L’oro blu del Medio Oriente: il Nilo e la ripartizione delle sue acque

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Abbiamo già visto come l’acqua sia destinata a diventare una risorsa sempre più rara e importante in Medio Oriente e, in particolar modo, in Mesopotamia. Oggi, analizzeremo il Nilo e la gestione delle sue acque. Di fatto, l’utilizzo e la suddivisione delle acque del fiume sono stati e sono tuttora oggetto di contese, e rimangono di fondamentale importanza per capire le dinamiche della regione.

Geografia del bacino

Con 6.853 km di lunghezza, il Nilo è considerato uno dei fiumi più lungo del mondo (il titolo è conteso con il Rio delle Amazzoni). Nonostante l’immaginario collettivo di solito si concentri sul delta che sfocia nel Mar Mediterraneo, è importante notare come il Nilo attraversi un’ampia fetta del continente africano. Con un’estensione che occupa circa il 10% dell’intera Africa e un bacino idrico che tocca undici Stati africani, il Nilo e le sue acque sono cruciali per la stabilità e lo sviluppo della regione, e la sussistenza del 45% della popolazione del continente.

Il bacino del Nilo, con i suoi laghi e affluenti, è condiviso tra Egitto, Sudan, Sud Sudan, Etiopia, Eritrea, Tanzania, Uganda, Burundi, Ruanda, Kenya e Repubblica Democratica del Congo. Il fiume nasce dall’unione del Nilo Bianco, emissario del Lago Vittoria in Uganda, con il Nilo Azzurro, che ha origine in Etiopia.

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[/media-credit] Mappa del Nilo e degli Stati attraversati. Fonte: wikipedia

Gli accordi che regolano il Nilo: una sfida lunga e ancora irrisolta

Il primo tentativo di regolamentare l’accesso alle acque del bacino del Nilo avvenne nel 1929 tra Egitto e Regno Unito come portavoce del Sudan colonizzato. Il trattato confermava la storicità del diritto dell’Egitto all’utilizzo delle acque del Nilo per fini agricoli, prevedendo, tra l’altro, la possibilità per il Paese di porre il veto su tutte le decisioni che riguardassero progetti di costruzione di infrastrutture nel bacino che avrebbero potuto recargli danno.

Nel 1959, questo venne sostituito con un nuovo accordo tra Egitto e l’ormai indipendente Sudan. Il nuovo trattato, ancora in vigore, conferma la ripartizione delle risorse del Nilo tra i due Stati con 55 miliardi cubi di acqua garantiti all’Egitto e 18 al Sudan, lasciando così senza voce in capitolo gli altri Paesi rivieraschi. Dunque, negli anni successivi, venne promossa una lunga serie di iniziative con l’obiettivo di creare un’organizzazione basata su accordi condivisi tra tutti i Paesi che sono attraversati dal bacino del Nilo.

Ad esempio, nel 1967, con il sostegno del World Meteorological Organization (WMO) e del United Nations Development Program (UNDP), Kenya, Egitto, Sudan, Uganda e Tanzania lanciarono il progetto Hydromet. Questo aveva l’obiettivo di monitorare le acque del Nilo e dei suoi affluenti di pari passo con lo sviluppo demografico della regione. Successivamente vi si unirono anche Ruanda e Burundi, mentre l’Etiopia non vi prese mai parte.

Nel 1983, tramite la mediazione dell’Organization for African Unit (OAU), l’Egitto presentò un’iniziativa diplomatica nota come undugu (in swahili “fratellanza”) al fine di creare un forum che si occupasse di sviluppo agricolo e collaborazione scientifica e tecnologica tra i Paesi del bacino del Nilo. Per questioni politico-ideologiche, non tutti gli Stati della regione aderirono: in particolare, Etiopia e Kenya si opposero sostenendo che l’accordo favoriva l’Egitto e le sue mire di controllo sul Nilo Bianco.

Dopo il fallimento di undugu la fine di Hydromet nel 1992, i dieci Stati si riunirono a Kampala e decisero di formare il Technical Cooperation Commitee for the Promotion of the Development and Enviromental Protection of the Nile (TECCONILE). Lo scopo dichiarato dell’organizzazione, almeno inizialmente, era soltanto quello di garantire lo svolgimento di controlli qualitativi sul livello delle acque del Nilo. Tuttavia, col passare degli anni, il TECCONILE divenne un’importante struttura organizzativa, capace di patrocinare più di venti progetti di vario tipo legati all’utilizzo del Nilo, soprattutto a scopi agricoli ed energetici.

Da questa iniziativa nel 1999 nacque poi il Nile Basin Initiative (NBI), un forum intergovernativo che coinvolge tutti gli Stati rivieraschi. Questa istituzione ha avuto dei risvolti positivi nella promozione del dialogo regionale e ha giocato un ruolo importante nel sensibilizzare le parti sulla necessità comune di un coordinamento nella gestione delle risorse.

Motivo di tensione tra Egitto ed Etiopia

Nonostante l’importanza delle iniziative elencate precedentemente, nessuna delle organizzazioni sopracitate si è rivelata capace di mettere d’accordo gli attori in gioco sulla distribuzione delle acque e l’utilizzo del Nilo. I diversi Paesi continuano a sembrare infatti più interessati a soddisfare i propri interessi nazionali, a discapito della cooperazione per una gestione equa e sostenibile del bacino.

Uno degli scontri politici più accesi e annosi circa l’utilizzo delle acque del Nilo è quello che vede coinvolti l’Egitto e il Sudan da un lato e l’Etiopia e gli Stati subsahariani dall’altro. I primi due sono stati spesso accusati di ostacolare i lavori per un nuovo trattato di ripartizione delle acque. Nel 2011 il dibattito si è riacceso in seguito all’annuncio da parte del governo etiope dell’inizio dei lavori per la Grand Ethiopian Renaissance Dam, una diga nel nord del Paese, a 40km dal confine con il Sudan.

L’opera risulterebbe catastrofica per l’Egitto, che vedrebbe la diminuzione di oltre il 50% delle sue acque con pesanti risvolti socio-economici. Le acque del Nilo sono essenziali per il settore agricolo egiziano e per il funzionamento delle sue centrali idroelettriche. In particolare, la costruzione della diga etiope influirebbe sul volume delle acque del lago Nasser, sul quale si basa buona parte della produzione di energia elettrica d’Egitto.

Se la Renaissance Dam ha rappresentato l’inizio di nuove, mai sopite tensioni tra Egitto ed Etiopia, essa ha contribuito all’intavolarsi di nuove discussioni concernenti il fiume e le sue acque, con un nuovo accordo di ripartizione più necessario che mai.

La via multilaterale

Le problematiche legate a una suddivisione equa delle acque tra i Paesi rivieraschi sono legate a diversi fattori. Prima di tutto, nel suo lungo tragitto, il letto del fiume si ingrossa e si assottiglia a seconda delle piogge e della geografia della regione. Ad esempio, il tratto che tocca Ruanda e Uganda è di gran lunga il più ingrossato dalle piogge stagionali. Questa discrepanza ha ripercussioni sulla quantità di acqua usufruibile e sulle capacità del suo sfruttamento da parte delle popolazioni locali.

In secondo luogo, la densità di popolazione lungo il fiume presenta enormi differenze, determinando necessità e ambizioni dei vari Paesi attraversati dal Nilo. Basti pensare all’Egitto, in cui il 90% della popolazione vive sulle sue rive e sul suo delta.

Infine, non vanno sottovalutati gli effetti dovuti al riscaldamento globale, con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) che ha più volte ribadito il pericolo di future migrazioni dovute alla desertificazione nella regione del Nilo.

La soluzione più auspicabile, quindi, rimane multilaterale e inclusiva di tutti i Paesi rivieraschi. A questo proposito, l’NBI ha svolto finora un ruolo importante nel promuovere il dialogo tra i diversi Stati e ha sviluppato strumenti di analisi, coordinazione e controllo delle risorse idriche cercando di coinvolgere tutte le parti interessate. Trovare un’intesa comune per la gestione delle risorse è di cruciale importanza non solo dal punto di vista politico, ma anche in vista dell’impatto negativo del cambiamento climatico.

 

Fonti e approfondimenti

B. Zawdineh, “A Quest for Distributive Justice in the Nile Basin.International Journal of Ethiopian Studies 1, no. 2 (2004): 16-39

D. Biong Kuol, “Cooperation between Egypt and Sudan over the Nile River Waters: The Challenges of Duality.” African Sociological Review / Revue Africaine De Sociologie 11, no. 1 (2007): 38-62

H. Hamdy A. and A. Al Rasheedy, “The Nile River and Egyptian Foreign Policy Interests.African Sociological Review / Revue Africaine De Sociologie 11, no. 1 (2007): 25-37

M. Dereje Zeleke, “The Quest for Equitable Resolution of the Nile Waters Dispute: Wandering in the Wilderness?International Journal of Ethiopian Studies 7, no. 1 & 2 (2013): 77-100

W. KRISTIN, “The Nile River: Potential for Conflict and Cooperation in the Face of Water Degradation.” Natural Resources Journal 41, no. 3 (2001): 731-54

A. Swain, Managing Water Conflict: Asia, Africa and the Middle East, Routledge, 2004

J. Baitwa, A shared vision for the Nile Basin, International Water Power & Dam Construction, 12/06/2014

 

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