Ricorda 2011: Primavera araba in Egitto

Una manifestazione durante la Primavera araba in Egitto
@Saleem Homsi - Flickr - License CC BY 2.0 (Remix di Riccardo Barelli - Lo Spiegone)

Sono passati più di dieci anni dall’11 febbraio 2011, quando Hosni Mubarak, il presidente dell’Egitto, fu costretto a lasciare il potere dopo trent’anni. Sull’onda delle proteste scoppiate in Tunisia, dopo il tentato suicidio di Mohamed Bouazizi, anche i giovani egiziani si mobilitarono in massa, protestando contro il regime e diventando protagonisti di quel fenomeno, poi chiamato “Primavera araba”, che scosse l’intera regione del Medio Oriente e del Nord Africa.

In questo articolo ricorderemo gli eventi di quel 2011, indagando le cause alla radice dei moti rivoluzionari e cercando di valutare che cosa è rimasto di questa esperienza nell’Egitto di oggi.

Il “Giorno della Rabbia” e piazza Tahrir

Il 25 gennaio 2011, i primi manifestanti scesero nelle strade del Cairo per esprimere il loro dissenso nei confronti del governo di Mubarak. Tre giorni dopo, nel cosiddetto “Venerdì della rabbia”, venne organizzata una manifestazione nazionale in piazza Tahrir, divenuta il simbolo della rivoluzione

La piazza si trasformò presto in una città nella città. In pochi giorni furono allestite un’area campeggio, spazi per i media, strutture sanitarie, zone di ristoro, stand di informazione ed esibizioni artistiche. Si trattò di un’organizzazione spontanea, dal basso, che diede vita a uno spazio collettivo di discussione e libertà di espressione, a cui parteciparono musulmani e cristiani, liberali e conservatori, uomini e donne di diversa estrazione sociale. 

La piazza divenne il fulcro delle proteste per diverse ragioni. Essa si trova, infatti, geograficamente al centro dell’area metropolitana del Grande Cairo ed è riconosciuta come “centro” anche dalla popolazione cairota. Inoltre, è accessibile da sedici strade diverse, che si estendono per chilometri verso le zone più periferiche. Fu molto importante per i manifestanti occupare questa piazza, per due motivi: il primo è che l’area è circondata da diversi edifici governativi e pertanto la sua occupazione assunse un alto valore simbolico di rifiuto dell’autorità statale; il secondo è che si tratta della piazza pubblica più grande del Cairo.

La deposizione di Mubarak

Per le strade del Cairo si verificarono scontri che comportarono morti e migliaia di arresti. Il presidente Mubarak decise di bloccare l’accesso a Internet e i social network, usati dai manifestanti per organizzare le proteste. In un primo discorso pubblico alla nazione, il presidente licenziò il premier Ahmed Nazif, tentando così di placare la piazza. Il 30 gennaio, dopo che diversi edifici simbolo dell’autorità statale, come prigioni, stazioni di polizia e sedi del ministero degli Interni, erano stati assaltati dai manifestanti, fu schierato l’esercito nelle strade e venne imposto il coprifuoco. 

Tuttavia, queste misure non sortirono alcun effetto sui giovani egiziani. L’1 febbraio, dopo che la sera precedente Mubarak pronunciò un secondo discorso alla nazione, in cui annunciò il suo ritiro dalla corsa per le elezioni presidenziali, auspicando una transizione pacifica del potere, i numeri della piazza raggiunsero cifre senza precedenti. Nei giorni successivi, la tensione sfociò nella “Battaglia dei cammelli”, dove si fronteggiarono i manifestanti e un gruppo di sostenitori pro-regime, che irruppe in piazza Tahrir in sella a cammelli e cavalli con l’intento di liberarla. La vittoria dei manifestanti, che contarono undici morti e oltre seicento feriti, indebolì ulteriormente il regime egiziano. Dopo diciotto giorni di proteste e pressioni internazionali, l’11 febbraio 2011, il Presidente Mubarak annunciò le proprie dimissioni e consegnò il potere al Consiglio Supremo delle Forze Armate egiziane.

Le radici della proteste

Gli eventi del 2011 sono stati considerati straordinari e inaspettati per gli sviluppi della storia politica dell’Egitto moderno. Tuttavia, alla base della Primavera araba egiziana vi erano diversi fattori strutturali, che portarono al collasso del regime di Mubarak. 

Nonostante l’economia egiziana stesse registrando tassi di crescita positivi del 7% nel biennio 2006-2008, il tasso di inflazione all’11,1% era piuttosto elevato. Questo significava che quasi il 20% degli egiziani viveva sotto la soglia di povertà. Forti erano anche le disuguaglianze sociali. Il tasso di disoccupazione nel 2011 aveva raggiunto il 9,7%, colpendo soprattutto i giovani (in Egitto due terzi della popolazione era under 30), che sono stati i protagonisti delle proteste in piazza

A indebolire il governo di Mubarak fu anche la sua progressiva perdita di legittimità politica. La Costituzione egiziana fu infatti emendata più volte per favorire Gamal Mubarak, figlio di Hosni, in occasione delle elezioni presidenziali che si sarebbero dovute tenere nel novembre 2011, denotando la mancanza di una competizione libera ed equa. A questo si aggiungevano i continui abusi di potere dell’apparato di sicurezza, la corruzione delle autorità, il persistente stato di emergenza e la violazione sistematica dei diritti umani come la libertà di espressione.

Il ruolo dell’esercito 

I militari ricoprirono un ruolo determinante per la caduta del regime. Apparentemente, l’apparato militare riconobbe come legittime le richieste della piazza, prendendo le distanze dagli abusi e dalla risposta brutale della polizia e delle forze di sicurezza. L’esercito egiziano, infatti, tradizionalmente, non ha fatto sua una precisa ideologia politica ed è composto da elementi provenienti da tutte le classi sociali. Tuttavia, i militari hanno agito silenziosamente, manifestando la loro insofferenza verso la gestione dello Stato del presidente Mubarak.

Dal 1952, l’esercito era associato al potere politico. Tutti i presidenti, infatti, provenivano da ambienti militari. Con la sconfitta subita contro Israele nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, il ruolo dell’esercito nella politica interna fu fortemente ridimensionato. Dagli anni Duemila, le relazioni tra il presidente Mubarak e l’establishment militare si fecero più difficili. L’apice di queste tensioni fu rappresentato dalla volontà del presidente di candidare il figlio Gamal, noto uomo d’affari, come suo successore. Un fatto ritenuto inaccettabile dai militari, che sarebbero stati privati del loro ruolo di approvazione del nuovo presidente e i cui affari economici sarebbero stati minacciati da un nuovo circolo di imprenditori emergenti legati al regime.

L’Egitto di al-Sisi

Dopo le prime elezioni libere post-rivoluzione, che avevano portato alla vittoria di Mohamed Morsi, esponente della Fratellanza Musulmana, il movimento fondato nel 1928 da Hassan al-Banna per l’islamizzazione della società al fine di creare un nuovo Stato islamico, un colpo di stato restaurò la dittatura militare. Abdel Fattah al-Sisi, ex ministro della Difesa del Governo e generale dell’esercito egiziano, estromise il presidente in carica e attuò una feroce repressione della più grande forza di opposizione, la Fratellanza Musulmana, vincendo le elezioni del 2014 con il 96% dei voti.

Da quel momento, l’Egitto si è proposto nell’arena internazionale come l’unica alternativa nella lotta al radicalismo islamico e al terrorismo e ha cercato di rafforzare la sua stabilità politica, necessaria per implementare i piani di riforma economica finanziati dal Fondo Monetario Internazionale. Nel 2018, al-Sisi è stato rieletto per il secondo mandato, con il 97% dei voti. Infine, le nuove leggi anti-terrorismo, promulgate recentemente, insieme alla necessità di una rapida ripresa della crescita economica, dovuta alla pandemia di Covid-19, sono fattori che hanno contribuito ad aggravare la situazione e il mancato rispetto dei diritti umani. A dieci anni dall’esperienza di piazza Tahrir, le organizzazioni attive nella loro difesa continuano a denunciare le ripetute gravi violazioni degli stessi e il crescente autoritarismo in Egitto.

 

 

Fonti e approfondimenti

Saidin, Mohd Irwan Syazli. 2018. “Rethinking the ‘Arab Spring’: The Root Causes of the Tunisian Jasmine Revolution and Egyptian January 25 Revolution”. International Journal of Islamic Thought. 13(1): 69-79.

Salih, Kamal E. O.. 2013. “The Roots and Causes of the 2011 Arab Uprisings”. Arab Studies Quarterly. 35(2): 184-206.

Salama, Hussam H.. 2013. “Tahrir Square: a Narrative of a Public Space”. Archnet-IJAR, International Journal of Architectural Research. 7(1): 128–138.

 

 

Editing a cura di Niki Figus 

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