In Egitto l’autoritarismo digitale sbarca su TikTok e colpisce le donne

L'autoritarismo digitale dell'Egitto, negli ultimi anni, ha colpito in particolare le donne su TikTok
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Internet e i social media sono stati uno dei principali mezzi di organizzazione e comunicazione della popolazione durante le Primavere arabe del 2011. E se i regimi, all’epoca, non possedevano i giusti mezzi per fronteggiare questo nuovo spazio della società civile, al giorno d’oggi stiamo assistendo alla proliferazione di autoritarismi digitali in tutto il Medioriente. L’uso di tecnologie da parte di governi autoritari per controllare, reprimere e manipolare la popolazione è stato ampliato e rafforzato, nell’ultimo decennio, attraverso la creazione di strumenti e pratiche ad hoc

Se inizialmente il fine ultimo era la censura dell’attivismo e del dissenso politico, per garantire ai regimi una stabilità di sorta, a oggi il campo di applicazione di tali strumenti di repressione e controllo risulta più ampio. La violazione di libertà personali e diritti umani fondamentali da parte dei governi autoritari trova nel cyberspazio una nuova dimensione, e la creazione di una legislazione così vaga da poter essere applicata in maniera discrezionale rappresenta un rischio per le popolazioni locali.

L’autoritarismo digitale egiziano: l’accesso a Internet e le nuove leggi 

Nonostante il settore dell’informazione e delle comunicazioni in Egitto sia cresciuto rapidamente negli ultimi anni, con un incremento di utenti costante, l’accesso a Internet da parte della popolazione risulta ancora difficoltoso. Il rigido controllo statale e i limiti infrastrutturali, causati da scarsa qualità e bassa velocità di connessione, rappresentano tuttora due dei principali ostacoli per un accesso a Internet universale e omogeneo nell’intero Paese. La ONG Freedom House, nei suoi rapporti annuali “Freedom of the Net” circa la libertà di Internet nel mondo, ha designato l’Egitto come «Not Free» sin dal 2016, con un aggravarsi delle restrizioni di anno in anno. Nel 2020, il punteggio assegnato all’Egitto è stato di 26/100, il più basso nei cinque anni tenuti in considerazione.

In nome della “protezione della sicurezza nazionale” e della “lotta al terrorismo”, il governo egiziano ha rafforzato il controllo sui contenuti e sulle attività online nell’ultimo decennio, imponendo forti limitazioni all’accesso e restrizioni della libertà di espressione. 

Nella penisola del Sinai, ad esempio, tra il 2016 e il 2017, le autorità hanno imposto per due volte la chiusura, in maniera arbitraria, delle reti di comunicazione. Tale shutdown non solo ha causato problematiche alla popolazione locale, impossibilitata a effettuare chiamate o semplici operazioni online, ma ha anche acuito un senso di isolamento nei confronti del governo. Già nel 2014 e nel 2015 si erano presentati casi simili all’interno della regione, sulla scia della sospensione dell’accesso a Internet avvenuta durante le proteste del 2011: il blocco della rete è favorito dalla gestione centralizzata delle infrastrutture da parte di Telecom Egypt, società di proprietà statale. 

Il governo, negli ultimi anni, si è dotato inoltre di ulteriori strumenti legislativi, varando una serie di leggi che limitano e criminalizzano le attività online e la libertà di opinione ed espressione. La Legge Antiterrorismo entrata in vigore nel 2015, che permette al governo di designare come terroristiche organizzazioni e individui ritenuti una minaccia per lo Stato, è stata utilizzata nel 2017 dal governo al-Sisi per censurare circa sessantotto siti online (nazionali ed esteri), con l’accusa di affiliazione terroristica e divulgazione di fake news. I siti in questione, progressisti e indipendenti, danno spazio a oppositori governativi e ad argomenti ritenuti “non in linea con la narrativa statale”. La strategia di governo comprendeva, inoltre, un incremento della sua presenza sui media, in modo tale da veicolare la narrazione online.

La criminalizzazione delle attività online non è più limitata alla censura e al contenimento di attivisti politici in contrasto con il regime; sono sempre di più le persone ordinarie e senza particolari affiliazioni politiche che vengono condannate per l’utilizzo dei social media, attraverso l’utilizzo di una retorica di protezione dei valori sociali. Nel 2017, le autorità hanno cominciato a utilizzare i canali social per perseguire penalmente la comunità LGBTQ+. Alcuni giovani sono stati accusati di “devianza sessuale” a seguito della pubblicazione, sui loro profili social, di foto che li ritraevano con una bandiera arcobaleno durante l’esibizione della band libanese Mashrou’ Leila. L’arresto dei giovani, all’indomani del concerto, fa parte di un più ampio schema di repressione della comunità e rappresenta un chiaro esempio di come il governo stia espandendo il proprio raggio di azione e i propri strumenti di controllo.  

Oltre l’attivismo e il dissenso politico: TikTok e la nuova minaccia alle donne

In Egitto, nel 2020, sono state circa una dozzina le giovani donne condannate per aver pubblicato dei video su TikTok, tramite l’applicazione della Legge sulla Criminalità Informatica entrata in vigore nel 2018, che permette il blocco dei siti considerati una minaccia per la sicurezza nazionale e la persecuzione legale dei proprietari.

A destare maggior scalpore è stata la condanna di due giovani, Haneen Hossam e Mawada al-Adham, a due anni di prigione e al pagamento di una multa di trecentomila sterline egiziane (circa sedicimila euro). L’accusa per le due è stata di violazione della morale pubblica e incitamento alla dissolutezza, a seguito della pubblicazione sulla piattaforma online di contenuti ritenuti in contrasto con i “valori familiari egiziani”. La sentenza, ribaltata in appello nel mese di gennaio, ha prosciolto le giovani dalle accuse, ma non dal pagamento della cospicua multa da parte di una delle due. I video in questione ritraggono le giovani donne intente in passi di danza o performance canore. È importante sottolineare come la quasi totalità delle donne oggetto di tali accuse provenga da famiglie a basso reddito, e risulta dunque difficile per loro affrontare un processo e sostenere le spese per una difesa adeguata. 

Sono state molte le azioni intraprese per portare all’attenzione dei media la condanna delle due giovani e domandarne il rilascio, tra le quali l’utilizzo dell’hashtag  بعد_اذن_الاسرة_المصرية# (tradotta: «con il permesso della famiglia egiziana») su Twitter e il lancio di una petizione su Change.org da parte di attivisti per i diritti umani. Nonostante ciò, la paura di ripercussioni e stigmatizzazione sociale crescente all’interno della popolazione, vittima di un sistema fortemente repressivo, sta portando moltissime donne alla decisione di chiudere i propri profili social, limitandone così la libertà di espressione.

Quelli di Haneen e Mawada sono solamente gli ultimi di una serie di casi simili. Già nel 2017 e nel 2018 due cantanti furono condannate a due anni di prigione per la pubblicazione di video ritenuti immorali. È evidente, dunque, che il regime di al-Sisi stia espandendo il suo raggio di repressione ben oltre l’attivismo online e il dissenso politico. Questi casi sono i primi nei quali è stata applicata la nuova Legge sulla Criminalità Informatica e la sentenza penale delle giovani, se confermata in appello, avrebbe rischiato di creare un precedente per i futuri provvedimenti giudiziari in tal senso. 

Il governo egiziano, dunque, sta trovando nuovi modi e nuovi mezzi per limitare tutte quelle forme di espressione ritenute una minaccia per la propria sopravvivenza. L’ingresso nel cyberspazio e la dotazione di una legislazione da poter utilizzare in maniera arbitraria vanno solamente ad aggiungersi a quella già ampia libertà di azione di una macchina di repressione statale che mina le libertà della popolazione, sia online che nelle piazze, e ne viola i diritti di base. Attivisti politici e giornalisti, ma anche studenti universitari e persone ordinarie sono quotidianamente sottoposti a sorveglianza digitale: chiamate e contenuti mediatici vengono monitorati attraverso strumenti che si fanno nel tempo sempre più sofisticati. La crisi causata dal Covid-19 ha portato a un’ulteriore limitazione delle attività online: attraverso la retorica del controllo delle fake news e della salvaguardia della salute pubblica, altre testate online sono state oscurate per aver denunciato la violazione dei diritti umani nelle carceri egiziane durante la pandemia.  

 

 

Fonti e approfondimenti

Cathryn Grothe, “Amid COVID-19 Pandemic, Internet Freedom Is Under Attack in The Middle East and North Africa“, Freedom House, 19/1/2021.

Egypt ‘hunting down’ gays, conducting forced anal exams“, Reuters, 30/9/2017. 

Egypt court jails belly dancer for ‘debauchery’ over TikTok post“, Al Jazeera, 28/6/2020.

Egypt jails TikTok women influencers over ‘indecent’ content“, Al Jazeera, 27/7/2020.

Freedom House. 2016. Egypt 2016: Freedom on the Net Country Report.

Freedom House. 2017. Egypt 2017: Freedom on the Net Country Report.

Freedom House. 2018. Egypt 2018: Freedom on the Net Country Report.

Freedom House. 2020. Egypt 2020: Freedom on the Net Country Report.

Khalid Hassan, “Egypt’s parliament moves forward on anti-cybercrime law“, Al-Monitor, 19/4/2018.

Maija Kappler, “Women On TikTok In Egypt Are Being Arrested For ‘Indecent’ Videos“, Huffington Post, 8/5/2020.

Marwa Fatafta, “Egypt’s rising digital authoritarianism“, Al Jazeera, 24/9/2020.

Nadda Osman, “Egypt: Prison sentences overturned for TikTok influencers“, Middle East Eye, 12/1/2021.

Soliman, Mohammed. 2020. “The Rise of Digital Authoritarianism in the Middle East”. In E. Campbell, M. Sexton, Cyber War & Cyber Peace in the Middle East. The Middle East Institute.

 

 

Editing a cura di Niki Figus

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