Ricorda 2011: Operazione Neptune Spear 

Operazione Neptune Spear 
Riccardo Barelli - Remix Lo Spiegone - United States Department of Defense - Wikipedia - public domain

“For God and country, Geronimo, Geronimo, Geronimo” con queste parole 10 anni fa uno dei militari della squadra dei Navy Seals, le forze speciali statunitensi, annunciava il successo dell’Operazione Neptune Spear e quindi l’uccisione del terrorista più ricercato al mondo: Osama Bin Laden.

Tra la notte dell’1 e il 2 maggio 2011, l’amministrazione Obama portava a termine, dopo un decennio di ricerche, un’operazione estremamente complessa per l’intelligence americana che si poneva di catturare il principale organizzatore dell’attacco alle Torri Gemelle del 2001 e con esso porre fine a un’intera epoca storica segnata dalla lotta al terrorismo.  

Al Qaeda e la sorpresa strategica

Al Qaeda (dall’arabo “la base”) era nata negli anni ’90 sotto la guida di Osama Bin Laden, ma trovava una prosecuzione nel fondamentalismo e terrorismo islamico risalente alla guerra in Afghanistan. Bin Laden, infatti, figlio di uno dei più ricchi imprenditori sauditi, si era dato una competenza militare già durante la lotta contro i sovietici negli anni ’80, sostenuta dagli americani. Da lì, si vuole raccogliere l’esperienza di chi ha combattuto in Afghanistan per dare vita a una jihad globale, la guerra santa contro gli infedeli, formando un esercito di mujaheddin (combattenti) per eliminare i regimi arabi più corrotti e instaurare un nuovo califfato. Già dal 1984, Bin Laden aveva creato una base dove venivano accolti giovani disposti a combattere per la jihad, ma la svolta si ebbe nel 1990 con l’alleanza tra sauditi, kuwaitiani e americani contro l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq. Tutti costoro vengono allora considerati come nemici della purezza del credo religioso oppure come responsabili dell’invasione americana nel Medio Oriente. Inoltre, agli USA comincia a essere recriminato il sostegno agli attacchi contro i musulmani in Somalia, in Cecenia, in Kashmir, e il sostegno ai regimi autoritari in Egitto e Arabia Saudita, e a Israele.

Il “tradimento” saudita spinge Osama a lasciare il proprio Paese, e il Sudan diventa la prima base di Al Qaeda. Nel ’96, raggiunge poi il regime dei talebani in Afghanistan con l’obiettivo di creare una forte teocrazia del mondo arabo. Proprio lo stretto legame tra il governo dei talebani e Bin Laden diede poi a Bush la possibilità di attaccare militarmente l’Afghanistan con l’obiettivo di sradicare le basi del terrorismo. 

Nell’agosto del ’98, viene portata a termine la prima azione ufficiale del gruppo terrorista con gli attentati alle ambasciate americane di Dar-es-Salaam (Tanzania) e Nairobi (Kenya). Due anni dopo, un altro attentato degli uomini di Al Qaeda danneggia il cacciatorpediniere americano USS Cole nel porto di Aden provocando 19 morti (17 marinai più i due kamikaze del commando suicida) e 39 feriti. 

La predicazione di Osama cresce negli ambienti islamici di tutto il mondo e l’azione di Al Qaeda si afferma progressivamente. Il 9 settembre 2001, due jihadisti si fanno esplodere uccidendo Ahmad Massud, capo della resistenza antisovietica e alleato USA contro i talebani, definito il Leone del Panjshir. A due giorni dall’attentato che sconvolse l’opinione pubblica mondiale e gli equilibri internazionali, c’è chi rilegge la sua morte come una contromossa preventiva da parte di Al Qaeda volta a eliminare qualsiasi pericolo di rappresaglia interna in vista di un probabile attacco americano in Afghanistan. 

Le notizie della crescita di questo gruppo terrorista arrivano all’amministrazione statunitense, ma l’11 settembre 2001 coglie comunque tutti di sorpresa. Si è parlato di sorpresa strategica legata all’incapacità di raccogliere i segnali inviati dall’intelligence, e alla mancanza della giusta attenzione per qualcosa che sfugge alle proprie sicurezze conoscitive. Al Qaeda non si conosce, è un’organizzazione internazionale che sfugge a qualsiasi controllo. Gli Stati Uniti, in quegli anni, sono abituati a ragionare su logiche di potenza, temono grandi Paesi come la Cina e la Russia. Non c’è il timore che una cellula di terroristi islamici possa mettere in pericolo la più grande potenza al mondo. 

L’11 settembre e la caccia alle streghe

L’11 settembre segna una fase nuova nella storia internazionale. La prima reazione emotiva è di incondizionato sostegno agli Stati Uniti. Il presidente statunitense George W. Bush si fa portavoce della lotta contro il terrorismo accompagnata dalla volontà di difendere ed esportare la concezione americana di democrazia. Secondo l’allora direttore dell’intelligence americana, James Clapper, a partire dagli attentati a New York e Washington, la priorità per gli Stati Uniti diventa trovare, catturare o uccidere Osama Bin Laden.

Il 7 ottobre 2001 gli USA danno avvio, assieme alle forze britanniche, all’azione in Afghanistan denominata Enduring freedom perché è lì che ha sede Al Qaeda, appoggiata dai talebani. Le operazioni militari sembrarono portare a un rapido successo. A metà novembre, il Nord e gran parte dell’Ovest sono occupati. A gennaio 2002 le forze avevano in teoria assunto il controllo del Paese. In realtà, il governo di Kabul, guidato da Hamid Karzai, riusciva a stento a controllare una parte del territorio mentre le aree prossime al Pakistan e quelle della provincia di Herat erano rimaste rifugio dei talebani e qaedisti. Fuggito dopo gli attentati, gli Stati Uniti pensano di trovare Bin Laden a Tora Bora, dove si trovava un grande rifugio di Al Qaeda. Non è certo che il leader terrorista fosse effettivamente lì, ad ogni modo, sebbene le forze statunitensi dopo una delle battaglie più difficili della campagna riuscirono a sopraffare il rifugio, di Bin Laden non si ebbe traccia. 

L’impegno nell’area venne reso più complicato dalla decisione del governo americano di attaccare l’Iraq accusandolo di portare avanti tentativi di costruire armi di distruzione di massa e puntando a un regime change a scapito di Saddam Hussein. 

Le lunghe e logoranti campagne militari in Afghanistan e Iraq di fatto non condussero ad alcuna traccia di Bin Laden, e la ricerca del terrorista continuò a rilento. 

L’Operazione Neptune Spear

Nell’opinione della Central Intelligence Agency (CIA) si era fatta strada l’ipotesi che Bin Laden si servisse di corrieri per mantenere i legami con il gruppo terrorista. A seguito di una serie di interrogatori ai detenuti del campo di prigionia di Guantánamo, era poi emerso il nome di un tale al-Kuwaiti come di una persona vicina al leader di Al Qaeda. L’amministrazione Obama riprese e intensificò le ricerche con apposite riunioni settimanali da parte della CIA. Nell’agosto del 2010 si ebbe una svolta nella pista da seguire in quanto i servizi di intelligence riuscirono a localizzare al-Kuwaiti grazie all’intercettazione di una conversazione con un altro sospettato. Gli sforzi dell’intelligence portarono poi a identificare l’area del Pakistan dove vivevano il corriere e un suo parente (non è certo se fratello o cugino): un compound nei pressi di Abbottabad, a nord della capitale del Pakistan Islamabad. Iniziò così un complesso lavoro investigativo sul compound. La struttura era dotata di tre piani, e si trovava a poco più di 1 km a sud ovest della Pakistan Military Academy (PMA), un’importante accademia militare, su un lotto di terreno circa otto volte più grande rispetto a quello delle abitazioni vicine. Il complesso era circondato da uno spesso muro dotato di filo spinato con due cancelli di sicurezza. Non era allacciato alle reti idriche ed elettriche tantomeno a una connessione internet, e i rifiuti non venivano esposti in attesa del servizio di spazzatura ma bruciati. 

Per verificare la presenza di Bin Laden, la CIA organizzò anche una finta campagna di vaccinazioni, affidata al dirigente sanitario Shakil Afridi, con l’obiettivo di ottenere il DNA delle persone residenti nel complesso. Sebbene Afridi e un infermiere riuscirono ad arrivare nel compound, non è tuttora certo che il prelievo sia riuscito.

Nonostante ciò, le prove raccolte dai servizi di intelligence portano il presidente Obama a riunire Il 14 marzo i suoi consiglieri per la sicurezza nazionale al fine di redigere un piano d’azione. Da lì in altri quattro incontri vennero vagliate le varie possibilità di azione come il bombardamento del compound per mezzo di velivoli stealth B-2 Spirit o l’utilizzo di RPAS (Remotely piloted aircraft) in collaborazione con l’intelligence pakistana. 

Infine, il 29 aprile del 2011 nella Diplomatic Reception Room, Obama diede l’ordine a William McRaven, capo del Joint Special Operations Command, per l’attacco di Abbottabad optando per un’incursione che avrebbe potuto fornire la prova effettiva della presenza di Bin Laden e limitare le vittime civili. Nasceva l’Operazione Neptune Spear, dal nome del tridente che appare sull’insegna della Special Warfare della marina statunitense. A causa delle condizioni meteorologiche sfavorevoli, l’azione fu rinviata alla notte del 1º maggio

Il raid venne affidato a 24 Navy SEALs del Joint Special Operations Command partiti dall’aeroporto di Bagram per mezzo di due elicotteri Black Hawk (chiamati Chalk 1 e Chalk 2) con base intermedia a Jalalabad. Due Chinook di rincalzo invece, che ospitavano due squadre SEAL supplementari, furono mantenuti in attesa a terra tra Jalalabad e Abbottabad. 

Il piano prevedeva di far scendere sul tetto del compound una squadra SEAL mentre l’altra sarebbe entrata nel cortile. Poco dopo l’inizio del raid, uno dei due elicotteri è costretto a un atterraggio “soft crash” che non compromette però il piano. Le due squadre riescono infatti a penetrare nell’edificio. L’operazione dura circa 40 minuti. Tre uomini e una donna vengono uccisi: Il corriere al-Kuwaiti, armato con un AK-47, è il primo a essere eliminato, poi il figlio di Bin Laden, un altro parente, e la moglie. Le forze speciali statunitensi arrivano al terzo piano dove uccidono Osama Bin Laden. 

La salma del leader di Al Qaeda ricercato per un decennio è stata poi trasportata con la massima segretezza a bordo di un Osprey, e scortata da due jet F-18, dalla base di Bagram in Afghanistan alla portaerei USS Carl Vinson. Dopo una breve cerimonia con rito islamico, i resti sono stati seppelliti al largo del mar Arabico. L’intera operazione è stata caratterizzata da un estremo riserbo con l’intento di evitare che il luogo di sepoltura potesse divenire un possibile obiettivo sensibile per il terrorismo.  

Nel complesso, l’operazione ha raggiunto con successo il suo obiettivo: eliminare Bin Laden. Si trattava di un’operazione estremamente delicata che ha richiesto un grande lavoro di raccolta di informazioni e pianificazione. L’uccisione del leader di Al Qaeda, fautore di uno degli attacchi terroristici che più sono rimasti impressi nell’immaginario globale, ha rappresentato un segnale importante. 

Da lì, Al Qaeda, la cui leadership è stata poi assunta dal medico egiziano Ayman al-Zawahiri, ha dovuto fare i conti con un difficile controllo delle varie sezioni regionali nonché con la rivalità rispetto ad altri gruppi terroristici, come lo Stato Islamico. L’attentato del 2015 alla sede di Charlie Hebdo a Parigi ha però nuovamente posto all’attenzione dell’Occidente la pericolosità di Al Qaeda. Tutt’oggi, a 10 anni dall’uccisione del suo leader di spicco, e a 20 dall’11 settembre, questa organizzazione terroristica non ha cessato di esistere. Seppure riorganizzata a livello operativo e strategico, si dimostra ancora capace di azioni transnazionali e internazionali.

 

Fonti e approfondimenti

Andrew Anthony, The Killing of Osama bin Laden by Seymour M Hersh – review, The Guardian, Aprile 2016, https://www.theguardian.com/books/2016/apr/18/the-killing-of-osama-bin-laden-review-seymour-m-hersh-abbottabad-syria-sarin-al-nusra-government. 

Anthony H. Cordesman, Hunting for Bin Laden and Al Qaeda, Center for strategic and international studies, Novembre 2001, https://csis-website-prod.s3.amazonaws.com/s3fs-public/legacy_files/files/media/csis/pubs/011116_cord%5B1%5D.pdf. 

Ennio Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali. Dalla fine della guerra fredda a oggi, Laterza, 4° edizione (21 gennaio 2016). 

Seymour M. Hersh, The Killing of Osama bin Laden, London Review of Books, maggio 2015, https://www.lrb.co.uk/the-paper/v37/n10/seymour-m.-hersh/the-killing-of-osama-bin-laden. 

Kris Osborn, Ho Lin, The Operation That Took Out Osama Bin Laden, https://www.military.com/history/osama-bin-laden-operation-neptune-spear. 

L’uccisione di Osama bin Laden, 10 anni fa, Il Post, 2 maggio 2021, https://www.ilpost.it/2021/05/02/osama-bin-laden-morte/.

Rick “Ozzie” Nelson, Thomas M. Sanderson, What Bin Laden’s Death Means for Al Qaeda, Center for strategic and international studies, 2011, https://csis-website-prod.s3.amazonaws.com/s3fs-public/legacy_files/files/publication/110610_nelson_sanderson_GlobalForecast2011.pdf.

Operation Neptune Spear, https://www.arcgis.com/apps/MapJournal/index.html?appid=b2ae7eee15c846e2844c38d6a742e43e.

Mark Quarterman, Will Bin Laden Have More Power Dead Than Alive?, The New York Times, agosto 2011, https://www.nytimes.com/roomfordebate/2011/05/02/the-war-on-terror-after-osama-bin-laden/will-bin-laden-have-more-power-dead-than-alive.

Francesco Marone, La leadership di Al-Qaeda a dieci anni dalla morte di Bin Laden, ISPI, aprile 2021, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-leadership-di-al-qaeda-dieci-anni-dalla-morte-di-bin-laden-30290.

 

Editing a cura di Francesco Bertoldi

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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