Leggere tra le righe: “Metà di un sole giallo”, la lunga guerra del popolo Igbo in Nigeria

Simone D'Ercole | Instagram: @Side_Book

“Insegnò loro com’era fatta la bandiera del Biafra. Rosso era il sangue dei fratelli assassinati nel Nord; nero era il lutto per la loro morte; verde, il colore della prosperità a venire del Biafra e, infine, la metà di un sole giallo indicava la gloria futura del Paese”.

Nigeria, anni Sessanta. Ugwu, giovane di etnia Igbo, si trasferisce dal suo villaggio nella città di Nsukka per lavorare presso la casa di Odenigbo, un professore di matematica dalla mentalità aperta e rivoluzionaria. Tra i due si stabilisce un rapporto di fiducia e rispetto reciproco. Ugwu e Odenigbo non vivono soli, nelle loro giornate c’è anche Olanna, la compagna di Odenigbo, una donna colta e sognatrice, figlia di una famiglia molto ricca di Lagos. E si intrecciano anche le vite di Kainene, sorella gemella di Olanna, indipendente, pratica e un po’ cinica, e quella di Richard, il compagno di Kainene, un inglese trasferito in Africa per studiare l’arte locale. 

In questa pacifica quotidianità che unisce più voci, qualcosa si rompe. Iniziano a circolare le prime voci di un colpo di stato, di alcune sommosse. Poi nel 1967, quando il Biafra dichiara la propria indipendenza dalla Nigeria, esplode la guerra civile. Le vite dei protagonisti vengono travolte e inghiottite in un vortice di violenze, soprusi, privazioni, morte e orrore, dove ognuno cercherà di mantenere viva la propria umanità.  

“Metà di un sole giallo” di Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice di etnia Igbo, racconta una delle pagine più buie della storia contemporanea africana: la guerra civile in Biafra, scoppiata dopo soli 7 anni dall’indipendenza della Nigeria e durante la quale morirono più di 3 milioni di persone.

L’indipendenza della Nigeria e la guerra del Biafra

La Nigeria ottenne la piena indipendenza dall’Inghilterra il 1 ottobre 1960. Il nuovo Stato era organizzato in una federazione di tre regioni che mantenevano un margine di autogoverno e dove ognuna aveva uno o due gruppi etnici dominanti: gli Hausa-Fulani a nord, gli Yoruba a ovest e gli Igbo a est. Pochi anni dopo, nel 1966, due colpi di stato consecutivi portarono il Paese sotto il controllo delle forze militari. 

Il secondo colpo di stato fu portato avanti dal generale Johnson Aguiyi-Ironsi, che guidò la parte di esercito nigeriano di etnia Igbo per prendere il potere, usando come pretesto i presunti brogli elettorali delle elezioni avvenute lo stesso anno. Il risultato delle elezioni aveva favorito le regioni del Nord della Nigeria, a discapito di quelle del Sud, ricche di giacimenti di petrolio e gas. In realtà, come spesso accade nelle guerre che vengono definite “etniche”, è il controllo delle risorse – giacimenti di petrolio e gas naturale in questo caso – a innescare il conflitto.

Dopo un tentato contro-golpe da parte dell’esercito delle regioni del Nord, che portò alla completa esclusione dalla vita politica della popolazione Igbo del Biafra, il 30 maggio 1967 questi ultimi dichiararono la loro indipendenza, proclamando la Repubblica del Biafra, con a capo il colonnello Odunegwu Ojukwu. Sebbene all’inizio ci fu una timida azione diplomatica, la risposta del governo fu quella di invadere con l’esercito l’enclave secessionista. Fu l’inizio della guerra civile, conosciuta anche come guerra del Biafra.

Per quattro anni, fino al 1970, la popolazione Igbo tentò di portare a termine la secessione scontrandosi con l’esercito nigeriano. Il governo nigeriano ostacolò le azioni degli Igbo con ogni mezzo: impose un blocco economico navale, terrestre e aereo. Il Biafra venne così completamente escluso dalla federazione nigeriana senza poter accedere né ai proventi delle estrazioni petrolifere della propria regione né a qualsiasi tipo di approvvigionamento o di servizi di prima necessità. Il protrarsi del blocco portò a un disastro umanitario di proporzioni storiche, con 3 milioni di morti per fame fra i civili Igbo. Le immagini dei bambini gravemente denutriti fecero il giro del mondo e i leader biafrani iniziarono a chiedere aiuto ai Paesi stranieri nel tentativo di porre fine a quello che definirono “un autentico genocidio”. 

L’esercito igbo, stremato dalla malnutrizione e dalle continue violenze, non riuscì a contrastare l’avanzata nigeriana. Il conflitto finì il 13 gennaio 1970, quando cadde anche l’ultima città del Biafra, Amichi.

La popolazione Igbo oggi

La Repubblica del Biafra ebbe così vita breve. Il Biafra oggi non esiste più, dopo la fine della guerra fu cancellato dalle mappe politiche e tuttora è diviso in nove Stati federali (Enugu, Ebonyi, Cross Rivers, Abia, Anambra, Imo, Rivers, Beyelsa, Akwa e Ibom). Le conseguenze continuano a pagarle gli Igbo, che sono diventati una delle popolazioni più povere della Nigeria e proprio da queste regioni oggi partono migliaia di migranti nigeriani verso l’Europa in cerca di salvezza.

Negli anni Settanta, dopo il conflitto, non cessarono le discriminazioni da parte dei vincitori contro gli Igbo, identificati ormai come “ribelli” e “secessionisti”. Il governo attuò delle misure restrittive, limitando ad esempio l’accesso ai conti correnti e restringendo l’ingresso alle cariche governative e militari. Alle discriminazioni e agli atti di violenza si aggiunsero le azioni di sfruttamento delle compagnie petrolifere nella regione del Delta del Niger, che continuarono a martoriare un territorio già segnato da anni di guerra, carestia, malnutrizione e privazioni.

Ma anche se in condizioni di povertà e miseria e vessato da sfruttamenti e ingiustizie, il popolo Igbo tutt’oggi non rinuncia al proprio sogno di indipendenza

La causa del Biafra indipendente è stata portata avanti recentemente da più gruppi politici, come il Massob (Movement for the actualization of the sovereign State of Biafra), fondato nel 1999, e l’Ipob (Indigenous people of Biafra), nato nel 2012. Entrambi i gruppi, e altri gruppi minori pro-Biafra, volevano portare avanti una politica non violenta a sostegno della loro causa e indire un referendum. Organizzarono proteste e manifestazioni, che molto spesso però furono teatro di scontri con la polizia. Inizialmente i raduni dell’Ipob erano consentiti dalle autorità, ma da settembre 2015 in poi l’Ipob è stata dichiarata una minaccia alla sicurezza della Nigeria, anche se le proteste erano prevalentemente non violente. Nel 2017, il governo ha dichiarato l’Ipob un’organizzazione terroristica. 

Le violenze e le ritorsioni verso gli Igbo, e in particolar modo verso i separatisti, sono state più volte segnalate da organizzazioni umanitarie sia internazionali sia locali, come la Commissione nigeriana per i diritti umani, ma sembrano servire a poco. Un rapporto di Amnesty International di agosto 2021 riporta più di 115 uccisioni dei membri dell’Ipob da parte dell’esercito nigeriano in soli quattro mesi.

La situazione resta quindi ancora estremamente precaria e i militanti separatisti sono soggetti sempre più vulnerabili, minacciati da trattamenti inumani e degradanti.

 

Fonti e approfondimenti

D’Amaro, Armando, ”Nigeria. Etnie, petrolio, guerre: il conflitto del Biafra (1966-1970)”, Lo Spiegone, 11/07/2018.

Egwu, Patrick, “Biafran Independence Activists Have New Life 50 Years On”, Foreign Policy, 11/06/2020.

Milani, Kathryn. 2006, “Inventory of Conflict and Environment, Darfur”. ICE Case Studies.

Natali, Giacomo, “50 anni dopo, cosa resta del Biafra?”, Treccani Magazine, 04/02/2020.

Nwaubani, Adaobi, Tricia,Remembering Nigeria’s Biafra war that many prefer to forget”, 15/01/2020.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

Copertina a cura di Simone D’Ercole

 

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