La spina dorsale della società egiziana: l’esercito

@Alisdare Hickson - Licenza CC BY-SA 2.0 - Flickr

L’Egitto è spesso considerato una delle nazioni più stabili della Regione, oltre a risultare un Paese chiave per gli interessi delle potenze globali, grazie alla sua posizione geografica. Da un punto di vista storico-politico, lo Stato nordafricano presenta diversi policy makers in grado di stabilire o ribaltare la struttura socio-politica nazionale. Tra questi, però, ce n’è uno in particolare che vanta una lunga storia di interventi nella politica locale al fine di plasmare le sorti del Paese: l’esercito. Fin dalla seconda metà del secolo scorso, infatti, l’esercito egiziano ha svolto il ruolo di garante della stabilità dello Stato, intervenendo nei momenti di crisi e di disordine. 

Ad oggi, al-Sisi, ex generale, è il quinto presidente della Repubblica araba d’Egitto (su sei) ad avere alle spalle una proficua carriera militare, mentre l’esercito continua ad essere la vera potenza politica del Paese e una vera e propria casta a livello sociale.

La storia dell’esercito egiziano dalla sua fondazione all’indipendenza nazionale

Con più di 468.000 effettivi e quasi un milione di riservisti, l’esercito egiziano è il più grande sia del Medio Oriente sia dell’Africa, mentre a livello globale risulta il nono. La sua storia, va di pari passo con quella dell’Egitto moderno, la cui nascita viene collocata dagli storici con il regno di Muhammad Ali Pasha. 

Dopo la campagna napoleonica d’Egitto (1798-1799), il Paese finì nelle mani di Ali Pasha, ufficiale ottomano di origine albanese che diede il colpo di grazia alla dinastia mamelucca d’Egitto (vassalla dell’Impero Ottomano, anche se con un ampio margine di libertà), già indebolita dalla spedizione di Napoleone. Il primo wali d’Egitto (carica traducibile con il titolo di governatore), infatti, si rese subito conto che l’Egitto era impossibile da governare sia per la dinastia mamelucca, ormai in decadenza, sia per l’Impero Ottomano, incapace di pagare gli stipendi delle truppe mandate a sopprimere l’indipendentismo delle numerose minoranze etniche e religiose della provincia. Sfruttando l’islam come elelemento unificatore (pur lasciando la libertà di culto alla minoranza cristiano-copta e a quella ebrea) e accattivandosi le simpatie del ceto mercantile del Cairo promettendo una diminuzione delle tasse, Ali Pasha riuscì a diventare l’uomo forte della provincia, costringendo, de facto, Istanbul a nominarlo wali con ampie libertà politiche.

Tra i primi provvedimenti voluti da Ali Pasha, la modernizzazione dell’esercito è stata tra i più importanti. Se il primo tentativo, ovvero la creazione di un’armata nazionale formata da schiavi sudanesi e beduini, fallì (molti morirono o disertarono per le difficili condizioni di vita a cui erano sottoposti), il secondo si rivelò molto più efficace. Nel 1822, il wali d’Egitto impose la circoscrizione, portando il numero di effettivi a centotrenta mila. Gli uomini selezionati per il servizio militare ricevettero un aumento di stipendio, che gli permise di dedicarsi interamente alla professione militare. A tale scopo, vita civile e militare furono separate: l’addestramento e parte del servizio venivano svolti lontano dal luogo di origine, senza la possibilità che mogli e figli seguissero i cadetti. Nel 1824, però, le dure condizioni di addestramento e la lontananza delle famiglie portò diverse decine di migliaia di coscritti a rivoltarsi. La dura repressione che seguì, con fucilazioni di massa, spinse il wali a organizzare la struttura militare in modo più efficiente dal punto di vista burocratico e disciplinare, nella speranza di evitare future rivolte e conseguenti massacri. Se da un lato fu introdotto lo tezkere, ovvero il congedo familiare utilizzabile due volte l’anno, dall’altro le punizioni corporali lasciarono spazio alla prigione in caso di indisciplina, considerata una pratica più costruttiva nella formazione del consenso militaresco. 

Ali Pasha provvide anche all’acquisto di armamenti moderni, forniti da Paesi europei come Francia e Spagna, contenti di armare un possibile nemico interno dell’Impero Ottomano. Infatti, sebbene il sultano si servì più volte del wali d’Egitto per risolvere crisi interne o rivolte degli Stati vassalli, come nel caso della Rivoluzione greca, lo scontro aperto tra le due potenze mediorientali non tardò ad arrivare. Tra il 1831 e il 1841 furono combattute due guerre egiziano-ottomane che, anche se caratterizzate da vittorie e sconfitte da una parte e dall’altra e dall’ingerenza delle principali potenze europee, sancirono un distacco sempre più profondo tra la Sublime Porta e l’Egitto, culminando con la formale indipendenza di quest’ultimo. 

Nonostante i primi quarant’anni di vita dell’esercito egiziano furono costellati da diversi fallimenti, Ali Pasha riuscì comunque a espandere la giovane nazione conquistando il Sudan (1824) e a dotare il suo Stato delle basi per la creazione di un esercito moderno ed efficace. Alla morte di Ali Pasha, la situazione dello Stato egiziano si fece più complicata e spinte nazionaliste e indipendentiste al suo interno indebolirono la dinastia. Sfruttando l’incapacità del pur sempre giovane esercito egiziano di allora, l’Impero britannico intervenne militarmente nel 1882, occupando il Paese e rendendolo, de facto, un protettorato, nel tentativo di proteggere i propri interessi legati al Canale di Suez

Per più di quarant’anni, le sorti dell’Egitto furono legate in maniera diretta a quelle degli inglesi che, ad esempio, utilizzarono l’esercito egiziano per aprire un secondo fronte contro l’Impero Ottomano durante la Prima guerra mondiale. Con la conclusione del conflitto, iniziò quell’insurrezione nazionalista e indipendentista che gli egiziani chiamano “Prima rivoluzione” e che portò all’indipendenza riconosciuta dall’Impero britannico nel 1922. Naque così il Regno d’Egitto, dominato dalla dinastia di Muhammad Ali, che continuò a sostenere Londra, partecipando alla campagna in Nord Africa contro l’Asse durante la Seconda guerra mondiale, mettendo a disposizione degli inglesi porti e basi militari.  La potenza coloniale europea, tuttavia, manterrà il dominio su Sudan e Canale di Suez fino al 1956, anno che segnò la fine delle ingerenze britanniche nel Paese, fino ad allora vero policy-maker d’Egitto.

Il colpo di stato del 1952: i “Liberi Ufficiali” decidono le sorti dello Stato

I primi anni del secondo dopoguerra furono particolarmente difficili per l’Egitto. Nonostante i britannici avessero ritirato le proprie forze armate dal Paese, la dinastia dell’allora sovrano Faruq I era riconosciuta come una marionetta in mano europea: troppi viaggi in Europa, troppo tempo passato in palazzi e residenze di lusso mentre la situazione socio-economica del Paese si aggravava sempre di più. Inoltre, la dinastia reale fu vista da molti come il vero responsabile della disfatta egiziana nel primo conflitto arabo-israeliano del 1948, il cui armistizio permise a Israele di disegnare i propri confini inglobando quasi interamente la Palestina mandataria. 

La sconfitta delle armate arabe nel 1948 diede un ulteriore impulso ai processi ideologici e politici in atto da diversi decenni. Le varie monarchie del mondo arabo venivano considerate dagli intellettuali e dalle persone comuni eccessivamente legate alle potenze coloniali europee e incredibilmente attaccate ai propri troni. L’esistenza di così tanti regni fu d’intralcio, o almeno fu percepita così, per la pluri-decennale ideologia nazionalista che in quegli anni si stava facendo strada tra le popolazioni dei Paesi mediorientali: il panarabismo. 

Per panarabismo, si intende la corrente di pensiero attribuita al libanese Juirj Zaydan. Zaydan fu un nazionalista arabo che, rivalutando e promulgando la ricca storia araba dell’era pre-islamica e notando la potenzialità dell’arabo coranico come lingua franca per tutti i popoli arabi, si fece portatore dell’idea che gli arabi dovessero vivere in un’unica nazione che dal Golfo Persico all’Atlantico, dal Levante al Corno d’Africa avrebbe riunito il Mondo arabo. Tale ideologia fu alla base delle spinte anti-imperialiste arabe che vedevano nel colonialismo la causa delle divisioni interne al Mondo arabo. Nel corso del XX secolo, inoltre, il panarabismo si arricchì di concetti quali il laicismo che permisero poi ai filosofi siriani come Constantin Zureiq e Zaki al-Arsuzi di unire il pensiero nazionalista e laicista panarabista a quello socialista: in alcuni casi – come quello siriano e iraqeno – la commistione tra i due ismi darà vita alle realtà ba’thiste.

Tale corrente di pensiero, estremamente pericolosa per le fragili monarchie arabe, era discussa e intavolata negli ambienti elitari del Mondo arabo, come le università e i caffè delle varie capitali. Su tutte, in Egitto, vi era una fucina di idee e pensieri particolarmente proficua: il mondo militare. Le varie accademie militari del Paese avevano sfornato, negli anni, ufficiali tutt’altro che asserviti al potere o meri uomini di guerra. Tra tutti, Gamal Abd al-Nasser, si rivelerà tra i principali fautori della storia egiziana contemporanea. Di umili origini, repubblicano e nazionalista fin dai tempi del liceo e formatosi all’accademia militare di Aswan e alla facoltà di giurisprudenza del Cairo, Nasser combattè nel conflitto del ‘48 con i gradi di sottotenente, constatando l’impreparazione dell’esercito egiziano e partecipando, negli anni successivi, a quelle discussioni interne all’esercito dalle quali poi nascerà il movimento clandestino dei “Liberi ufficiali”. 

Nella notte fra il 22 e il 23 luglio del 1952, i Liberi ufficiali prenderanno l’iniziativa deponendo Re Faruq I. Il colpo di stato non fece altro che formalizzare l’incapacità della corona d’Egitto di rappresentare il Paese e fu portato a termine senza vittime. Nasser prese la carica di ministro dell’Interno, mentre il generale Muhammad Nagib divenne presidente e  capo del Consiglio del comando della rivoluzione egiziana. Il generale, però, nel 1954 venne deposto lasciando a Nasser, vero ispiratore del golpe, il ruolo di capo di Stato.

L’eredità del golpe nasseriano non solo plasmerà l’Egitto, ma ispirerà simili avvenimenti in tutto il Mondo arabo come in Iraq nel 1958 e in Libia e Sudan nel 1969.

Da Nasser a Mubarak: sessant’anni di potere politico in mano ai militari

Con il colpo di stato di Nasser, l’esercito iniziò a ricoprire il ruolo di policy maker principale del Paese che tuttora ricopre all’interno della società egiziana. Infatti, l’esercito egiziano risultò l’unico apparato sufficientemente gerarchizzato, burocratizzato e ideologicamente, tecnologicamente e culturalmente formato da potere mantenere la stabilità del Paese. Nei piani di Nasser, inoltre, l’esercito avrebbe dovuto rappresentare il fiore all’occhiello della società egiziana, divenendo strumento non solo di deterrenza geopolitica ma di prestigio nazionale, di propaganda e di miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, assorbendo al suo interno molti dei disoccupati.

Nell’esperienza nasseriana, l’esercito divenne garante della implementazione delle politiche simil-socialiste volute dal dittatore. Dagli espropri e redistribuzione dei terreni agricoli alla nazionalizzazione del Canale di Suez, Nasser si avvalse dell’esercito come strumento di minaccia contro i nemici interni ed esterni del Paese e come forza lavoro celermente dispiegabile. 

Tuttavia, alcuni fallimenti in politica estera, come la sconfitta nella Guerra dei sei giorni, e alcune tensioni interne legate ai contrasti con i Fratelli musulmani, organizzazione islamista avversa al laicismo di Nasser e dichiarata fuorilegge da quest’ultimo, minarono parte del consenso popolare. Dal 1967 in poi, Nasser utilizzò le proprie forze armate, ormai indottrinate al panarabismo e al laicismo, per arrestare e giustiziare i membri dei Fratelli musulmani, tra cui l’allora leader politico Sayyid Qutb. Alla morte di Nasser, sopraggiunta nel 1970, l’incarico di presidente ricadde su Anwar al-Sadat, anch’egli tra i Liberi ufficiali che avevano seguito Nasser nel rovesciamento della monarchia. 

Le politiche di Sadat furono totalmente avverse a quelle di Nasser. Caratterizzate dal rifiuto del neutralismo e terzomondismo volute dal predecessore  e da un rimodellamento in termini neo-liberali dell’economia nazionale, Sadat continuò a vedere nell’esercito un attore importante per l’unità e il prestigio nazionale. Obiettivo del nuovo presidente  fu quello di vendicare l’onta subita con la sconfitta del 1967 e di riconquistare il Sinai, perso proprio al termine della Guerra dei sei giorni. L’obiettivo fu raggiunto nel 1973 con la Guerra del Kippur che, anche se non fu proprio un trionfo egiziano, permise a Sadat di riappropriarsi dei territori persi sette anni prima. 

Tuttavia, il successore di Nasser, compì due errori che minarono il suo supporto anche all’interno delle forze armate: in primo luogo, si definì un presidente credente, cercando la riconciliazione con i movimenti islamisti come i Fratelli musulmani, tornati nella legalità. In seguito, firmò gli accordi di Camp David nel 1978 e l’armistizio israelo-egiziano dell’anno seguente, divenendo impopolare sia tra gli islamisti sia tra i militari, che si videro privati della loro missione principale, ovvero la sconfitta di Israele. 

Le tensioni accumulate sfociarono, nel 1981, nell’attentato che portò alla morte di Sadat, messo in atto da Khalid al-Islambuli, un fondamentalista appartenente all’organizzazione islamista “Jihad Islamico egiziano”, avversa a qualsiasi pace con Israele. A Sadat successe, tramite una pacifica transizione politica guidata dai militari, Hosni Mubarak, ex ufficiale dell’aeronautica egiziana e direttore dell’Accademia aerea egiziana.

Mubarak ereditò un Paese politicamente e socialmente fragile. Mantenendo la legge marziale per tutta la durate dei suoi mandati (fino al 2011), Mubarak ritagliò un nuovo ruolo alle forze armate egiziane. Comprando nuovi armamenti e reclutando nuovi effettivi nel tentativo di avvicinare lo standard bellico egiziano a quello dell’ormai consolidato alleato statunitense (risultato del pragmatismo di Sadat), Mubarak accrebbe il budget dell’esercito fino a destinargli il 23% dei fondi statali annuali. Inoltre, seguendo il processo di privatizzazione neoliberale voluto dal predecessore, Mubarak mise in atto quella che il politologo Robert Springborg ha definito espansione orizzontale dell’esercito nell’economia nazionale. L’esercito, infatti, o personalità ad esso legate, divenne proprietario o finanziatore dei principali settori economici nazionali, nonché di enti caritatevoli di assistenzialismo. L’obiettivo di Mubarak, di fatto, era di rendere l’esercito materialmente indipendente, procurandosi armamenti, mezzi, derrate alimentari e vestiario in loco anziché importarli dall’estero. Inoltre, il nuovo ruolo riservato all’esercito all’interno della società civile concesse alla maggiore istituzione nazionale il monopolio di enti e attività altrimenti dominate da organizzazioni islamiche, considerate rivali dell’esercito in ambito di prestigio e controllo ideologico della nazione. Infine, Mubarak utilizzò l’esercito come strumento di politica estera, nell’allineamento al mondo occidentale. Ne è un esempio la partecipazione alla Guerra del Golfo, dove il contingente egiziano ha rappresentato uno dei più numerosi tra gli alleati.

La breve parentesi Morsi e l’intervento di al-Sisi: l’esercito egiziano come argine alla Fratellanza musulmana

Sull’onda dell’insurrezionalismo che nel 2011 scosse diversi Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, il malcontento popolare colpì lo stesso Mubarak, da trent’anni al potere. Le difficili condizioni di vita causate dalla crisi economica del 2008 e il desiderio di democratizzazione spinsero decine di migliaia di persone a sfidare il regime nelle proteste passate poi alla Storia come “Primavera araba d’Egitto”. Con le dimissioni di Mubarak, i poteri di presidente passarono al Concilio Supremo delle Forze Aramate (CSFA). Sfruttando l’occasione, l’esercito indossò le vesti del protettore del popolo e annunciò che sarebbero state organizzate libere elezioni, tranquillizzando la popolazione. 

Il CSFA, guidò così il Paese verso le elezioni, pianificate per maggio 2012. Dalle urne, uscì vincitore Mohamed Morsi, un ingegnere meccanico segretario del Partito Libertà e Giustizia ma affiliato ai Fratelli musulmani, che risulta essere il primo Presidente eletto democraticamente e non proveniente da ambienti militari della storia del Paese. Le scelte di Morsi durante il suo unico anno di mandato furono incentrate sul ridisegnare la costituzione egiziana con un’impronta decisamente islamista e sul limitare il ruolo delle minoranze religiose del Paese, causando il malcontento di metà della popolazione – il candidato dei Fratelli Musulmani aveva infatti vinto le elezioni con un margine minimo e diverse accuse di brogli. 

Alle manifestazioni di piazza organizzate dagli oppositori dei Fratelli musulmani, seguirono sit in di quest’ultimi, con centinaia di scontri e tafferugli registrati. Decisamente avverso al partito islamista, l’esercito, nel luglio del 2013, diede un ultimatum di 48 ore alle fazioni politiche per incontrare le richieste del popolo, al termine dal quale avrebbe preso in mano la situazione. Morsi, rifiutando l’ingerenza dell’esercito, proseguì nel formare un Parlamento totalmente islamista. Il 13 luglio 2013, quindi, l’esercito guidato da al-Sisi intervenne, mettendo in atto il secondo colpo di stato della storia del moderno Egitto sollevando dall’incarico di presidente Morsi e arrestandolo. Con la sospensione della Costituzione voluta da Sisi, la messa fuorilegge dei fratelli Musulmani e il massacro di Rabbaa – in cui persero la vita 904 persone secondo Human Rights Watch, tutte sostenitrici di Morsi – l’Egitto ha preso la sua ennesima svolta militarista guidata dall’esercito stesso, dietro la scusa di voler proteggere il Paese dal fondamentalismo religioso.

Il 6 ottobre 2013, Sisi annunciò che: «Abbiamo (i militari) giurato davanti a Dio di proteggere gli egiziani e gli arabi. Moriremmo prima di vedervi soffrire. Il legame tra esercito e popolo egiziano è stretto e indissolubile […] l’esercito è come le piramidi: impossibile da distruggere». Facendo intendere di non voler mollare la presa sul potere legislativo ed esecutivo nazionale.

Alcuni mesi dopo, a marzo 2014 – dopo la condanna a morte di 529 membri dei Fratelli Musulmani – Sisi ha annunciato che avrebbe corso alle elezioni di giugno. Decisione presa dopo aver ricevuto una petizione firmata da ventisei milioni di egiziani richiedenti il generale come guida politica del Paese. Con la vittoria alle elezioni (raccogliendo il 96% dei voti), iniziò l’avventura politica ancora in corso di al Sisi, sesto presidente d’Egitto. Sotto i suoi mandati, il generale si è dedicato alla soppressione di ogni tipo di opposizione, soprattutto all’interno della società civile, prendendo provvedimenti contro attivisti e sindacati ed esercitando un ferreo controllo su internet, i social network e i giornalisti, sempre con la scusa di proteggere il Paese dalle derive fondamentaliste.

L’esercito egiziano ai giorni d’oggi: una casta di intoccabili in controllo dell’economia nazionale

Sotto i mandati di al-Sisi la società egiziana è ulteriormente cambiata, mentre l’esercito egiziano ha addirittura rafforzato il suo controllo politico ed economico sulla Nazione. Sebbene il ministero della Produzione militare risalga al regime di Nasser, negli ultimi anni, quest’ultimo è riuscito ad allargare il proprio business a quasi tutti i settori economici del Paese. Insieme a società private – che però sono possedute da personalità dell’esercito o vicine ad esso – come l’Organizzazione araba per l’industrializzazione, al-Sisi controlla una dozzina di società attive nei settori chiave dell’economia egiziana. Una di queste, la Maadi Co. è riuscita a espandere la propria produzione, fino al 2014 orientata agli armamenti dell’esercito, alla costruzione di infrastrutture, palestre, energia elettrica e materiale medico, oltre a possedere agenzie minori che si occupano di edilizia e che sono state coinvolte nella costruzione della futura capitale d’Egitto, annunciata da Sisi nel Vision 2030.

Dal 2017 sono finite sotto il controllo di esercito o affiliati anche Alexandria Cement, compagnia attiva nella produzione di cemento, Badawy, leader nazionale nella produzioni di vernici e prodotti chimici, ed Heliopolis Co. attiva nel settore energetico, soprattutto nel campo delle rinnovabili. L’obiettivo di al-Sisi è quello di mantenere sotto controllo il settore economico e produttivo, in modo da poterlo indirizzare verso gli ambiziosi progetti promessi. 

Inoltre, controllare i principali settori economici del Paese consente altre due strategie partorite dal generale: in primo luogo, l’esercito sta diventando sempre più indipendente economicamente, tant’è che dal 2014 ad oggi ha più che raddoppiato la propria incidenza produttiva sul PIL nazionale, passando da meno dell’1,5% del 2012 a più del 3% (secondo la Banca Mondiale) del 2020, diversificando la produzione con medicinali, edilizia e derrate alimentari. In seconda battuta, un tale controllo dei settori produttivi egiziani permette ad al-Sisi di controllare l’esercito, vero potere politico del Paese che, come tale, rimane inaffidabile e imprevedibile. Durante la presidenza di al-Sisi, diversi ufficiali dell’esercito sono stati rimossi o addirittura arrestati, in modo da impedire eventuali tradimenti o brame di potere da parte dei colleghi del presidente. Tuttavia, con l’obiettivo di non inimicarsi gli alti ranghi dell’esercito, al-Sisi ha messo in atto diverse pratiche politiche e sociali che gli hanno permesso di trasformare i membri delle forze armate in una vera e propria casta: i militari possiedono pensioni d’oro, le più alte in un Paese in cui la povertà tocca il 32,5% della popolazione (dati risalenti al 2018, presumibilmente più alti al giorno d’oggi, visti i 2,5 milioni di nuovi disoccupati causati dalla pandemia globale); non pagano tasse su medicinali, automobili, prodotti Hi-tech e di lusso; alloggiano in appartamenti posseduti dallo Stato (costruiti dai giganti nazionali dell’edilizia, creati dal regime stesso) durante l’anno lavorativo e in circoli, resort e case vacanza durante i periodi feriali.

Infine, gli uomini più fidati di Sisi, ovvero lo Stato Maggiore, godono dell’immunità parlamentare, a meno che non citati a giudizio dalla Corte Suprema militare, anch’essa saldamente in mano al generale.

Al momento, in Egitto, l’unico ascensore sociale disponibile è quello offerto dall’esercito, vera potenza politica, economica e sociale del Paese.

Fonti e approfondimenti

Brown N., The Role of Egypt′s Armed Forces: A Military Empire”, ISPI, 24 settembre 2020.

Campanini M., “Storia dell’Egitto contemporaneo. Dalla rinascita ottocentesca a Mubarak”, Roma, Edizioni Lavoro, 2005.

Campanini M., “Storia del Medio Oriente contemporaneo”, quinta edizione, il Mulino, 2017.

Gotowicki S. H., “The Role of the Egyptian Military in Domestic Society”, Foreign Military Studies Office Publications, 1997. 

Hasan S., Egypt’s military tightens hold over economy under Sisi”, TRT World, 3 luglio 2020.

Human Rights Watch, “World Report 2013: Egypt”.

Marshall S., “THE EGYPTIAN ARMED FORCES AND THE REMAKING OF AN ECONOMIC EMPIRE”, Carnegie Middle East Center, aprile 2015.

Ouf I., In Sisi’s Egypt, army plays a major role across society, The Arab Weekly, 22 luglio 2018.

Reuters Staff, “From war room to boardroom. Military firms flourish in Sisi’s Egypt”, Reuters, 16 maggio 2018.

Springborg R., “The Egyptian Military: A Slumbering Giant Awakes”, Carnegie Middle East Center, 28 febbraio 2019.

The World Bank, “Egypt’s economic outlook”, 11 ottobre 2017.

The World Bank, “Egypt’s economic update”, ottobre 2020.

Zeinab Abdul-Magd, The Egyptian military in politics and the economy: Recent history and current transition status”, Center Michelsen Institute (CMI Insight), vol. n. 2, ottobre 2013.

 

Editing a cura di Elena Noventa

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