Iron Dome, la protezione per uno stato sempre in guerra

Fonte: Israel Defense Force - Flickr: https://www.flickr.com/photos/idfonline/8194572552/

Di Andrea Maisano

Il 12 luglio 2006, sul confine israelo-libanese, nei pressi del villaggio di Zarit, una pattuglia israeliana finisce vittima di un’imboscata da parte di militanti di Hezbollah. Tre soldati sono feriti, tre vengono uccisi e due, Udi Goldwasser e Eldad Regev, si ritiene siano presi prigionieri. Solo successivamente si scoprirà che i due soldati sono rimasti uccisi durante l’agguato e i loro corpi portati in Libano. L’incidente darà il via alla Seconda guerra del Libano.

La rappresaglia israeliana, che inizialmente prevede solo raid aerei e uso di artiglieria, ha come obiettivo la distruzione delle basi di lancio dei missili a lungo raggio usati da Hezbollah e punta a minare le capacità logistiche, in particolare nei pressi del confine israeliano, dell’organizzazione paramilitare libanese. A luglio, truppe dell’IDF – l’Israeli Defence Force – entrano in Libano, è l’inizio dell’offensiva terrestre che si conclude, con risultati non ottimali per Israele, il 14 agosto, giorno in cui inizia il cessate il fuoco tra Israele e Libano.

Nonostante la guerra sia stata scatenata da uno scontro tra pattuglie, la minaccia principale di Hezbollah nei confronti di Israele è costituita dal lancio di razzi. Durante il 2006, sono infatti 13.000 i Katyusha – razzi a corto raggio – lanciati verso il nord di Israele. Da sud la minaccia principale è invece costituita da Hamas. Da Gaza, tra il 2000 e il 2008, sono infatti 4.000 i colpi di mortaio e altrettanti i razzi Qassam lanciati dalla Striscia verso Israele, la maggior parte di questi da Hamas.

Per contrastare questo tipo di minaccia, il ministero della Difesa, nel febbraio 2007, decide lo sviluppo di un sistema mobile di difesa aerea. Dopo un periodo di sviluppo e di prova, il sistema è operativo nel marzo 2011, il suo nome è Cupola di Ferro, in ebraico ברזל כיפת, kipat barzel, in inglese, Iron Dome. Il sistema è sviluppato dalla Rafael Advanced Defense Systems – industria di tecnologia militare nata nel 1948 come parte dell’IDF – e dalla Israel Aerospace Industries, la più grande industria aeronautica israeliana a partecipazione statale.

Come funziona l’Iron Dome?

Il sistema si basa su batterie mobili che consistono di 3/4 lanciamissili, ognuno dei quali dotato di 20 missili Tamir, razzi del valore di 40.000 dollari l’uno e lanciati a coppia per evitare imprevisti. Un radar che rileva il lancio di razzi e un sistema, il BMC, Battle Management e weapon Control, si occupa di elaborare i dati trasmessi dal radar calcolando la traiettoria e il punto di impatto della minaccia rilevata. Ogni batteria copre un raggio di territorio di 150 km quadrati o, per riprendere le parole della stessa Rafael, ogni lanciamissili può proteggere “una città di medie dimensioni o installazioni strategiche”. Il sistema è in grado di operare in qualsiasi situazione meteo e in maniera automatica. Potendo valutare se la minaccia è diretta verso una zona popolata o sensibile, i razzi vengono lanciati solo in tal caso, oltretutto con un margine di risposta tra i 15 e i 40 secondi, evitando lanci inutili e rendendo il sistema alquanto efficiente dal punto di vista dei costi-benefici.

Efficacia

Un tema controverso riguarda l’efficacia dell’Iron Dome. I dati diramati dall’IDF parlano infatti di un tasso di successo del sistema nell’intercettare missili in arrivo tra l’80 e il 90%: a gennaio 2020 i razzi distrutti sono stati 1500. Questi dati sono oggetto di perduranti critiche.

Theodore Postol del MIT afferma che una tale tasso di successo richiederebbe che il razzo venga intercettato frontalmente, cosa che le fotografie diffuse sembrano smentire. Altri scettici, come Richard M. Loyd, ipotizzano un tasso di successo non oltre il 40%, ma si parla di percentuali molto più basse, arrivando addirittura al 5%. A parziale smentita di queste critiche c’è il basso numero di perdite civili e di danni alle proprietà rilevati dopo l’entrata in servizio del sistema. Che tali dati possano dipendere anche dall’implementazione di misure diverse, come quelle riguardanti la creazione di rifugi e di stanze “sicure”, è parzialmente smentito dal fatto che queste misure erano presenti anche nel 2006, quando le vittime causate dai razzi furono comunque un numero considerevole.

Iron Dome, non solo in Israele

Di recente, si è ritornato a parlare di Iron Dome nei giornali e la questione non riguardava solamente Israele, ma anche gli USA. L’Iron Dome, fin dalle origini, è concepito non solo per il mercato interno, ma anche per la vendita sul mercato estero. La particolarità del sistema, pensato per contrastare minacce ben definite, ha reso però le vendite all’estero subito problematiche.“Gli Stati devono riconoscere la minaccia prima di fare un investimento”, ha affermato Yoav Har- Even, presidente della Rafael. Per rendere più appetibile il sistema al mercato estero si è sviluppata anche l’integrazione con un sistema di difesa marino, il C-Dome e si è migliorata ulteriormente la capacità di intercettazione.

La prima vendita ufficiale risale all’inverno 2016, con l’acquisto da parte dell’Azerbaijan di un numero imprecisato di batterie, il tutto a seguito della firma di contratti del valore di milioni di dollari con cui il governo azero si è impegnato all’acquisto di materiale militare dal governo israeliano.

Si parla di prima vendita ufficiale, in quanto la prima effettiva risalirebbe al 2014, ma non ci sono documenti a riguardo: l’accordo sarebbe top secret e l’identità del Paese acquirente fino ad adesso mai rivelata. Negli anni successivi, si è parlato anche di acquisto di batterie da parte del Kazakistan, ma allo stato attuale non vi è nulla di ufficiale.

Oltre alle vendite dirette verso i Paesi vicini, partner principale per Israele nell’esportazione di Iron Dome sono gli USA, già coinvolti nel progetto grazie alla Raytheon, una delle più importanti aziende missilistiche che dal 2014 produce la maggior parte dei componenti dei missili Tamir. Nell’agosto 2019, viene confermato l’acquisto di due batterie per studiarne le possibilità di integrazione con il sistema di difesa statunitense. L’obiettivo sarebbe l’integrazione in un sistema di protezione aerea chiamato Indirect Fire Protection Capability Increment 2 – Intercept (IFPC Increment 2-I).

I problemi sono però sorti quando l’esercito statunitense ha richiesto l’accesso al codice sorgente del sistema. Israele ha rifiutato l’accesso a questa informazione. A causa di ciò, ma anche per considerazioni di natura tecnica – ad esempio il problema di Iron Dome concepito per una situazione particolare come quella israeliana e quindi difficilmente integrabile in altri sistemi -, nasce la decisione del governo USA di annullare l’acquisto, previsto per il 2023, di altre due batterie.
“Quindi abbiamo finito con avere due battere molto efficienti, ma che non possono essere integrate nel nostro sistema di difesa aerea”, è stato il commento del Generale Mike Murray, Comandante dell’Army Futures Command (AFC) statunitense, al Congresso degli Stati Uniti.

Effetti psicologici dell’Iron Dome

La protezione creata dall’Iron Dome rischia secondo alcuni di essere uno dei motivi per cui il conflitto israelo-palestinese rischia di trascinarsi ancora per anni e anni, senza un effettivo impegno a trovare una soluzione che vada alla radice del problema. E in effetti sono decenni che Israele è un Paese abituato a vivere in uno stato di guerra quasi continuo. Secondo Ari Barell, ricercatore presso l’Università Ben Gurion del Negev, l’esistenza dell’Iron Dome permette ai politici israeliani di “gestire il conflitto, invece di risolverlo” e, creando un senso di sicurezza nei cittadini – anche se su questo aspetto le opinioni tendono a essere contrastanti –, diminuire la pressione di questi sulla classe politica per una soluzione definitiva del conflitto permettendo così che questo vada avanti “a bassa intensità per un lungo periodo di tempo“.

In altre parole, è sicuro che l’Iron Dome non è la soluzione ma un semplice palliativo, non può e non è creato per risolvere il conflitto, può solo rendere più sicuri i cittadini israeliani in attesa che i governi trovino la soluzione definitiva.

 

Fonti e approfondimenti

Azerbaijan buys Israeli weapons, but is very cautious, Armenia News, 29 marzo 2019

Michael J. Armstrong, The Effectiveness of Rocket Attacks and Defenses in Israel, Journal of Global Security Studies, 3(2), 2018, 113–132

Ari Barell, And suddenly the Enemy Emerged: What can be learned from the appearance of a red arrow in an IDF unit emblem?, Haaretz Weekend Supplement, 8 Giugno 2018

Ann M. Callahan, An assessment on Israel’s ‘Iron Dome’ Defense System, in Global Affairs Strategic Studies, 24 gennaio 2020

Giovanni Caprara, I principi fondamentali della difesa israeliana, Difesa Online, 17 luglio 2014

David E. Johnson, The Second Lebanon War, in Hard Fighting: Israel in Lebanon and Gaza, RAND Corporation, 2011

Jen Judson, It’s official: US Army inks Iron Dome deal, Defense News,12 agosto 2019

Israel Aerospace Industries Company Profile

Israele, L’Europeo, n° 4, Maggio 2008

Emily B. Landau, Azriel Bermant, Iron Dome Protection: Missile Defense in Israel’s Security Concept, in The Lessons of Operation Protective Edge, Anat Kurz and Shlomo Brom, Tel Aviv: Institute for National Security Studies, 2014

Yaakov Lappin, Israel tests advanced Iron Dome, Jane’s, 13 gennaio 2020

Sigrid Lipott, Israele verso l‘ esportazione dell‘Iron Dome, Analisi Difesa, 5 dicembre 2017

Paolo Mauri, Ecco come funziona Iron Dome, il sistema antimissile di Israele, InsideOver, 7 giugno 2018

RAFAEL Advanced Defense Systems Ltd. sito ufficiale

Raytheon Teams with Rafael to Market Iron Dome Weapon System, sito ufficiale Raytheon, 16 agosto 2011

Siera Semmel, Air raids, rockets and the Iron Dome, Maine Campus, 18 marzo 2019Jason Sherman, US Army scraps $1b. Iron Dome project, after Israel refuses to provide key codes, 7 Marzo 2020

Scott Wilson, Some in Israel see acquiescence in Iron Dome missile defense system, The Washington Post, 8 dicembre 2012

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