L’Egitto di al-Sisi: tutto meno che un gigante dai piedi d’argilla

Egitto al-Sisi_LoSpiegone
@DFID/Graham Carlow - Flickr - CC BY 2.0

Dalla Primavera araba del 2011 alla presa del potere da parte del generale e attuale presidente, Abdel Fattah al-Sisi, l’Egitto è stato spesso definito “un gigante dai piedi d’argilla”. Paese economicamente debole, instabile e ridimensionato a livello geopolitico, almeno nell’immaginario collettivo occidentale, gli ultimi mesi del 2021 hanno confermato l’opposto. Con un’ambiziosa politica economica e un rinnovato attivismo nella regione, soprattutto nel ruolo di mediatore, l’Egitto si è confermato un partner affidabile e una potenza regionale, mentre il suo presidente è divenuto il garante, ipotetico, della tenuta socio-politica del Paese, unito dalle strategie di governo militaresche di al-Sisi.

Il rinnovamento burocratico-amministrativo dell’Egitto e la “Nuova Repubblica” promessa da al-Sisi

La stabilità della presidenza di al-Sisi, che ormai pare differenziare l’Egitto dagli altri Paesi nordafricani, non deriva dal consenso popolare ma dal legame con l’élite economica della società egiziana e dall’immagine che il Paese proietta, dentro e fuori i propri confini nazionali. Nel 2013, in seguito alla presa del potere per mano militare, al-Sisi acquistò legittimità tramite il controllo delle forze armate e l’idea di Paese con cui si presentava alla popolazione. Al-Sisi ha più volte parlato di modernità e sicurezza, sia per descrivere il Paese che prometteva agli egiziani, sia per descrivere il proprio operato negli ultimi nove anni. Entrambi i termini sono poi stati usati, nell’estate del 2021, per presentare l’idea di una “Nuova Repubblica”: un Paese stabile, sicuro, moderno e unito. 

Nella visione di al-Sisi, gli obiettivi della stabilità e della sicurezza sono stati raggiunti con la lotta al terrorismo. Il concetto di lotta al terrorismo è stato usato dal presidente egiziano più volte per annunciare operazioni militari su larga scala contro lo Stato islamico – Provincia del Sinai (in una regione storicamente ostica per le autorità egiziane), o contro le milizie islamiste legate ai Fratelli Musulmani o a gruppi d’opposizione al regime. Tuttavia, la lotta al terrorismo è stata applicata anche a giornalisti e società civile, con arresti arbitrari e lunghe pene detentive (giustificabili, agli occhi della giustizia egiziana, anche alla luce di eventuali pubblicazioni sui social) che hanno caratterizzato il governo di al-Sisi. Complice il silenzio della comunità internazionale, restia a sanzionare un regime che garantisce il ruolo economico e strategico del Paese, in vista anche delle scelte strategiche miranti a dissuadere le attenzioni dei media internazionali (come il rilascio, temporale, di Patrick Zaki), al-Sisi sta riuscendo a tenere sotto controllo l’Egitto con l’uso della forza. 

Parallelamente alla repressione del dissenso, al-Sisi ha lavorato all’immagine dell’Egitto da offrire a investitori stranieri e locali, oltre che ai cittadini. La Nuova capitale amministrativa dell’Egitto, a 45 chilometri a ovest della capitale, Il Cairo, svolge due funzioni: da un lato, è il simbolo della rinascita dell’Egitto, una città annunciata nel 2015 come parte della Vision 2030 del Paese, destinata a ospitare le ambasciate, gli edifici istituzionali e le sedi di compagnie straniere, alleggerendo sul Cairo la pressione dovuta al traffico e le conseguenti problematiche di sicurezza. Dall’altro lato, al-Sisi ha creato una città dall’elevato potenziale economico che fungerà da capitale amministrativa (i traslochi dei ministeri sono iniziati a novembre) e da centro finanziario del Paese. Quest’ultimo fattore risulta gradito all’élite finanziaria e industriale dell’Egitto, della quale al-Sisi cerca l’appoggio. Infatti, nonostante gran parte dell’economia nazionale egiziana, così come la politica, sia in mano all’esercito, uno Stato neo-liberale come l’Egitto di al-Sisi ha bisogno di godere del sostegno degli uomini più ricchi e influenti del Paese per rimanere stabile. La costruzione della nuova città ha visto la partecipazione di aziende nazionali e internazionali che vanno dall’egiziana Talaat mustafa Group – vincitrice dell’appalto per l’edificazione di Noor City, un quartiere della Nuova capitale amministrativa – alla cinese China State Construction Engineering Corporation, che ha invece firmato un contratto che prevedeva il finanziamento e la costruzione di diverse aree del nuovo complesso amministrativo. 

Le opportunità di investimento generate dal progetto di al-Sisi, hanno quindi legato il presidente a grandi investitori egiziani e stranieri, migliorando l’immagine del Paese come destinazione sicura di investimenti e del capo dello Stato come modernizzatore, grazie anche ai posti di lavoro che sono stati creati insieme alla città.   

L’Egitto come gigante energetico: la crescente ambizione nucleare del Cairo e il suo partenariato con le potenze internazionali

Sul piano dell’economia nazionale ma anche delle relazioni estere, l’Egitto si sta confermando sempre di più come uno dei principali fornitori di energia della regione. Le immense risorse naturali dell’Egitto, unitamente alle sue ambizioni in termini di energia elettrica, permettono al Paese di far valere i propri interessi geopolitici anche tramite la fornitura di un bene essenziale. Ne è una prova il “Nuovo Levante”, che vede la cooperazione tra Egitto, Iraq e Giordania largamente basata su accordi nel settore energetico, ma anche gli accordi raggiunti con le potenze extra-regionali.

Il partenariato con le aziende petrolifere occidentali è ormai da anni uno dei pilastri della diplomazia egiziana. Lo stesso Tarek el Molla, ministro del Petrolio e delle risorse minerarie del Paese delle piramidi, ha più volte ribadito che le speranze del Cairo sono quelle di proseguire sulla strada degli investimenti dei Paesi occidentali come “molla” per lo sviluppo nazionale. Solamente l’italiana Eni, negli ultimi mesi, si è aggiudicata cinque licenze esplorative, nel Mediterraneo orientale, nel Mar Rosso e nel deserto delle regioni occidentali del Paese. Gran parte del gas e greggio estratto, ad ogni modo, verrà destinato al mercato interno egiziano solo in minima parte, mentre il resto viene solitamente esportato. Tuttavia, l’indipendenza energetica è uno degli obiettivi a lungo termine che al-Sisi si è prefissato, soprattutto tramite la Vision 2030.

Proprio al soddisfacimento del fabbisogno energetico interno si rivolge il programma nucleare egiziano. Interrotto nel 1986, in seguito al disastro di Chernobyl e il conseguente scetticismo riguardo al nucleare da parte dell’opinione pubblica, il programma atomico dell’Egitto è stato rivitalizzato nel 2013, quando le autorità egiziane iniziarono a contattare il Cremlino per firmare un accordo di cooperazione in materia. Nel 2015, alla presenza di al-Sisi e del suo omologo russo, Vladimir Putin, l’azienda russa specializzata nel settore Rosatom, ha raggiunto un accordo con il Cairo per la costruzione di due unità nucleari da 1200 Megawatt, con la possibilità di partecipare a futuri progetti. Il primo progetto nucleare egiziano, consisterà nella messa in funzione del reattore della centrale di El Dabaa, dal costo di quasi 29 miliardi di dollari statunitensi, pronta a fornire energia dal 2026. Il sito è attualmente completato e al-Sisi è già a buon punto nel dialogo con il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), Rafael Mariano Grossi, che più di una volta si è espresso in maniera positiva sul programma nucleare del Cairo. 

L’Egitto tra Medio Oriente e Africa: il rinnovato ruolo da mediatore del Cairo

Infine, tra gli obiettivi dichiarati di al-Sisi, c’era anche il riposizionamento dell’Egitto sullo scacchiere geopolitico, in una posizione pari alle ambizioni del Paese stesso. La promessa è stata mantenuta perseguendo una politica in particolare: presentare Il Cairo come un mediatore affidabile nelle dinamiche regionali (di Africa e Medio Oriente) e come un partner economico solido. Per quanto riguarda il contesto africano, Il Cairo sta esercitando un importante ruolo da mediatore sia in Libia, dove ha sempre avuto interessi più o meno forti nel sostenere il generale Khalifa Haftar, sia in Sudan. Proprio negli ultimi giorni, dopo aver approvato il piano per un dialogo politico a livello nazionale proposto dalle Nazioni Unite, le autorità egiziane hanno intensificato gli incontri e le chiamate con i partiti sudanesi, in cerca di facilitare il dialogo voluto dall’Onu. Se da un lato, l’Egitto guarderebbe con favore a un regime militare a Khartoum, potenzialmente simile a quello di al-Sisi visti i legami ideologici e personali tra i vertici, dall’altro non esclude una soluzione politica alla crisi sudanese: un governo civile vicino alle posizione del Cairo, influente nel Paese africano anche in termini economici, sarebbe comunque un’opzione favorevole ad al-Sisi, a cui preme avere uno Stato confinante alleato e stabile con cui aggiungere peso alle trattative sulla ripartizione delle acque del Nilo con l’Etiopia, un altro Paese in crisi di primario interesse per l’Egitto.

Sullo scacchiere mediorientale, invece, gli eventi di maggio hanno rimesso in luce il ruolo dell’Egitto nella questione palestinese. Il “cessate il fuoco” dello scorso 21 maggio aveva visto Il Cairo in prima fila nel tentativo di mediazione tra le parti. Non è un segreto che al-Sisi ambisca a far firmare una tregua duratura a Israele e ai movimenti armati islamisti che controllano la Striscia di Gaza. In questo senso sta lavorando l’Egitto. Abbas Kamel, il capo del Servizio generale di intelligence dell’Egitto, è infatti in stretto contatto sia con Hamas sia con Tel Aviv, nel tentativo di stemperare le tensioni che negli ultimi mesi hanno fatto temere una nuova escalation

Ma se il rapporto con Israele è ormai consolidato, anche grazie agli accordi economici firmati dai due Paesi, quello con Hamas si è complicato. Consapevole del consenso ottenuto a maggio, il movimento islamista palestinese sembra essersi irrigidito sulle sue posizioni, poco inclini a un accordo di lunga durata con Tel Aviv. In tal senso vanno intese le scelte del Cairo di riaprire il valico di Rafah, l’unico confine non controllato da Israele, e di fornire assistenza economica e umanitaria ai territori della Striscia, contribuendo alla ricostruzione delle aree abitate. Inoltre, tramite il lavoro svolto nella trattativa per lo scambio di prigionieri – militanti di Hamas e membri delle Israel defense forces (IDF) – l’Egitto spera di riottenere legittimità agli occhi del popolo palestinese, e solo di conseguenza di Hamas. Motivo per il quale, Il Cairo trattiene fitte relazioni anche con Mahmoud Abbas, il capo dell’Autorità nazionale palestinese (ANP), che non ha bisogno di mediazione con Israele ma degli investimenti egiziani.

 

 

Fonti e approfondimenti

Hosny H., “Egypt plans to build more nuclear power stations”, al-Monitor, 21 luglio 2021.

Kamal M., “Sisi Can’t Disguise Egypt’s Dictatorship as a ‘New Republic’”, Dawn, 5 luglio 2021.

Menshawy M., “Why is Egypt building a new capital?”, Al Jazeera, 5 luglio 2021.

Saied M., “Egypt weighs role as mediator in Sudan crisis”, al-Monitor, 14 gennaio 2022.

Saied M., “Egypt weighs role as mediator in Sudan crisis”, al-Monitor, 14 luglio 2021.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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