Leggere tra le righe: “Pazzia” di Ha Jin e le proteste di piazza Tiananmen

Simone D'Ercole | Instagram: @Side_Book

Shanning, 1989. La camera di ospedale sembra una prigione: c’è una puzza stagnante e infermiere svogliate che gironzolano per i corridoi. Sul letto della camera di ospedale c’è il professor Yang, irriconoscibile. Non era mai stato un eroe della Rivoluzione, al contrario, era stato deriso ed etichettato come un “mostro demoniaco” dalle Guardie Rosse. La malattia del professore è caratterizzata da deliri e allucinazioni, che portano alla luce non solo la frustrazione di un uomo, ma anche la corruzione di un intero sistema. I vaneggiamenti del professore rievocano eventi del passato che portano a una riflessione particolare sulla figura dell’intellettuale dalla Rivoluzione culturale fino agli anni Novanta. 

Per Yang, il ruolo dell’intellettuale è ridotto a quello di un impiegato statale: non c’è un senso nella sua missione se non quello di compiere il proprio dovere sotto le linee guida dello Stato. Sullo sfondo del racconto della decadenza di un uomo dedito alla letteratura, a Dante e alla poesia, scorrono gli eventi delle proteste di Tiananmen. Lo scrittore Ha Jin adotta una prospettiva differente per raccontare la nascita e l’evoluzione delle manifestazioni studentesche. Il romanzo è ambientato lontano dalla capitale, “cuore malato” della Cina del 1989, e le vicende sembrano toccare solo marginalmente i protagonisti della storia. Tuttavia, la violenta repressione irrompe brutalmente nel finale e concretizza il dolore di un popolo intero. 

Tra rinnovamento economico e consolidamento politico

L’ultima eredità di Mao Zedong è stata la Rivoluzione Culturale, uno dei periodi più bui della storia della Cina. Negli anni Ottanta la Repubblica Popolare Cinese era nel pieno dell’epoca delle riforme di apertura promosse da Deng Xiaoping. Era un periodo di crescita economica, liberalizzazione e maggiore apertura anche verso l’Occidente. Se da un lato si respirava un’aria di cambiamento, grazie a un fervore politico, sociale e culturale, dall’altro le riforme economiche avevano creato nuove disuguaglianze sociali. Ad esempio, lo smantellamento delle comuni causò ritardi nel settore agricolo, la liberalizzazione del mercato provocò una forte inflazione che colpì le classi meno abbienti. 

Nel periodo antecedente alle proteste di piazza Tiananmen, il Partito stava attraversando una fase molto delicata. Un’analisi attenta ci porta a non considerare il PCC come un monolite, ma come un blocco composto da fazioni interne che determinano anche le linee principali della leadership. Le correnti interne hanno inevitabilmente influenzato la gestione delle proteste di Tiananmen. Al centro del dibattito interno vi era la creazione di nuovo governo e la modernizzazione del Paese. I più riformisti chiedevano la separazione tra Partito e Stato, che poi non avvenne. Tra questi spicca il nome di Hu Yaobang, figura molto stimata dalle nuove generazioni. Nel 1986-87 aveva supportato le proteste studentesche pro-democrazia, motivo che ne determinò la destituzione come segretario generale del Partito. Il 15 aprile 1989, l’ex segretario muore all’età di 74 anni e giovani cinesi si riuniscono in piazza Tiananmen per rendergli omaggio pacificamente. 

Come emerge dai The Tiananmen Papers, raccolta di documenti interni che circolavano negli uffici Zhongnanhai, la gestione delle proteste ha creato delle discordanze all’interno degli organi apicali del PCC. Il Partito era frammentato. Tra gli alti funzionari Zhao Ziyang e Hu Qili hanno votato contro la legge marziale il 17 maggio. Da un lato, si voleva mantenere aperto un dialogo con gli studenti. Dall’altro, i funzionari più conservatori non erano disposti a cedere per non compromettere lo status quo. L’obiettivo principale era la promozione delle riforme economiche e una spinta verso la modernizzazione del Paese a qualsiasi costo. Non avendo una posizione netta, la decisione finale venne presa da Deng Xiaoping e dagli Anziani del PCC. Per loro le proteste erano disordini e causa di “乱luan, caos”, minaccia per la stabilità statale, quindi la repressione era necessaria.  

Il ruolo dei campus universitari

La popolazione studentesca degli anni Ottanta era travolta dall’idea di modernità e cominciava a porsi delle domande sull’identità e la cultura cinese. Testimonianza di questo sentimento è il documentario River Elegy (河殇 Heshang), trasmesso dalla CCTV nel 1988, che utilizza la metafora del Fiume Giallo per descrivere la decadenza dell’antica civiltà cinese. 

Le università erano in fermento e incoraggiavano il dibattito abbastanza libero su svariati argomenti, prima considerati controrivoluzionari. I campus universitari erano il fulcro della proliferazione di nuove idee che alimentavano il supporto verso la modernizzazione e l’implementazione delle riforme economiche. In questo contesto va inserito l’ideale democratico, declinato con caratteristiche cinesi

L’ultimo decennio sotto la leadership di Mao Zedong aveva lasciato ferite molto profonde: pensiero unico, umiliazione, mancanza di libertà individuale. Gli eccessi della Rivoluzione Culturale non si sarebbero più dovute ripetere e l’introduzione di nuove forme di pensiero che provenivano da oltre i confini cinesi, avevano aperto gli orizzonti anche ai giovani intellettuali cinesi. L’ondata di apertura dopo l’era maoista aveva creato un malcontento e gli studenti furono i portavoce del disagio sociale provocato dalle nuove riforme economiche

L’insoddisfazione derivava in particolar modo dalla nuova stratificazione sociale che aveva aumentato ulteriormente le disuguaglianze tra le classi. Già nel 1986-87 gli studenti manifestarono, come portavoce del disagio della popolazione cinese, per maggiori diritti, trasparenza e libertà individuali. Tra le richieste si aggiungeva anche un’educazione svincolata dall’ideologia politica, stipendi troppo bassi per gli intellettuali e si contestavano i privilegi delle famiglie dei funzionari. 

Il punto di vista degli studenti e degli operai

Sulle orme delle manifestazioni degli anni precedenti, gli studenti maturarono un sentimento di ribellione nei confronti del regime autoritario. È una presa di coscienza di un Partito che ha dimenticato il suo ruolo come guida e avanguardia dell’intera nazione. La richiesta di democrazia va quindi intesa come il Partito che governa per gli interessi del suo popolo e non per sé stesso. Chiedevano un sistema non corrotto, trasparente, legale e democratico. Allo stesso tempo, condividevano con il governo centrale la necessità di guidare la Cina verso la modernizzazione. 

Un fattore, troppo spesso sottovalutato è la presenza della classe operaia nel movimento studentesco. In effetti, la situazione generale degenera nel momento in cui i dirigenti del PCC realizzano che anche gli operai si sono uniti ai manifestanti. La ragione che ha portato i lavoratori in piazza era legata alle disparità salariali: la loro richiesta era di riforme economiche che risolvessero questo divario. 

L’eredità di Tiananmen

Quando ci si trova di fronte a eventi di questo genere, il rischio di semplificazione è altissimo. Le proteste del 1989 hanno segnato la storia della Cina e rappresentano una delle crisi interne più gravi della RPC, che ha rischiato di deteriorare definitivamente l’apparato Partito-Stato

Dopo le proteste il governo ha stretto la morsa sulla popolazione, sulle università, ha aumentato i controlli e all’inizio degli anni Novanta ha lanciato una “Campagna per la rieducazione patriottica”. Il ricordo delle vittime viene insabbiato e dallo scorso anno è stata vietata anche la veglia di commemorazione che si teneva ad Hong Kong. Tiananmen è ancora una ferita aperta con la quale la Repubblica Popolare Cinese si ritrova a non voler fare i conti.

 

Fonti e approfondimenti

De Pascalis Francesca, Piazza Tiananmen, 1989: la “rivoluzione mancata”  Eunomia. Rivista semestrale del Corso di Laurea in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, Eunomia 1 n.s. (2012), n. 1, 197-226, DOI 10.1285//i22808949a1n1p197.

Kwong, Julia, The 1986 Student Demonstrations in China: A Democratic Movement?, Asian Survey, vol. 28, no. 9, 1988, pp. 970–985. JSTOR, http://www.jstor.org/stable/2644802. Accessed 25 May 2021.

Ha Jin, Pazzia, Neri Pozza, Le Tavole d’oro, 2003.

Ma Jian, Beijing Coma, Vintage Publishing, 2009.

Nathan, Andrew J. “The Tiananmen Papers.” Foreign Affairs 80, no. 1 (2001): 2-48. Accessed May 25, 2021. doi:10.2307/20050041.

Zarrow, Peter. The American Historical Review, vol. 95, no. 4, 1990, pp. 1122–1124. JSTOR, http://www.jstor.org/stable/2163484. Accessed 25 May 2021.

CCTV, River Elegy 河殇, 1988, Youtube. 

Ilaria Maria Sala, Tiananmen Square 30 years later: China has never been so free, Quartz, 15 Aprile 2019. 

OrizzonteCina 2019: Ricostruire il passato, plasmare l’identità, Ottobre 2019. 

Edward A. Gargan, Protests by Students Spread to Beijing, New York Times, 1986.

Simone Pieranni, Tiananmen 30 anni dopo, China Files, 4 Giugno 2019.

 

Editing a cura di Elena Noventa

Copertina a cura di Simone D’Ercole

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