Fatah e Hamas parte #2: la crisi di Gaza e l’accordo

Il Cairo, 12 ottobre 2017: le due più importanti fazioni politiche palestinesi, Fatah e Hamas, firmano un accordo di riconciliazione.
Nel precedente articolo (parte #1: il conflitto interno) sono stati riportati alcuni dei principali momenti che hanno segnato la nascita e la storia delle due organizzazioni. In questa seconda parte si cercherà di presentare l’odierna situazione, in particolare per ciò che riguarda la Striscia di Gaza, e la sostanza degli accordi.

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Gaza: festeggiamenti dopo la firma degli accordi

Israele e Hamas

Al termine della Seconda Intifada (2000-2005), l’allora primo ministro Sharon smantellò gli insediamenti israeliani dalla Striscia di Gaza e ritirò le truppe dispiegate sul territorio. L’anno successivo, con l’arrivo ufficiale di Hamas sulla scena politica a seguito della vittoria alle elezioni, la situazione, già di per sé tesa, peggiorò. Nel 2006 infatti Israele lanciò la sua prima operazione all’interno dei confini della Striscia, a seguito del rapimento di un soldato israeliano da parte delle milizie palestinesi. Nel frattempo, diversi attori internazionali avevano rifiutato il risultato delle elezioni per via delle intenzioni dell’organizzazione di non riconoscere gli accordi di Oslo e di sostenere la lotta armata fino alla totale distruzione di Israele. Fatah si trovò nella situazione di non poter accettare che Hamas controllasse l’ANP ma, in seguito ai violenti scontri interni, nel 2007 dovette ritirarsi dalla Striscia, lasciandola così sotto il pieno controllo di Hamas.

Nello stesso anno iniziò anche l’assedio da parte di Israele verso Gaza nel tentativo di isolare l’organizzazione e farne perdere i consensi. Vennero intensificati i controlli agli accessi e limitata la libertà di movimento dei palestinesi: uscire o entrare nella Striscia divenne nel tempo sempre più difficile a causa delle difficoltà nell’ottenere permessi e superare le restrizioni imposte dalle diverse parti, Hamas compresa. In sostanza Israele cominciò a detenere controllo marittimo e aereo e ad avere l’ultima parola sugli ingressi via terra, anche per funzionari ONU e operatori umanitari.

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Il totale delle vittime negli scontri israelo-palestinesi dal 2000 al 2014. In giallo i palestinesi; in grigio gli israeliani. Fonte: Vox

Gli scontri fra le due parti presero la forma di attentanti e lanci di missili da e verso lo stato ebraico, con un progressivo aumento del potenziale di questi ultimi. Gli scontri sono sfociati in veri e propri conflitti aperti in tre momenti: nel 2008-2009, nel 2012 e nel 2014. Questo contesto ha fatto maturare scetticismo da parte israeliana sull’effettiva possibilità di riprendere gli accordi di pace e negoziare una soluzione a due stati.

Gaza: la crisi

In aggiunta ad Israele ed Egitto, anche l’Autorità Nazionale Palestinese ha imposto delle politiche aggressive mirate ad indebolire Hamas. Queste sono state intensificate nel corso del 2017 e poi abolite il 1 novembre, a seguito dell’accordo raggiunto. Hanno riguardato la diminuzione dei salari degli impiegati civili (effettivamente lavoranti e non) dell’ANP stessa, una riduzione del materiale medico destinato a Gaza e il taglio ai pagamenti della fornitura elettrica che la Striscia attingeva da Israele.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA), in particolar modo i tagli alla fornitura di energia hanno causato un danno significativo sulla vita dei palestinesi, peggiorando una situazione già critica. Il sistema di rifornimento di acqua è stato colpito direttamente, creando disagi non solo ai privati, ma anche alle strutture ospedaliere, rese quasi del tutto impossibilitate a svolgere i propri servizi; è stato registrato inoltre un aumento significativo dell’inquinamento del mare a causa del non corretto smaltimento dei rifiuti.

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Domanda/offerta di energia: in azzurro i MW di energia utilizzati e la fonte (Egitto, Israele o la centrale elettrica di Gaza) con accanto le relative ore di disponibilità. In rosso il deficit di energia. Fonte: OCHA

Questi ultimi problemi sono andati a sommarsi alle già precarie condizioni che condannano gli abitanti di Gaza sin dall’inizio del conflitto arabo-israeliano. E sono poi stati gli anni del blocco, gli scontri interni e il conflitto con Israele a devastare totalmente vita ed economia della Striscia: nel 2015 le Nazioni Unite avevano parlato di un «de-development» del territorio, ovvero di un processo per cui lo sviluppo di Gaza non solo si sarebbe arrestato, ma anche invertito.

Riportiamo qualche numero per contestualizzare la situazione: il territorio di Gaza è di 360 km2, il doppio dell’area che occupa la città metropolitana di Milano, e la sua popolazione conta circa 1,8 milioni di abitanti, di cui 2/3 sono rifugiati palestinesi arrivati dopo il 1948. La Banca Mondiale riporta che il 42% della popolazione di Gaza si trova in condizione di povertà e che l’80% fa affidamento sugli aiuti internazionali per le provviste di cibo. Nel 2016 il tasso di disoccupazione era circa del 41% e, nel 2014, era arrivato anche il 45%, salendo addirittura al 58% se si considera la sola disoccupazione giovanile.

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In grigio l’andamento del PIL della Striscia di Gaza dal 1995 al 2016. I periodi di crescita sono legati all’arrivo di aiuti umanitari internazionali. Fonte: Fondo Monetario Internazionale

[Per più informazioni riguardo l’economia della Cisgiordania rimandiamo a questo articolo]

Verso l’accordo

Negli ultimi anni la popolazione ha cominciato ad invocare la fine della divisione interna manifestando contro la stessa Hamas. Sempre più sotto pressione, nella primavera 2017 l’organizzazione aveva quindi presentato un documento per la modifica della carta costitutiva del gruppo del 1988, accettando la creazione di uno stato palestinese entro i confini del 1967 (Cisgiordania e Striscia di Gaza); la dichiarazione, rimanendo comunque controversa circa i propri fini, sarebbe parsa un avvicinamento alla soluzione a due stati che Hamas non aveva mai prima di allora accettato.

Infine, ad ottobre, Fatah e Hamas si sono trovati al Cairo per procedere alla firma dell’accordo di riconciliazione. Grazie a ciò l’ANP tornerà ad avere il controllo amministrativo della Striscia e verrà messo a punto un meccanismo per cui alcuni funzionari di Hamas verranno integrati nell’autorità: il governo così formato sarà in carica fino alle prossime elezioni, che dovranno essere indette entro un anno dalla firma degli accordiIl 1 novembre 2017, dopo la cerimonia del passaggio delle consegne, l’ANP ha ripreso il controllo dei valichi con Israele ed Egitto.

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Punti critici

Molti osservatori hanno però sottolineato che la tenuta dell’accordo sia legata ad alcuni punti critici: le questioni più ostiche, soprattutto quelle legate al braccio armato di Hamas, sono infatti state omesse durante l’incontro al Cairo.

Se da un lato Hamas si opporrebbe allo smantellamento delle brigate, dall’altro Abu Mazen non ha menzionato la possibilità che queste possano essere mantenute dopo il periodo di transizione; per il momento Hamas ha accettato di non commettere nessun atto di aggressione nei confronti di Israele, ma non è ancora stata forzata a smantellare il proprio braccio armato. In più è incerto come Hamas reagirebbe a delle negoziazioni da parte dell’OLP con Israele per una gestione congiunta della sicurezza, come accade già in Cisgiordania.

Un altro punto riguarda invece l’apparato istituzionale sul quale si poggia l’organizzazione a Gaza: c’è la possibilità che qualcuno tra i fedeli si opponga alle nuove linee o che si venga a creare un problema di sicurezza lavorativa per i propri impiegati.

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Valico di Erez

Ultimo, ma non per importanza, resta il fatto che Hamas non è l’unico movimento armato ad operare nei territori palestinesi. Tra tutti il più rilevante è forse il Jihad Islamico Palestinese, nato nel 1970 per promuovere la jihad contro Israele e in opposizione anche a molti governi arabi ritenuti troppo secolarizzati. L’ala militare del movimento ha rivendicato numerosi attacchi contro lo stato ebraico e potrebbe provocare nuovi scontri in grado di minare la tenuta dell’accordo nel caso in cui le tensioni sul territorio non diminuissero (proprio in questi giorni sono stati uccisi alcuni palestinesi durante un’operazione condotta da Israele per la chiusura di un sito nel quale era in costruzione un nuovo tunnel).

Se la prima fase della riconciliazione è stata messa in moto, rimangono ancora molte questioni interne da definire, mentre sullo sfondo Israele continua a mantenere il blocco e non vede di buon occhio questa riappacificazione.

Fonti e approfondimenti:

https://www.vox.com/2014/7/16/5904691/hamas-israel-gaza-11-things

https://www.foreignaffairs.com/articles/israel/2017-06-27/gaza-brink

http://www.aljazeera.com/indepth/features/2017/06/guide-gaza-strip-170614124611554.html

https://www.internazionale.it/notizie/2017/05/04/nuovo-programma-politico-hamas

http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/issues-derail-fatah-hamas-deal-171017185321599.html

http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2017/10/palestine-reconciliation-youth-dreams-lost-compensate-gaza.html

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