Tra deterrenza e attacchi preventivi: la dottrina militare israeliana

Le forze armate israeliane sono spesso considerate tra  le più efficienti al mondo. Di fatto, la difesa è da sempre  un tema di  rilievo per il governo di Gerusalemme. La  compagine geopolitica in cui lo Stato di Israele opera ha portato allo sviluppo di una dottrina militare basata, come quella di molti altri  paesi, sulla deterrenza, ma in cui un ruolo di primaria importanza è anche ricoperto dalla possibilità di attuare attacchi preventivi . Il risultato è una postura militare, a ragione o a torto che sia ( non è il caso di discuterne in questo articolo ), molto irruenta, le  cui cause vanno ricercate nei fattori strategici con cui l’establishment militare israeliano deve fare i conti.

Lo Stato Israeliano, nato nel 1945 in seguito agli orrori della guerra e del Nazismo, ha un territorio poco esteso, con una superficie di 27 799 chilometri quadrati. Un Jet da guerra avversario potrebbe attraversare il Paese dal fiume Giordano al Mediterraneo in soli 4 minuti  viaggiando a velocità subsonica. Israele è dunque priva di profondità strategica, determinando quindi la necessità di evitare a tutti i costi che forze nemiche riescano a penetrarne il territorio.  Lo Stato ebraico si inserisce inoltre in una  regione profondamente ostile. Esso si trova circondato da paesi arabi e nemici molto più popolosi, rendendo fondamentale  mantenere una certa superiorità qualitativa delle proprie forze armate ed evitare  a tutti i costi sia perdite civili che militari.

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Partendo da questi presupposti, la strategia di sicurezza nazionale israeliana si basa sull’assunto che lo Stato di Israele non può permettersi di perdere neanche una guerra. Una sola sconfitta potrebbe causare la sua fine; e quale modo migliore di non perdere un conflitto se non prevenirlo? La deterrenza assume quindi un ruolo di enorme importanza. Il Governo di Gerusalemme deve essere in grado di porre una minaccia militare credibile per scongiurare ogni tipo di attacco, convenzionale e non, ma allo stesso tempo, esso non deve escludere la possibilità di sferrare attacchi preventivi. Per  Israele, l’obiettivo strategico primario in un conflitto, considerando la sua esigua estensione territoriale, è sempre quello di portare lo scontro sul territorio del paese nemico.

L’esempio più celebre per meglio comprendere tale postura militare, è il caso della Guerra dei 6 Giorni combattuta contro  Egitto, Giordania e Siria nel 1967. Nel maggio di quello stesso anno, il presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser, ricevette dall’Unione Sovietica dei rapporti falsi secondo i quali Israele stava ammassando  forze sul  confine. Nasser decise quindi  di rispondere a tale possibile minaccia schierando le proprie forze nella Penisola del Sinai e posizionando un contingente a Sharm El Sheik , nei pressi degli Stretti di Tiran, attraverso i quali è possibile controllare l’afflusso navale dal Golfo di Aqaba al Mar Rosso. Israele sottolineò, che un’eventuale chiusura degli stretti sarebbe stata considerata come un atto di guerra. Nonostante tale presa  di  posizione, l’Egitto decise comunque di bloccare l’accesso delle navi  israeliane agli  Stretti di Tiran e di stipulare un trattato di mutua difesa con la Giordania. Posto di fronte ad  una possibile minaccia militare da parte della coalizione araba, Israele decise di sferrare un attacco preventivo a sorpresa il 5 giugno, e con una serie di attacchi aerei e di terra riuscì ad occupare l’intera penisola del Sinai in pochi giorni. La  coalizione araba era sconfitta.

Questo classico esempio mostra come Israele consideri indispensabile attaccare preventivamente i propri avversari per evitare che essi  riescano ad assumere in futuro  una posizione di forza. La guerra deve quindi essere evitata con la deterrenza, ma nel casso in cui le minacce esterne assumono una certa consistenza o quando la deterrenza stessa fallisce, un attacco preventivo diventa possibile e necessario.

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Jet F-16  israeliani

L’aspetto più particolare della dottrina militare israeliana è costituito dalla  sua  strategia nucleare. Il Governo di Gerusalemme mantiene una posizione di cosiddetta opacità nucleare. Israele  ha a propria disposizione un arsenale atomico, questo è certo, ma si rifiuta di dichiararne l’esistenza apertamente e ancora oggi non è possibile dire con esattezza quale sia la grandezza dell’arsenale israeliano, né conoscerne le caratteristiche. Israele non è  firmataria del trattato di Non Proliferazione Nucleare entrato in vigore nel 1970 e le sue strutture adibite alla  produzione di tali armi, come la base di Dimona, non sono mai state sottoposti a controlli internazionali. In passato, stime della quantità di plutonio prodotto da Gerusalemme nel corso degli anni avevano portato a  pensare che l’arsenale israeliano comprendesse tra le 75  e 400 testate, ma  considerando che Israele mantiene anche una riserva di plutonio  strategica, e che quindi non tutto il materiale atomico prodotto  viene impiegato per costruire ordigni, ha portato gli  studiosi Hans  Kristensen e Robert Norris a sostenere che l’arsenale Israeliano sia molto più ridotto di quanto si pensi.

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Base nucleare di Dimona

Inoltre, secondo i due  studiosi, Israele non avrebbe sviluppato armi nucleari di tipo tattico (ossia con potenziale distruttivo minore e utilizzabili anche sul campo di battaglia contro forze nemiche di tipo convenzionale ).  La costituzione di un arsenale più versatile infatti è impossibile senza effettuare test, e al giorno d’oggi non ci sono tracce di test nucleari israeliani. Gerusalemme avrebbe quindi a disposizione un arsenale ridotto e poco  versatile costituito principalmente da armi strategiche. Le armi atomiche sono  l’ultima risorsa a disposizione di Israele; esse sono un deterrente per il nemico e una garanzia per l’esistenza dello Stato. La Samson  Option (in italiano Opzione  Sansone) consiste nella  possibilità  di sferrare un attacco totale contro il nemico con armi convenzionali ed atomiche nel caso in cui le difese dovessero cedere .

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Israele inoltre ha come obiettivo strategico primario quello di evitare che qualunque altra potenza nella regione riesca ad ottenere un arsenale nucleare. Tale assunto ha portato nel 1981 il governo di Gerusalemme a sferrare un attacco a sorpresa e preventivo contro la base nucleare Osirak in Iraq. Il paese arabo di fatto, dopo aver acquistato tecnologia nucleare dalla Francia, ma anche dall’Italia, aveva cominciato la  costruzione di un reattore nucleare. Il governo israeliano decise quindi di sferrare un raid aereo contro la struttura, distruggendola completamente ed impedendo che l’Iraq riuscisse ad acquisire capacità nucleare. Ancora una volta possiamo dunque vedere come nella logica israeliana gli attacchi preventivi siano assolutamente necessari per evitare che avversari riescano ad ottenere un vantaggio militare di qualunque tipo, convenzionale o nucleare che sia.

L’opacità nucleare mantenuta da Israele presenta diverse problematiche, ma ha anche dei vantaggi. Il governo di Gerusalemme ha a disposizione un arsenale atomico su cui fare affidamento e con cui ottenere superiorità strategica nella regione, ma è anche costretto a comportarsi come una potenza non nucleare, e a rapportarsi con i propri vicini come se non disponesse di tale superiorità.  D’altro canto, così facendo Israele evita le ripercussioni internazionali che deriverebbero dal dichiararsi apertamente potenza nucleare; una posizione molto sottile (e per certi versi contraddittoria), ma che per il momento si sta rivelando efficace.

Fonti e approfondimenti:

https://fas.org/nuke/guide/israel/doctrine/

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