Lotta armata in Palestina (parte 1): le milizie islamiste della Striscia di Gaza

Una manifestazione jihadista a Gaza nel 2010: un insieme di persone di nero vestite, con lunghe tonache e veli a coprire quasi interamente il volto, sfilano imbracciando dei fucili
Frédéric Sautereau (via Mouhammed Omar) - Flickr.com - License CC BY-SA 2.0

L’ultimo capitolo del conflitto israelo-palestinese ha riportato sotto i riflettori non solo le dinamiche dell’occupazione israeliana, ma anche la lotta armata esercitata dalle fazioni palestinesi, soprattutto da parte del braccio armato di Hamas e del Jihad islamico palestinese, entrambe formazioni islamiste attive nella Striscia di Gaza. Tecnologicamente e materialmente arretrate rispetto all’esercito israeliano, queste milizie hanno fatto della lotta armata uno dei pilastri delle loro politiche

La Prima Intifada e la delusione nei confronti dell’OLP: il terreno fertile per l’islamismo in Palestina

La Prima Intifada (1987-1993) è considerata un punto di svolta nella storia della lotta armata palestinese. Durante il periodo di agitazione popolare, furono fondati diversi movimenti di stampo islamista – Hamas e il Jihad islamico per la Palestina – intenzionati a perseguire la lotta a Israele parallelamente all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), organizzazione laica e socialista. 

Per capire la nascita di questi movimenti occorre però contestualizzare il malcontento popolare del 1987. Dopo la Guerra dei sei giorni (1967) e l’occupazione da parte israeliana di Gerusalemme Est, della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi si sentivano più isolati che mai: nonostante i Paesi arabi, eccezion fatta per l’Egitto, fossero ancora formalmente in guerra con Israele, l’appoggio alla Palestina era venuto meno. L’OLP, da parte sua, non si era rivelata capace di condurre la lotta a Israele

Infatti, al-Fatah, fazione dominante all’interno dell’OLP, aveva già rinunciato alla violenza come mezzo per perseguire la liberazione, a causa del ridimensionamento subito durante il Settembre nero (1970-1971), quando l’organizzazione fu espulsa dal Paese e costretta ad aprire i propri uffici prima in Libano e poi, in seguito all’occupazione del Libano meridionale, nel 1982, in Tunisia. Il conseguente isolamento portò al cambio di rotta, causando la delusione dei palestinesi.

In quel contesto, quando nel dicembre del 1987 un incidente a un posto di blocco israeliano risultò nella morte di quattro palestinesi residenti nel campo di Jabaliya, il malcontento popolare esplose, dando inizio a una rivolta che si concluse solo nel 1993, con gli Accordi di Oslo. Nonostante l’OLP avesse provato a organizzare e a inquadrare le proteste nella propria strategia, l’Intifada divenne terreno fertile per la nascita di una nuova organizzazione, Hamas, e il rafforzamento dell’allora giovane Movimento per il Jihad islamico in Palestina

La nascita di Hamas e del Movimento per il Jihad islamico in Palestina

Sull’onda dell’entusiasmo della Rivoluzione islamica iraniana del 1979 e della rabbia della Prima Intifada, l’islamismo iniziò a guadagnare consenso tra i palestinesi delusi dall’OLP. Il fervore islamista fu incanalato da due figure di spicco legate ai Fratelli musulmani: Ahmed Yassin e Fathi Shiqaqi. Il primo fondò nel 1987 Hamas, un’organizzazione nata a scopo religioso-solidale che poi si evolse in partito politico e milizia armata, visto che alla base del pensiero di Yassin c’era la necessità ideologica di opporsi a Israele tramite la resistenza armata.

Shiqaqi, invece, nel 1981, fondò il Movimento per il Jihad islamico in Palestina negli ambienti universitari di Gaza, ottenendo vasto supporto durante la Prima Intifada. Il movimento di Shiqaqi si ispirava alla Rivoluzione islamica iraniana e si basava sulla convinzione che una serie di attacchi terroristici ai danni degli israeliani avrebbe portato alla rivolta dei palestinesi e alla fondazione di uno Stato islamico in Palestina. Alla base dell’ideologia di Shiqaqi c’era quindi il martirio, che per la prima volta apparì in maniera ufficiale in un disegno politico sunnita.

Entrambe le fazioni guidarono le proteste dei palestinesi durante la Prima Intifada, spesso competendo tra loro. Nonostante ci fosse rivalità, un’alleanza fu raggiunta nel 1994, dopo la sigla degli Accordi di Oslo tra l’OLP di Yasser Arafat e il governo israeliano di Yitzhak Rabin, e la conseguente fine dell’Intifada. Le due organizzazioni islamiste concordavano sul fatto che l’OLP non perseguisse la causa palestinese e che ogni accordo politico con Israele fosse un passo indietro nella lotta di liberazione, obiettivo che doveva essere perseguito tramite le armi. Gli Accordi di Oslo, in quest’ottica, furono percepiti come il segno del tradimento finale da parte dell’OLP, che accettò di riconoscere Israele come Stato in cambio della limitata gestione dei territori occupati tramite l’Autorità nazionale palestinese (ANP).

Iniziò così il periodo di resistenza armata e di opposizione agli Accordi di Oslo che portò alla “morte cerebrale di Oslo”, ovvero all’impossibilità di un processo di pace costruito sugli accordi raggiunti tra OLP e Israele, e alla delegittimazione dell’ANP. Infatti, attacchi diretti a civili, ritenuti da Yassin e Shiqaqi colpevoli delle politiche di Israele tanto quanto i loro politici, esacerbarono la tensione e rallentarono il dialogo tra le parti, portando, in seguito, a un approccio maggiormente securitario da parte di Israele.  

Le Brigate al-Qassam: storia ed evoluzione del braccio armato di Hamas

Nonostante Hamas abbia sviluppato un’elaborata struttura politica, diventando, de facto, l’attore in controllo della Striscia di Gaza (dopo lo scontro con al-Fatah), il braccio armato del partito rimane lo strumento più importante e controverso a sua disposizione. 

Fondate nel 1991 e attive soprattutto dal 1994, le Brigate al-Qassam (così chiamate in onore del martire Izz al-Din al-Qassam, caduto nel 1935 combattendo gli inglesi) sono un’organizzazione paramilitare legata ad Hamas, ma con un alto grado di indipendenza. Le sue azioni militari, infatti, vengono pianificate ed eseguite in totale autonomia, e spesso i vertici del partito non sono a conoscenza della posizione di basi e arsenali delle Brigate, così come dei loro piani di battaglia ed entrate finanziarie.

Alla base di questa particolarità vi è l’idea che un organo militare scisso da quello politico sia più efficiente e orientato al calcolo di rischi e opportunità dal punto di vista prettamente militare. Ciò ha portato, nell’arco della storia delle Brigate al-Qassam, a un indipendente processo di professionalizzazione, avvenuto soprattutto dagli anni Duemila in poi. In quel periodo, Israele, preoccupato dalle idee promulgate da Hamas e dalle sue attività terroristiche, iniziò a considerare il partito islamista e la sua milizia il nemico numero uno, prendendo di mira con omicidi e arresti i suoi membri.

Il cambiamento arrivò dopo la Seconda Intifada, quando le perdite subite per mano delle forze di sicurezza israeliane mostrarono la necessità di adottare nuove tattiche di guerriglia e di “ammodernare” le Brigate: gli effettivi della milizia aumentarono fino a raggiungere i quarantamila stimati oggi (cifra raggiunta grazie a un’elaborata strategia di propaganda e reclutamento basata su parate militari, indottrinamento scolastico e una forte presenza sui social network) e iniziarono a comparire i primi rudimentali razzi Qassam. Questi permisero le prime operazioni a distanza e su larga scala (i primi UAV sono stati invece introdotti nel 2014). Inoltre, vista la necessità di contrastare bombardamenti aerei e operazioni di intelligence israeliane, le Brigate al-Qassam svilupparono una sofisticata rete di tunnel, che ancora oggi permette ai miliziani di muoversi inosservati, proteggere i loro arsenali e ricevere rifornimenti.

Negli anni a seguire, le Brigate iniziarono a usare i nuovi armamenti e le nuove tattiche contro obiettivi civili, economici e militari. L’efficacia di tali azioni, unitamente all’inattività militare di al-Fatah e dell’OLP, ha reso le Brigate al-Qassam il volto della resistenza armata palestinese, riuscendo ad accattivarsi le simpatie e i fondi di Stati e privati, ma anche di altre organizzazioni paramilitari. È il caso, ad esempio, dell’avvicinamento tra le Brigate al-Qassam e la milizia sciita libanese Hezbollah. Voluta da Yehya al-Sinwar, dal 2017 leader politico di Hamas, questa vicinanza ha portato alla fornitura di razzi di produzione iraniana Badr e Fajr (più sofisticati ed efficienti dei Qassam), ma soprattutto alla concreta possibilità di condurre, un giorno, una guerra contro il comune nemico sionista, coordinata su ben due fronti. Questi rapporti con Hezbollah sono, inoltre, un indice dell’influenza iraniana nella Striscia di Gaza, soprattutto per quanto riguarda il supporto economico alle milizie islamiste, tra cui le Brigate al-Qassam.

Il Jihad come strumento di liberazione: chi sono le Brigate al-Quds

Braccio armato del Movimento per il Jihad islamico palestinese (MJIP), le Brigate al-Quds (“di Gerusalemme”, in arabo) sono il secondo gruppo armato più grande della Striscia di Gaza.

Così come le Brigate al-Qassam, i militanti al-Quds abbracciano un’ideologia islamista di lotta armata, con il fine di distruggere militarmente lo Stato d’Israele e fondare uno Stato islamico palestinese con confini antecedenti al 1948.

Dalla loro fondazione, nel 1981, le Brigate al-Quds sono state attive soprattutto in Cisgiordania, in particolare nelle città di Hebron e Jenin, dove l’occupazione israeliana è più oppressiva e penetrante. Dalla fine della Seconda Intifada, però, a causa della distruzione da parte israeliana di molte delle infrastrutture delle Brigate presenti in Cisgiordania, il gruppo si è ritirato principalmente a Gaza, da dove ha continuato a portare avanti attacchi missilistici e suicidi fino al 2007, per poi diminuire nel corso degli anni a causa delle perdite subite. 

Per questa ragione, lo sforzo bellico delle Brigate al-Quds è stato spesso coordinato e inglobato dalle Brigate al-Qassam, più numerose e meglio equipaggiate, nel tentativo di dare l’idea di un fronte islamista compatto. Per lo stesso motivo, anche le strategie di reclutamento e propaganda sono gestite in sinergia dalle due organizzazioni: durante le parate militari, i membri delle due milizie sfilano spesso fianco a fianco, mentre i banchetti per il reclutamento vengono condivisi. Entrambe le organizzazioni sono inoltre particolarmente attive anche nelle scuole, con avvicinamenti targettizzati soprattutto fra i giovani, con il fine di tramandare l’ideologia della lotta armata della creazione di uno Stato islamico palestinese alle generazioni future

Le dinamiche interne e la composizione delle Brigate al-Quds rimangono però poco chiare, così come il numero di effettivi, stimato tra i mille e i dodicimila membri. Il Jihad islamico palestinese si è stabilito non tanto come un movimento popolare di ampio respiro con gli occhi puntati sul potere politico, ma piuttosto come un’avanguardia militare elitaria, che agisce in via segreta. La struttura di comando è più simile a quella delle cellule terroristiche piuttosto che a quelle tipiche di eserciti o commando militari: le Brigate al-Quds vengono infatti dirette da una leadership con base a Damasco (la Siria è da sempre uno dei principali finanziatori) e guidata da Ziyad al-Nakhalah, islamista palestinese considerato un terrorista dai Paesi occidentali. 

Va menzionato, infine, come anche le Brigate a-Quds godano del supporto economico iraniano. Tuttavia, a differenza di Hamas e del suo braccio armato, che ha diversificato la sua rete di donatori, inglobando anche privati e altri Stati come il Qatar, il Jihad islamico palestinese e la sua milizia dipendono in ogni aspetto da Tehran, a livello ideologico, finanziario e militare. Gli stessi missili al-Quds sono costruiti in Iran per poi essere trafficati verso la Striscia. Di recente, però, il sostegno materiale di Teheran si è evoluto in una vera e propria permeazione della tecnologia missilistica iraniana a Gaza. Le Guardie della Rivoluzione iraniana starebbero non solo fornendo componenti, ma anche sviluppando prototipi da poter produrre in loco nella Striscia di Gaza, che riflettano e massimizzino le capacità di produzione nella Striscia. 

 

 

Fonti e approfondimenti

Dentice, Giuseppe. 2019. “Hamas and the Hezbollah model in the Gaza Strip”. The Rise and the future of militias in the MENA region. 55-65.

Meir Hatina, “Islam and Salvation in Palestine: The Islamic Jihad Movement, Foreign Affairs, marzo-aprile 2002.

Dalia Hatuqa, Gregg Carlstrom, “The Evolution of Hamas: What Happens When a Resistance Movement Stops Resisting and Starts Governing?, Foreign Affairs, 25 marzo 2017.

Khaled Hroube, “Hamas: Political Thought and Practice, Foreign Affairs, marzo-aprile 2001.

European Council on Foreign Relations, Mapping Palestinian Politics.

International Institute for Strategic Studies, 2021, Missile Multinational: Iran’s New Approach to Missile Proliferation.

 

 

Editing a cura di Niki Figus 

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