Standing in the spotlight: uno sguardo al Qatar

Una foto della cerimonia di apertura dei Mondiali i calcio Qatar 2022
@Ronny Przysucha (U.S. Department of State) - Public Domain -

di Antonio Panzone

Il 2021 in Qatar sarà ricordato come uno straordinario momento di transizione e cambiamento sotto tutti i punti di vista. Anche se la scelta di ospitare il Campionato mondiale di calcio attualmente in corso nel piccolo emirato risale al 2010, solamente ora il Paese si trova sottoposto a un attento scrutinio globale. 

Se prima Doha era vista come un piccolo emirato conservatore principalmente basato sulla massiccia esportazione di gas naturale, da un po’ di tempo sta cercando di porsi agli occhi dell’opinione pubblica internazionale come uno Stato moderno, progressista e principale mediatore tra l’Oriente e l’Occidente, nonché un Paese che si avvicina alla democratizzazione.

L’organizzazione del Mondiale sta facendo emergere, tuttavia, i vari problemi che Doha ha sempre cercato di nascondere: sportwashing, violazioni dei diritti umani, una “falsa” democratizzazione. Su Doha sono ricadute accuse da ogni angolo, da ONG come Amnesty International a marchi sportivi fornitori delle Nazionali di calcio. Accuse che l’emiro al-Thani ha recentemente rigettato, definendole prive di fondamento.

“Dentro e fuori”: il Qatar visto dall’interno e il suo ruolo nel sistema internazionale

Negli ultimi anni, il Qatar ha sicuramente cambiato la propria natura per porsi al centro del teatro mediorientale e avere un ruolo di primo piano nel sistema internazionale. Tutto ciò ha avuto inizio, probabilmente, il 5 gennaio 2021, quando i leader del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) hanno sottoscritto il Documento di al-Ula, ponendo fine a uno scontro politico-diplomatico con il Qatar, sottoposto dal 2018 a un duro embargo.

Il piccolo emirato, da quel momento in poi, ha cercato di cambiare marcia. Classificato da Freedom House come «non libero», nonostante occupi il ventinovesimo posto su 163 nella classifica degli Stati più pacifici del mondo, il Paese, dopo svariati rinvii, ha visto le prime elezioni legislative della sua storia dopo l’approvazione della Costituzione nel 2003. 

Il 2 ottobre 2021 i cittadini qatarioti hanno avuto la possibilità di eleggere trenta dei quarantacinque membri della Shura, l’Assemblea consultiva. I restanti quindici membri, così come normato dalla Costituzione, vengono scelti direttamente dall’emiro, che svolge sia le funzioni del capo di Stato che del capo di governo.

Questa mossa però non ha dato gli effetti sperati: al contrario, queste elezioni sono state sin da subito viste come pura finzione, una mossa fittizia per migliorare la propria immagine agli occhi del mondo, cercando di cambiare la percezione degli altri non solo dal punto di vista esterno, ma anche interno. Difatti, queste elezioni sono state percepite dall’opinione pubblica come “cosmetiche”, non solo a causa dei risultati ottenuti, ma anche dal modo in cui è stato organizzato l’intero processo di votazione. 

Alla base di quest’affermazione ci sono svariati elementi: innanzitutto, i candidati non sono stati divisi in partiti politici, ma su base tribale, per cui il cittadino che si è recato alle urne ha effettuato una scelta sulla base della propria appartenenza tribale, mettendo da parte l’appartenenza nazionale; inoltre, secondo l’articolo 80 della Costituzione, l’elezione come membro della Shura è consentito soltanto ai qatarioti originari, ovverosia i membri delle famiglie stabilitesi nel Paese prima del 1930: questa disposizione è volta a impedire ai cittadini naturalizzati, che sono la maggioranza, di ottenere dei ruoli di primo piano

Il Qatar e il suo ruolo nel sistema internazionale

Come affermato in precedenza, il Qatar non ha soltanto cercato di cambiare dal punto di vista interno, bensì anche esterno. Da sempre sostenitore di alcuni movimenti legati all’Islam politico (l’esempio più lampante è quello dei Fratelli Musulmani, senza tralasciare Hamas), la monarchia degli al-Thani ha iniziato da un anno a questa parte a porsi come un attore primario dell’arena mediorientale, soprattutto per quanto concerne il dialogo con i partner occidentali. 

Un esempio può esser fatto sul ruolo fondamentale che l’emirato ha avuto nella gestione dell’evacuazione dei cittadini afghani, una mossa che è stata apprezzata a Washington tanto da ricevere i complimenti e parole d’elogio da parte del Segretario di Stato americano, Anthony Blinken. Proprio da un incontro tra quest’ultimo e Mohammed bin Abdulrahman al-Thani è nata la decisione di aprire una sezione apposita nell’ambasciata qatariota a Kabul, con il compito di gestire gli interessi statunitensi in Afghanistan.

Pur sostenendo su più fronti un’organizzazione come Hamas, l’entrata di Doha all’interno della questione israelo-palestinese è stata possibile grazie al tentativo di instaurare dei buoni rapporti con lo Stato ebraico. Mossa che ha permesso, tra l’altro, di sostenere in modo consistente la popolazione di Gaza dal punto di vista energetico, martoriata da oltre quindici anni di assedio e dai continui attacchi delle IDF.

Lo scorso 31 gennaio, l’incontro tra al-Thani e il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha significato tanto dal punto di vista storico: l’emiro di Doha è stato il primo leader degli Stati del Golfo a fare visita alla sua controparte statunitense. Un incontro molto forte non solo simbolicamente, ma soprattutto dal punto di vista strategico-militare, data la designazione del Qatar come Major Non-NATO ally, una scelta che avrà sicuramente peso e ripercussioni sugli equilibri della regione mediorientale e sul sistema internazionale.

Lo sport e il Mondiale come strumento di soft power: le accuse di sportwashing 

Allo sport è sempre stata conferita un’importanza politica fondamentale. Basti pensare alle Olimpiadi di Berlino del 1936, quando la Germania di Adolf Hitler costruì una potentissima macchina di propaganda in grado di consegnare un’immagine idilliaca del Paese oltre i confini nazionali. 

Anche in Medio Oriente, specialmente negli ultimi tempi, lo sport è utilizzato come un fortissimo strumento di soft power, che funge da collante per l’identità nazionale e regionale. 

Non è più un segreto il notevole ritorno economico, nonché la creazione di una nuova immagine, che i Paesi orientali stanno ottenendo attraverso l’organizzazione di grandi manifestazioni sportive globali. Tuttavia, i regimi autoritari sono stati spesso accusati di sportwashing, ovvero l’utilizzo dello sport con lo scopo di distogliere gli occhi dell’opinione pubblica dalle numerose violazioni di diritti umani di cui gli Stati stessi sono responsabili.

Ultimo esempio è proprio il Qatar. Nel 2010, infatti, la FIFA ha scelto l’emirato come Paese organizzatore del Campionato mondiale di calcio del 2022. È di pochi giorni fa anche la notizia della scelta di Doha come Paese organizzatore della prossima Coppa d’Asia, competizione alla quale la locale Nazionale di calcio si presenterà da campione in carica. 

La monarchia degli al-Thani ha da sempre adottato una strategia in cui il soft power, e lo sport in particolare, riveste un ruolo di sostanziale importanza. Basti pensare che il business creato dallo sport è uno dei punti della “Vision 2030” del Paese, stilata verso la fine del 2008. 

Sponsorizzando eventi sportivi di portata globale, il Qatar (e non solo) si pone l’obiettivo di promuovere all’esterno un’immagine di nazione moderna, all’avanguardia e piena di risorse. Agendo in questa direzione, ne consegue inoltre una serie di introiti enormi: secondo uno studio del Josoor Institut, lo sport in Qatar rappresenta un giro d’affari dal valore di quasi un miliardo e mezzo di dollari, fornendo anche all’incirca 6.000 posti di lavoro.

La kafala, il mondo del lavoro nel Golfo

Anche questo business attorno allo sport ha un’altra faccia. Se da un lato gli Stati del Golfo fanno uso dello sport e del calcio come mezzi di propaganda e di crescita politico-economica, dall’altro lato numerose organizzazioni internazionali e non governative hanno accusato questi ultimi di sportwashing

Dal momento della designazione da parte del massimo organo calcistico mondiale, su Doha sono caduti ovviamente tutti gli occhi e tutte le attenzioni dell’opinione pubblica, concentrandosi soprattutto sulla tematica dello sfruttamento dei lavoratori migranti nel Paese, alla base del quale troviamo la tanto discussa kafala.

La kafala è il sistema di sponsorizzazione del lavoro straniero nei Paesi GCC (ma anche in Libano e altrove), secondo il quale l’impiegato risulta completamente alla mercé del proprio datore di lavoro: i lavoratori stranieri, soprattutto quelli non specializzati (che hanno assunto un ruolo di primissimo piano data l’enorme mole di lavoro dopo il 2010), restano quelli più svantaggiati

Come esempio concreto si potrebbe citare il rapporto stilato da Amnesty International, secondo il quale l’azienda di costruzioni Mercury Mena avrebbe smesso di pagare un centinaio di dipendenti rovinando, di conseguenza, la vita di altrettante famiglie. 

Altra testimonianza importante è il documentario dell’emittente tedesca WDR, Trapped in Qatar, che riportando una stima elaborata dal governo del Nepal afferma che 1.426 operai nepalesi sono morti in Qatar tra il 2009 ed il 2019. Infine, vanno ricordati gli oltre 6.500 lavoratori morti nella costruzione degli stadi che ospiteranno le gare dell’evento sportivo.

Mondiali: simbolo di vittoria o di sconfitta?

Sulla riuscita del Campionato mondiale ci sono opinioni contrastanti: se è vero che la maggior parte degli addetti ai lavori parla di una “vittoria” per Doha e per l’intera Regione, va certamente sottolineata anche la portata delle proteste degli ultimi giorni. A sostegno della prima tesi, è doveroso sottolineare che l’intera regione gioverà del notevole impulso economico al settore turistico. La previsione è che l’afflusso di 1,2 milioni di visitatori darà all’economia qatariota ben 17 miliardi di dollari statunitensi. 

A giovare del Mondiale non saranno soltanto gli al-Thani: si prevede anche che gli spostamenti dei tanti tifosi da una città all’altra saranno effettuati tramite voli diurni, che porteranno introiti alle compagnie aeree locali, agli hotel e alle tante strutture ricettive. Beneficeranno di questi spostamenti soprattutto le vicine Oman, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. 

Tuttavia, la maggiore competizione calcistica globale ha portato anche numerose proteste e non mancano i tentativi di boicottaggio, anche al di fuori dei confini nazionali. Anche l’Unione europea ha scelto di agire, seppur in maniera simbolica. La Commissione per i diritti umani del Parlamento europeo ha approvato quattro risoluzioni di sensibilizzazione sul tema delle condizioni in cui versano i tanti lavoratori stranieri nel Paese, mentre i suoi membri continuano a evidenziare il problema, come l’eurodeputata dei Verdi Hannah Neumann.

Non solo ONG, attori internazionali e cittadini, anche il marchio sportivo Hummel, fornitore della Nazionale di calcio danese, ha scelto di prendere posizione. L’azienda ha realizzato tre maglie a tinta unita, una rossa, una bianca e una nera, da cui ha scelto di far quasi scomparire il logo e gli altri dettagli. «Non vogliamo essere visibili durante un torneo che è costato la vita a migliaia di persone» ha scritto Hummel sui suoi canali social in occasione del lancio delle nuove divise.

Le numerose proteste hanno certamente portato agli occhi dell’opinione pubblica i tanti problemi che il Qatar affronta e dovrà affrontare in un mese molto caldo. La finale coinciderà con la celebrazione della giornata nazionale per festeggiare l’unificazione del Qatar: come ne usciranno davvero il Paese e la regione mediorientale da questa manifestazione?

 

 

Fonti e approfondimenti

Farjallah, Laure-Maïssa, “2021: le Qatar sur tous les fronts”, L’Orient-Le Jour, 11/10/2021.

Feiler, Gil, & Hayim Zeev, “Understanding Qatar”, Begin-Sadat Center for Strategic Studies, 2017.

McMahon, Méabh, “Chi non guarderà il Mondiale in Qatar”, Euronews, 06/10/2022.

Morsa, Michela, “Mondiali di calcio 2022, la Danimarca scenderà in campo con delle divise pensate per criticare il Qatar: «Questo torneo è costato migliaia di vite»”, Open, 29/09/2022.

Natural Resource Governance Institute. 2021. 2021 Resource Governance Index Qatar.

Proctor, Rebecca Anne, “Why World Cup Qatar 2022 will be a win for the entire Gulf region”, Arab News, 11/10/2022.

Rossetti, Elena, “Il Qatar diventa major non-NATO Ally: il rafforzamento della partnership strategica con gli USA e le ripercussioni sull’area MENA”, Geopolitica.info, 03/06/2022.

 

 

Editing a cura di Niki Figus

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