Il Qatar in cerca di una nuova immagine

I rappresentanti di Stati Uniti e Qatar durante una conferenza stampa congiunta
@Ron Przysucha (U.S. Department of State from United States) - Wikimedia Commons - Public Domain

Secondo il Global Peace Index, il Qatar è il Paese più pacifico del Medio Oriente: a livello globale, occupa il ventinovesimo posto della classifica su centosessantatré. Questo non significa però che sia uno Stato democratico: al contrario, Freedom House lo classifica come “non libero”. Da quando è stato reso noto che avrebbe ospitato la FIFA World Cup 2022, il Qatar si è trovato sotto uno scrupoloso scrutinio internazionale. In particolare, l’attenzione si è concentrata sui diritti dei lavoratori, soprattutto quelli stranieri. Le accuse di sportwashing hanno sollecitato l’urgenza di creare una nuova immagine del Paese da mostrare al mondo, soprattutto all’Occidente. 

Risolta la crisi diplomatica all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) durante il vertice di al-Ula lo scorso 5 gennaio, Doha sta cercando adesso di mostrarsi non più come un piccolo emirato conservatore basato sull’esportazione di gas naturale, bensì come uno Stato moderno e progressista, parte dell’Oriente ma accogliente e funzionale anche per gli standard occidentali, coinvolto nella politica internazionale come mediatore e sulla via della democratizzazione. 

Un (finto) passo verso la democratizzazione: elezioni “cosmetiche”

Dopo diversi anni di rinvii, lo scorso 2 ottobre i cittadini del Qatar sono andati per la prima volta a votare per eleggere trenta dei quarantacinque membri della Shura, un’istituzione simile a un Parlamento. Tra i duecentotrentatré candidati, i vincitori sono stati principalmente ex ufficiali governativi e imprenditori di rilievo. Le candidate donne e i rappresentanti della popolazione più giovane non hanno invece incontrato il favore degli elettori. 

Come stabilito dalla Costituzione, approvata tramite referendum nel 2003, i restanti quindici componenti della Shura sono stati scelti dall’emiro Tamim al-Thani. Tra questi, sono state selezionate due donne. La presenza di membri di sesso femminile all’interno del Consiglio, così come le stesse elezioni, non implicano però un’improvvisa democratizzazione del Paese. Al contrario, sembrano più un processo “cosmetico” per migliorare la propria immagine agli occhi del mondo. Non solo i risultati, ma le stesse modalità con cui è stato organizzato il processo di votazione tradiscono un certo conservatorismo e il perseverare del tribalismo

Infatti, i candidati alle elezioni non sono stati divisi in partiti politici, proibiti nella maggior parte dei Paesi del GCC, ma su base tribale. Ogni distretto elettorale corrispondeva alla zona di origine di un determinato gruppo. In questo modo, i cittadini si sono recati a votare secondo la propria affiliazione tribale, mettendo il senso di appartenenza nazionale in secondo piano. 

L’accento sulle origini ha anche impedito a una parte dei duecentosessantamila cittadini qatarioti di candidarsi. Infatti, secondo l’articolo 80 della Costituzione, possono essere eletti per la Shura solo i qatarioti “originari”, ossia i membri delle famiglie stabilitisi nel Paese prima del 1930 e che hanno ottenuto la cittadinanza entro il 1961, data del secondo Nationality Act. Questa discriminazione, presente anche in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti, ha lo scopo di impedire ai cittadini naturalizzati, che sono la maggioranza, di ottenere ruoli di primo piano; i “nativi” temono infatti di venir relegati a una posizione minoritaria

Un mediatore per i movimenti islamisti, dall’Afghanistan…

A livello internazionale, il Qatar è un importante sostenitore di movimenti legati all’Islam politico, inclusi i Fratelli Musulmani, ma questo non gli impedisce di essere in buoni rapporti anche con i Paesi occidentali. Al contrario, questa posizione è alla base dell’approccio diplomatico di Doha, che dopo l’incontro di al-Ula è tornata sulla scena internazionale presentandosi come una mediatrice imparziale, a metà strada tra l’Oriente e l’Occidente, per la risoluzione delle principali crisi della Regione. Apparentemente, una simile strategia ricorda l’atteggiamento già adottato da Kuwait e Oman, i due principali mediatori del CCG. Doha non si accontenta però di operare dietro le quinte; al contrario, desidera che il mondo intero veda i risultati del proprio operato e pertanto si pone in prima linea. L’intervento in Afghanistan ne è un esempio. 

Quando lo scorso 15 agosto i talebani sono entrati a Kabul ed è iniziata la fuga dei cittadini stranieri e degli afghani a rischio persecuzione, il Qatar ha ricevuto le lodi del segretario di Stato americano, Antony Blinken, per il contributo dato alle operazioni di evacuazione. Nel frattempo, l’emirato si è proposto come mediatore tra i talebani e il resto del mondo, diventando per i primi un interlocutore essenziale per comunicare con la comunità internazionale. Il rapporto privilegiato con la nuova leadership afghana è il risultato di anni di investimenti, sia finanziari che politici: dal 2013 Doha ospita l’ufficio politico dell’organizzazione e ha ospitato i colloqui tra quest’ultima, gli Stati Uniti e l’ex governo di Kabul. 

I risultati a lungo termine dell’operato qatariota presso i talebani sono ancora incerti e in gran parte legati all’influenza dei membri più moderati del governo di Kabul. Tuttavia, l’impegno diplomatico di Doha ha già iniziato a dare i suoi frutti. A partire dal 31 dicembre, il Qatar rappresenterà gli interessi statunitensi in Afghanistan, tramite un’apposita sezione della propria ambasciata a Kabul. Questa decisione è stata presa lo scorso 12 novembre durante un incontro tra Blinken e la controparte qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani, proprio mentre le principali potenze occidentali avevano difficoltà a capire come interfacciarsi con il nuovo governo dei talebani. 

…alla Striscia di Gaza 

Un altro movimento islamista da tempo in contatto con la monarchia degli al-Thani è Hamas, che riceve dal Qatar un supporto sia retorico che finanziario. Allo stesso tempo, Doha ha preso contatto con Tel Aviv a partire dal 2003, pur ribadendo che normalizzerà i rapporti solo quando ci saranno progressi nel processo di creazione di uno Stato palestinese. La creazione di buoni rapporti con entrambe le parti ha permesso all’emirato di entrare nella cornice della questione palestinese con il ruolo di mediatore.

Inoltre, la capacità quasi esclusiva di saper trattare sia con Hamas che con Israele ha permesso al Qatar di sostenere la popolazione civile di Gaza facilitando l’invio di aiuti umanitari e investimenti finanziari. Tra il 2012 e il 2018, l’emirato ha speso oltre un miliardo di dollari in progetti come infrastrutture e impianti per la creazione di energia. La carenza di elettricità e carburanti è un problema molto grave per la popolazione della Striscia, che è costretta a rifornirsi principalmente da Israele.

Sfruttando la propria posizione diplomatica e il proprio know-how nel settore energetico, il Qatar ha quindi preso parte al progetto Gas for Gaza (G4G), inizialmente proposto all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e al governo israeliano dall’Office of the Quartet. Doha donerà sessanta milioni di dollari per la costruzione di una conduttura di gas naturale che, dalla costa di Haifa, arriverà fino alla Striscia. La realizzazione, che dovrebbe essere conclusa nel 2023, è co-finanziata dall’Unione Europea, che ha stanziato venti milioni di euro. 

Un simile progetto, se completato, avrà sicuramente dei risvolti positivi sulla vita quotidiana a Gaza, garantendo maggiori quantità di energia; inoltre, il passaggio al gas naturale implica una transizione verso una fonte più ecologica. Tuttavia, in questo modo la Striscia diventerà ancora più dipendente dallo Stato ebraico per le proprie forniture energetiche.

Il progetto Gas for Gaza sembra contraddire il supporto che il Qatar dichiara di avere per la creazione di uno Stato palestinese: la retorica di una Palestina libera cozza con una Striscia di Gaza quasi completamente dipendente da Israele dal punto di vista energetico. Tuttavia, Doha ne trae un doppio guadagno: un’ulteriore influenza in Palestina e un ritorno d’immagine. L’emirato ha fornito aiuti per una popolazione in difficoltà, ponendosi di nuovo tra l’Oriente e l’Occidente, e questo è ciò che conta. 

 

 

Fonti e approfondimenti 

Aldardari, Sima, “Qatar and Gaza’s Electricity: Mediation, Aid, and Expertise, The Arab Gulf States Institute in Washington, 26/05/2021. 

Farjallah, Laure-Maïssa, “2021: le Qatar sur tous les fronts, L’Orient-Le Jour, 11/10/2021.

Krieg, Andreas, “Qatar’s investment in the Taliban: How much influence does it buy?, Middle East Eye, 17/09/2021.

Marzooq, Adel, “Qatar’s Legislative Elections: A Debate for Citizenship Rights Against Tribal Dominance, Carnegie Endowment for International Peace, 23/09/2021.

Pamuk, Humeyra & Jonathan Landay, “Blinken says Qatar to act as U.S. diplomatic representative in Afghanistan, Reuters, 12/11/2021.

Qarjouli, Asmahan, “Qatar’s amir finalises Shura Council appointments, Doha News, 14/10/2021.

 

 

Editing a cura di Niki Figus 

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