Il caso di Patrick Zaki e il silenzio europeo sulla violazione dei diritti umani in Egitto

La vicenda dello studente egiziano Patrick Zaki ha riportato al centro dell’attenzione pubblica europea e mondiale il tema della difesa dei diritti umani e delle libertà in Egitto. Il giovane è stato arrestato lo scorso 7 febbraio all’aeroporto del Cairo, dopo essere rientrato dalla città di Bologna, dove aveva passato un periodo di studi. Patrick è infatti iscritto a un master internazionale, il GEMMA, incentrato sugli Studi di genere e che permette agli studenti di soggiornare in varie città e frequentare le loro università.

È, inoltre, attivista presso l’Iniziativa egiziana per i diritti personali (Eipr) da diversi anni e, quindi, probabilmente inviso al governo guidato da Abdel Fattah al-Sisi già da prima del formale arresto. Ricostruendo l’inaccettabile caso dell’incarcerazione del giovane studente, si può ripercorrere la storia recente dei diritti umani e delle libertà in Egitto, ma non solo. Anche l’indifferenza delle istituzioni internazionali ed europee, in particolare, è al centro del dibattito sorto intorno al caso di Patrick, cittadino egiziano che ha vissuto in Italia a lungo. 

La difficile realtà di chi osa opporsi al regime di al-Sisi 

Quando Patrick è stato fermato e preso in consegna all’aeroporto del Cairo, era appena rientrato in Egitto e intendeva recarsi a Mansoura, città dove risiede la sua famiglia, che però non sarebbe riuscito a incontrare. Dopo averlo interrogato, infatti, le autorità lo hanno condotto alla procura della sua città dove è stato tenuto a lungo in stato di fermo e gli sono stati contestati i reati di istigazione al rovesciamento del governo e della Costituzione.

Secondo quanto riportato da Amnesty International Italia, che da quel 7 febbraio non ha mai smesso di monitorare la situazione e chiedere a gran voce l’intervento europeo ed italiano, gli avvocati di Patrick hanno riferito che a prelevarlo sono stati degli agenti dell’Agenzia di sicurezza nazionale (NSA), che lo hanno bendato e tenuto ammanettato per 17 ore durante il suo interrogatorio. Il pubblico ministero di Mansoura ha ordinato la detenzione preventiva in attesa di indagini volte a capire se Zaki fosse effettivamente coinvolto nei reati di cui è accusato: diffusione di notizie false, istigazione alla violenza e crimini terroristici.

Dopo alcuni giorni, il 5 marzo, Patrick è stato trasferito nella famigerata prigione di Tora del Cairo. Nella stessa prigione di massima sicurezza sono detenuti altri attivisti, artisti e accademici che hanno osato contraddire o criticare il governo di al-Sisi: il 3 maggio scorso uno di loro, il giovane regista Shady Habash, è morto in seguito a un malore in cella, come riportato dalle autorità egiziane. Era in carcere da due anni a causa di un video che sbeffeggiava il presidente e il suo governo ed era diventato famoso sui social media per la sua attività durante le proteste di Piazza Tahrir, nel corso della Primavera Araba egiziana nel 2011. 

Dal 5 marzo, i giorni di custodia cautelare ai danni di Patrick sono aumentati. Il 16 giugno, giorno del suo compleanno e data in cui si sarebbe dovuta tenere l’udienza per il suo caso, quest’ultima è stata posticipata ulteriormente con la scusa delle misure di sicurezza dettate dall’emergenza sanitaria. Gli avvocati di Patrick hanno più volte ripetuto che il giovane è fortemente provato; secondo gli attivisti di Eipr è stato vittima di tortura, sottoposto all’elettroshock e minacciato di violenze sessuali. A riprova dell’inaccettabile trattamento di chiunque si opponga al regime di al-Sisi è arrivata la  notizia del suicidio di un’altra giovane attivista per la parità di genere e i diritti umani, Sarah Hijazi, che si è tolta la vita in Canada il 14 giugno dopo una lunga lotta contro la depressione in cui era sprofondata in seguito alle torture subite dalla NSA. Sarah Hijazi era stata arrestata dopo che una sua foto con la bandiera arcobaleno aveva fatto il giro dei social network. 

L’ambiguo rapporto tra Italia e Egitto e il ruolo dell’Unione europea

Non è difficile collegare la vicenda di Patrick a quella del giovane ricercatore Giulio Regeni, che fu rapito, torturato e brutalmente ucciso al Cairo nel 2016 da agenti di sicurezza egiziani. La famiglia di Patrick ha detto che tra le varie domande poste al figlio durante il suo estenuante interrogatorio gli è stato chiesto dei Regeni e se li conoscesse direttamente.

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Manifestanti chiedono verità per Giulio Regeni. Fonte: Alisdare Hickson su Flickr

Mentre sono trascorsi più di quattro anni di impunità per i colpevoli della morte di Giulio, il caso Zaki deve essere un’occasione per l’Italia e l’Unione europea di farsi sentire realmente contro le ingiustizie perpetrate dal governo egiziano. Come riportato dallo European Council on Foreign Relations (ECFR), la situazione dei diritti umani in Egitto è critica: ci sono migliaia di attivisti detenuti, molto spesso in seguito a processi sommari. Anche i risultati del referendum costituzionale del 2019 potrebbero aggravare ulteriormente la loro situazione, mettendo a rischio ogni possibilità di liberazione: le modifiche varate in seguito al voto permettono ad al-Sisi di ricandidarsi alle prossime elezioni e, in caso di vittoria, di continuare a governare fino al 2030. Essendo il sistema giudiziario fortemente influenzato da quello politico, una permanenza di al-Sisi al potere rafforzerebbe la sua presa sulla magistratura inequivocabilmente. Infine, con l’arrivo della pandemia di Covid-19 è stato imposto uno stato d’emergenza senza alcun termine previsto, rendendo ancora più complicate le condizioni di vita di chiunque non sia in linea con il regime. 

Da quando Patrick è stato rapito, ci sono stati solo dei timidi tentativi da parte delle istituzioni europee a riguardo. Nel mese di marzo Peter Stano, un portavoce del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE), ha dichiarato che l’UE stava valutando come comportarsi, mentre il presidente del Parlamento europeo David Sassoli ha ricordato all’Egitto “che i rapporti esterni dell’UE si basano sul rispetto dei diritti civili e umani”, ma non è stato seguito dagli altri leader di Bruxelles.

Si sa di certo che, per l’UE e gli Stati membri, il Cairo è un alleato indispensabile nel Mediterraneo, un partner economico centrale ed un elemento fondamentale nella gestione dei flussi migratori. Nel 2018, il premier austriaco Sebastian Kurz, in visita ufficiale in Egitto, lodò al-Sisi per gli stessi meriti. Anche il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha evitato di parlare di diritti umani durante la sua recente visita al Cairo, preferendo concentrarsi sulla situazione in Libia, altro teatro in cui l’Egitto è visto come un alleato fondamentale da Bruxelles. 

 

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Fonte: Wikimedia Commons

 

Serve, infine, sottolineare quanto i legami economici tra Paesi europei e l’Egitto abbiano finito per far prevalere un profilo basso sui casi Zaki e Regeni e sulle violazioni dei diritti umani nel Paese. L’Italia, che dovrebbe essere in prima linea per chiedere la verità su Giulio e la liberazione di Patrick, continua a intrattenere rapporti con il Cairo e, anziché allentarli, li ha intensificati: basti pensare alla recente scoperta dell’enorme giacimento di gas Zohr fatta da Eni nelle acque egiziane e alla criticata notizia, trapelata il 10 giugno scorso, del via libera del premier italiano Conte per procedere alla vendita di due navi militari italiane all’Egitto.

Anche se la notizia non è ancora confermata da fonti istituzionali, le due fregate Fremm sarebbero i primi di una serie di velivoli da combattimento e strumenti da guerra inclusi in un accordo di cui Roma e il Cairo sembrano discutere dal mese di febbraio 2020. Se dovesse andare a buon fine, si tratterebbe della più grande vendita di armi ottenuta dall’Italia dai tempi della Seconda guerra mondiale, con un prezzo di concessione altissimo, pari a 10 miliardi di euro, come riporta Internazionale.

L’annuncio ha causato una nuova ondata di indignazione davanti al fatto che l’Egitto riesca tutt’oggi, nonostante le aperte e numerose denunce di violenze arbitrarie e le politiche repressive, a rafforzare il suo arsenale militare grazie al supporto e alla condiscendenza europea e italiana. I genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni, hanno commentato la notizia in diretta televisiva dichiarando di sentirsi traditi dall’Italia e dal governo guidato da Giuseppe Conte che, invece di isolare l’Egitto, gli stringe la mano. 

Cosa può fare l’Unione europea? 

Le recenti decisioni del governo italiano riflettono la posizione opaca dell’intera UE nei confronti dell’Egitto dell’uomo forte al-Sisi. Anche altri Stati membri nutrono un certo interesse nel mantenere buoni rapporti con il Cairo: la Francia, per esempio, è il primo esportatore di armi in Egitto a livello globale, per una vendita pari a circa 4,3 miliardi

Gli interessi economici e commerciali non devono spingere l’UE a restare in silenzio di fronte alla realtà dei fatti: può e deve fare di più per mettere pressione sul Cairo. Le dichiarazioni del Parlamento fanno spesso riferimento ai diritti umani nel Paese e dovrebbero includere maggiori pressioni per la liberazione di Patrick, un atto simbolico e un passo importante.

In passato, l’insistenza internazionale ha giocato a favore dei prigionieri politici, come nel 2015, quando le autorità egiziane liberarono due giornalisti di Al Jazeera in vista dell’imminente Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dopo una lunga serie di dichiarazioni di diplomatici e rappresentanti di Stato che esprimevano la loro preoccupazione per la salute e la sicurezza dei due condannati. Le Nazioni Unite hanno più volte condannato le sentenze emesse contro persone fermate per la loro affiliazione politica, professione, orientamento religioso o sessuale. L’UE deve trarre ispirazione da questi casi, uscire dall’ombra e chiedere a gran voce “libertà per Patrick”, “giustizia per Giulio e per tutti coloro sono morti o hanno sofferto per cause ingiuste”. 

 

Fonti e approfondimenti

Petillo,  Upholding values abroad: Europe’s balancing act in Egypt, ECFR, 2020

Dentice, A. Melcagni, Egitto: la pandemia mina stabilità interna e ambizioni regionali, ISPI, 5/2020 

ISPI, Egitto, la morte del faraone Mubarak, in Daily Focus, 2/2020 

ISPI, Egitto: Patrick Zaki e vecchi fantasmi, in Daily Focus, 2/2020 

Cornet, Il caso di Patrick Zaki e l’ambiguità delle relazioni tra Italia ed Egitto, Internazionale 2/2020 

Cornet, Cosa c’è dietro all’accordo sulla vendita di armi tra Italia ed Egitto, Internazionale, 6/2020 

 

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