fonte primaria di approvvigionamento di acqua è ormai altamente inquinata. A causa dell’eccessivo utilizzo durante il corso degli anni, che ha favorito la penetrazione di acqua marina, e della contaminazione da acque reflue, il 96.2% di questa acqua è utilizzabile solo per uso domestico e non è potabile. Con i tagli alla distribuzione da parte di Israele, gli abitanti della Striscia non hanno altra scelta che comprare l’acqua da privati. La situazione igienico-sanitaria è quindi estremamente grave.

L’acqua come diritto

Secondo il diritto internazionale, esistono degli obblighi ai quali Israele si sta sottraendo sia in materia di utilizzo di acque internazionali sia in quanto forza occupante. Per quel che riguarda il primo punto, la falda acquifera montana e il bacino del Giordano sono da considerarsi acque internazionali e diversi fattori indicano che ai palestinesi dovrebbe essere garantita una quota di acqua decisamente maggiore rispetto a quella definita dagli accordi di Oslo. A supporto di ciò il fatto che sono principalmente le piogge in Cisgiordania ad alimentare la falda montana; che per i palestinesi è più difficile reperire acqua da fonti alternative, al contrario di Israele (si pensi solamente agli impianti di dissalazione); o ancora, che le quote stabilite non sono sufficienti a soddisfare i fabbisogni domestici della popolazione, senza contare quelli agricoli e industriali.

Inoltre, Israele è firmataria di due convenzioni internazionali che stabiliscono diritti e doveri di una forza occupante nei confronti della popolazione locale: si tratta della Convenzione dell’Aia del 1907 e della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949. Nella fattispecie, a Israele sarebbe proibito effettuare delle modifiche permanenti al territorio che non siano a beneficio della popolazione locale; questo perché l’occupazione è considerata una situazione temporanea dal punto di vista legale. La forza occupante gestisce e può usufruire delle risorse, tra cui l’acqua, per soddisfare le esigenze dei propri militari nel rispetto degli interessi e dei bisogni degli abitanti. Questo perché chi occupa detiene l’autorità ma non la sovranità sulle aree e le risorse.

Abbiamo però visto con evidenza che se agli israeliani è garantita acqua potabile in abbondanza, i palestinesi che vivono nei territori occupati si trovano a fronteggiare problemi anche solo per accedere alle poche risorse a disposizione. Si stima infatti che, in media, ogni palestinese disponga di circa 70 litri di acqua al giorno, ben al di sotto dei 100 litri definiti dall’Organizzazione mondiale della sanità come soglia per una vita salubre. Di contro, un israeliano gode in media di circa 280 litri al giorno e un abitante delle colonie di addirittura 350.

Nel 2010 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto formalmente l’accesso all’acqua e ai servizi sanitari in quantità sufficiente come un diritto umano universale e fondamentale, essenziale alla qualità della vita e all’esercizio di tutti i diritti dell’uomo. Questo diritto, però, in Palestina come in molte altre parti del mondo ancora non viene garantito.

 

Fonti e approfondimenti

Y. Lein, Disputed Waters: Israel’s Responsibility for the Water Shortage in the Occupied Territories, B’Tselem – The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories, Sep. 1998

FAO, Jordan River Basin, AQUASTAT – FAO’s Global Information System on Water and Agriculture, 2008

J. Isaac, W. Sabbah, The Intensifying Water Crisis in Palestine, Applied Research Institute – Jerusalem (ARIJ), 1997

The World Bank, West Bank and Gaza: Assessment of restrictions on Palestinian water sector development, The International Bank for Reconstruction and Development, Apr. 2009

B’Tselem, Water Crisis, B’Tselem – The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories, 11/11/2017

E. Bompan, Acqua santa, il water grabbing nel conflitto tra Israele e Palestina, Lifegate, 05/04/2017

OCHA, Demolitions in West Bank undermine access to water, Occupied Palestinian Territories: The Monthly Humanitarian Bulletin | March 2019, 15/04/2019

United Nations, The Human Right to Water and Sanitation: Milestones, UN-Water Decade Programme on Advocacy and Communication (UNW-DPAC)

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