Ricorda 2011: La walk to work in Uganda

La bandiera dell'Uganda. Scossa, nel 2011, dalla walk to work
@tobias - WikiMedia Commons - Public Domain Remix di Riccardo Barelli - Lo Spiegone

Nell’aprile del 2011 i cittadini ugandesi furono impegnati in una serie di manifestazioni che partirono da Kampala, la capitale, e che poi si diffusero in altre città e presero il nome di walk to work. 

Fu Attivisti per il Cambiamento (A4C), organizzazione della società civile, a invitare i cittadini a manifestare pacificamente per le strade delle città ugandesi. Alle manifestazioni presero parte anche i rappresentanti dei partiti di opposizione: Kizza Besigye, del Forum per il Cambiamento Democratico, Norbert Mao, del Partito Democratico, e John Ken Lukyamuzi, del Partito Conservatore. 

Tutti e tre furono arrestati durante le manifestazioni, Besigye per quattro volte. La polizia dichiarò sin da subito la walk for work illegale, non essendo stati richiesti i permessi per il suo svolgimento. L’intervento delle forze dell’ordine portò alla morte di almeno nove persone, tra cui una bambina. Alcune voci filogovernative dichiararono che, se i manifestanti avessero seguito le regole, non ci sarebbe stata nessuna manifestazione e quindi nessun morto.

Le ragioni della walk to work

Dal 1986, l’Uganda è governata da Museveni e dal suo partito, il Movimento di Resistenza Nazionale (NRM). Forte del sostegno delle generazioni più anziane, Museveni non è però riuscito a conquistare la fiducia dei Museveni babies, ovvero gli ugandesi nati quando lui era già alla presidenza

Le due grandi promesse fatte durante i primi mandati e ripetute come baluardo delle proprie candidature, combattere la corruzione e migliorare l’offerta di servizi pubblici, non sono state rispettate e, nel 2011, una serie di fatti si è aggiunta a pesare sul malcontento della popolazione.

A causa delle Primavere arabe nei Paesi del Mediterraneo produttori di petrolio, il prezzo del carburante salì. Museveni dichiarò che non avrebbe abbassato le tasse sull’importazione di petrolio per nessun motivo, visto che al governo servivano soldi per sostenersi.

L’inflazione crebbe, anche a causa del denaro liquido utilizzato dal governo per le elezioni, e rese insostenibile il costo della vita per milioni di ugandesi. Dall’inizio del 2011 ad aprile dello stesso anno, quando iniziarono le manifestazioni, i prezzi di sapone, riso e olio aumentarono del 40%. 

Un altro punto su cui il governo avrebbe dovuto lavorare era la creazione di posti di lavoro per i giovani laureati che vivevano nelle aree urbane, molti dei quali finivano, invece, per mancanza di opportunità, nel settore informale.

Inoltre, era stata resa pubblica la decisione del governo di acquistare otto aerei da guerra per un valore di 740 milioni di dollari, mentre altri 1,3 milioni sarebbero invece serviti per la cerimonia di insediamento di Museveni dopo la vittoria delle elezioni di febbraio. A detta del governo, gli aerei erano necessari per rafforzare il sistema nazionale di difesa dal pericolo di proteste al confine con la Repubblica Democratica del Congo. 

Le risposte del governo mostravano la sua totale indifferenza alle difficoltà e alle richieste della popolazione

Gli antefatti 

Nelle elezioni del febbraio 2011, Museveni venne riconfermato presidente, con il 68% dei voti. Il suo maggiore sfidante, Kizza Besigye, si aggiudicò il 26% dei voti. Le elezioni vennero considerate pacifiche, ma non mancarono episodi intimidatori e testimonianze di voti comprati dal partito di governo.

Besigye fu colonnello dell’esercito e lasciò l’Arma prima di candidarsi. Fece parte del NRM e fu ministro dell’Interno e segretario di Stato, oltre che medico personale di Museveni. Lasciò il partito di governo nel 1999, dopo aver scritto un documento in cui lo criticava per corruzione e per essere diventato il portavoce di un regime completamente in mano a Museveni

Già nel 2001 e nel 2006 aveva provato a battere Museveni, ma senza successo, in tornate elettorali che definì truccate. Nel 2006, pur di allontanarlo dalla campagna elettorale, gli furono anche rivolte accuse infondate di stupro e terrorismo, da cui venne presto assolto. 

Nel 2011, prima delle elezioni, Besigye citò l’Egitto, minacciando di innescare una rivolta come quella che aveva portato alla cacciata di Mubarak qualche mese prima, se avesse ritenuto le elezioni truccate, prospettiva che spaventava molto il governo ugandese nell’anno delle Primavere arabe. 

I mesi delle manifestazioni

A metà aprile iniziarono le manifestazioni, dapprima pacifiche, che contavano non più di qualche centinaio di persone che si riunivano ogni lunedì e giovedì. Le forze di sicurezza intervennero subito, considerando le manifestazioni illegali, e quando Besigye oppose resistenza, sedendosi per strada, venne arrestato per ostruzione del traffico e affronto a pubblico ufficiale.  

Fu il primo di quattro arresti per Besigye (anche Norbert Mao venne arrestato e poi rilasciato, mentre John Ken Lukyamuzi fu messo agli arresti domiciliari), l’ultimo dei quali avvenne il 18 aprile. Fu il più violento: Besigye dovette essere ricoverato in un ospedale di Nairobi e venne filmato, avvicinando ancora più persone alla sua causa. La risposta per le strade furono incendi di detriti e lanci di pietre agli agenti di sicurezza. 

Le violenze continuarono il 12 maggio: Besigye aveva pianificato per quel giorno il suo ritorno da Nairobi, volontariamente in concomitanza con la cerimonia di insediamento di Museveni. Una folla di persone lo accolse in aeroporto e lo accompagnò fino a Kampala. 

La repressione delle manifestazioni di aprile e maggio 2011 costò la vita ad almeno nove persone: sei a Kampala, due a Gulu e una bambina a Masaka. Secondo Human Rights Watch, nessuna delle vittime aveva preso parte alle proteste ed erano tutte disarmate. Solo il caso della bambina, a cui un membro dell’unità locale di difesa aveva sparato, ebbe risonanza mediatica e solo su questo caso la polizia intervenne, arrestando due sospettati, che vennero però scarcerati senza che la sentenza venisse mai pronunciata. 

La politics of noise

Museveni, nel corso della sua lunga presidenza, è passato dall’essere il salvatore della patria, il rinnovatore, a essere colui che perpetua un regime corrotto e che non sa rispondere alle richieste della popolazione, che nemmeno ascolta. 

La dottrina del bastone e della carota ha portato alla normalizzazione della politics of noise e della violenza. Per molti ugandesi non esistono modi alternativi alla manifestazione nelle strade per essere ascoltati. Molti di coloro che hanno partecipato alla walk to work ritengono le manifestazioni l’unica pratica di espressione delle richieste del popolo. Dopo la perdita di interesse per gli incontri del lunedì e del giovedì, Besigye ha organizzato la campagna ride-drive-and-hoot, con i cittadini che ogni giorno, alle 17:00, suonavano i clacson per le strade di Kampala, quasi una parodia della politics of noise

Museveni ha normalizzato la violenza evitando di nasconderla, volendo mostrare alla popolazione la forza e la brutalità dell’esercito. Prima delle manifestazioni di aprile 2011, Besigye aveva detto di voler vedere se il governo sarebbe diventato criminale, sparando ai suoi cittadini senza che avessero commesso nessun reato, e Museveni sembrava aver accettato la sfida. 

Non hanno fatto rumore, e quindi sono rimaste inascoltate, le critiche all’operato delle forze di sicurezza ugandesi venute dalla Commissione ugandese per i diritti umani, dall’Alta commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite e dal Consiglio interreligioso ugandese. Inascoltata è rimasta anche la lettera inviata a Museveni da più di cento organizzazioni non governative ugandesi e internazionali, nel giugno del 2011, chiedendo di indagare sugli abusi. 

 

 

Fonti e approfondimenti 

BBC News, “Kizza Besigye held over Uganda ‘walk to work’ Protest“, 12/04/2021.

Goodfellow, Tom. 2013. “The Institutionalisation of ‘Noise’ and ‘Silence’ in Urban Politics: Riots and Compliance in Uganda and Rwanda. Oxford Development Studies.

Human Rights Watch, Uganda: Five Years On, No Justice for ‘Walk to Work’ Killings. Ongoing abuses in response to protest21/04/2016.

Kron, Josh, “Opposition leader Besigye arrested in Uganda protest“, The New York Times, 18/04/2011.

Kron, Josh, “Ugandan opposition figure arrested again“, The New York Times, 28/04/2011.

Kron, Josh, “Police move swiftly to prevent protest in Uganda, The New York Times, 11/04/2011.

Namiti, Musaazi, “Uganda walk-to-work protests kick up dust“, Al Jazeera, 28/04/2011.

Oola, Stephen, Uganda: Understanding the walk to work protest“, Peace Inside, 13/05/2011.

Ross, Will, “Uganda’s Museveni pulls out all the stops to stay in power“, BBC News, 17/02/2011.

Titeka, Kristof. 2019. “Uganda: Museveni struggle to create legitimacy among the ‘Museveni babies’“. Analysis and Policy brief. 36.

 

 

Editing a cura di Niki Figus

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