Il futuro di Haiti: un’impasse che nessuno sembra poter sciogliere

Haiti_Weekend_045_(8070548415)
@StefanKrasowski - Wikimedia commons - CC BY 2.0

Ricerca del potere, corruzione, rapimenti e omicidi, il tutto esacerbato dai costanti eventi catastrofici che si accaniscono sul territorio e dalla pandemia di Covid-19. Non sembra esserci altro modo per descrivere l’attuale situazione di Haiti se non attraverso le parole di Frantz Duval, redattore di uno tra i più antichi giornali del Paese, “Le Nouvelliste”, che descrive questo momento di Haiti come quello di «uno Stato che si decompone sotto i nostri occhi».

La seconda più antica repubblica del Continente americano continua a vivere in uno stato di  emergenza e, al momento, nessuno sembra in grado di prendere le redini della situazione. Con una classe politica inesistente, una forza militare ridotta all’osso e gli influenti attori internazionali incapaci (o non desiderosi) di agire in maniera determinante, il Paese è allo sbando. Ad approfittare di questa situazione sono le bande criminali che imperversano nelle baraccopoli di Port-au-Prince: contrattano e si alleano con i politici di turno, organizzano scioperi che destabilizzano l’economia del Paese e sono libere di manifestare la propria forza quando la classe politica tenta di rendersi indipendente da loro. 

Per capire l’attuale situazione di caos che persiste ad Haiti è necessario chiarire chi sono gli attori determinanti, ovvero l’esercito, la classe politica locale, le bande criminali, gli attori-spettatori internazionali e vedere come queste forze hanno interagito tra loro. 

Haiti oggi: un Paese senza esercito e senza classe politica

Haiti in questo momento non ha, in pratica, né un esercito né una classe politica. Il primo è stato smantellato nel 1995 per decisione dell’Assemblea nazionale, che al suo posto ha creato una nuova forza di difesa con meno autonomia. La decisione venne presa dopo che l’apparato militare aveva, più volte nella storia del Paese, organizzato colpi di stato contro diversi governi eletti, in alcuni casi riuscendo nell’intento.

Anche la classe politica, seppur presente, è temporaneamente priva di alcun potere. L’ultimo presidente eletto, Jovenel Moïse, è stato ucciso il 7 luglio 2021 durante un blitz militare. Le indagini puntano su un gruppo di mercenari colombiani, ma sono ancora sconosciuti i mandanti. 

Durante il suo mandato, Moïse aveva ritardato le nuove elezioni per poter rimanere in carica e cambiare la Costituzione. Per questo motivo, e per le accuse di corruzione a suo carico (tra cui quelle inerenti al caso PetroCaribe), l’ultimo periodo della sua presidenza era stato molto contestato. Quando morì, era ancora presidente per decreto, mentre le forze legislative non avevano più potere in quanto era scaduto il loro mandato. Per prendere il suo posto si propose, poco dopo la sua morte, Claude Joseph. Ex Primo ministro (ancora in carica) del presidente, si riteneva la figura più adatta per portare il Paese di nuovo alle elezioni.

Dopo nemmeno due settimane dalla sua nomina, però, gli venne chiesto di farsi da parte per dare spazio ad Ariel Henry. A decidere questo cambio, secondo quanto accusato dallo stesso Joseph, sarebbe stato il Core Group, un gruppo di rappresentanti di diverse nazioni occidentali e di alcune organizzazioni internazionali interessate ad Haiti.  Due giorni prima della morte di Moïse, infatti, Henry aveva preso il posto di Joseph, senza però ufficializzare la sua nomina dato che, lo stesso Moïse, venne ucciso 48 ore dopo.

Haiti oggi: il terremoto e la problematica distribuzione degli aiuti umanitari

Henry, guidato dal Core Group, prese quindi le redini del governo. Il suo compito, oltre a gestire la situazione d’emergenza ad Haiti, sarebbe stato quello di portare il Paese a elezioni, congelate per la volontà del presidente Moïse di allungare il suo mandato. Nemmeno un mese dopo, il 14 agosto, Haiti è stata colpita da una scossa di magnitudo 7.2. Aiuti internazionali per supportare la popolazione in difficoltà hanno ricominciato a tornare nel Paese. Come nel 2010, quando la scossa di magnitudo 7.0 uccise circa 200.000 haitiani.

La distribuzione degli aiuti, però, non è andata come si sperava. Le aree vicine al porto di Port-au-Prince e molte zone periferiche della capitale sono infatti in mano a delle bande di criminali proliferate nel corso degli ultimi decenni. Sono loro, scrive “InSightCrime”, a decidere come e quando distribuire gli aiuti.

Lo possono fare perché hanno in mano i trasporti, controllano con il loro potere militare le baraccopoli della città e, se vogliono, sono in grado di paralizzare il Paese. In questa situazione delicata, e con la morte del loro vecchio interlocutore politico, hanno necessità di tornare in mostra per dimostrare la loro forza. 

Le gang di Haiti

Senza una classe dirigente capace di contrastarle, sin dagli anni della dittatura di Duvalier, le bande hanno iniziato a proliferare. Il loro potere deriva da una profonda mancanza di fiducia della classe politica nei confronti del proprio esercito (al punto che lo stesso è stato smantellato nel 1995). Da allora esiste solo la Polizia nazionale haitiana, aiutata dalle forze di pace dell’ONU, a controllare il Paese. Nel mentre, però, già dai tempi di Duvalier era diventato uso comune dei presidenti ingaggiare dei gruppi armati al soldo degli stessi per mantenere la pace e il controllo della popolazione. 

Questi gruppi di uomini armati, nel corso degli anni, hanno acquisito sempre più forza, fino al punto di diventare delle vere e proprie entità indipendenti dal governante di turno. Sono guidate da ex militari e mercenari, pronti a tutto pur di ottenere finanziamenti, considerazione e potere.

Il rapporto tra gang e politica: il caso emblematico di Chérizier

Dopo “l’esempio” di Duvalier, il primo capace di governare per quattordici anni ininterrotti senza avere “disturbi” da parte dell’esercito, tanti suoi successori hanno di fatto seguito il suo metodo. E lo stesso è valso anche per l’ex Moïse, la cui presidenza era voluta e sostenuta dal Core Group. Tra queste bande di mercenari, oggi spicca in maniera particolare la “G9 an fanmi” (G9 e famiglia), alleanza di diverse gang sotto un’unica guida, quella dell’ex agente di polizia Jimmy Chérizier.

Chérizier, conosciuto anche con il nome di Barbecue, non è solo un potente capo della più forte alleanza di gang ad Haiti, ma è soprattutto uno stratega, un uomo capace di contrattare i propri servizi con la classe politica haitiana. Di fatto, è lui uno dei governanti di Haiti, un uomo con cui le istituzioni devono fare i conti. E non è un caso se già Moïse, durante il suo mandato, aveva stipulato degli accordi con Barbecue. Così come non è un caso se, con la morte di Moïse, si sono rotti i rapporti di collaborazione tra la G9 e il governo. 

L’impasse haitiana

Henry, il nuovo rappresentante dell’esecutivo voluto dal Core Group, invece di continuare sulla strada dei suoi predecessori, ha puntato a seguire i consigli di chi lo ha voluto al governo, che spingono affinché queste bande vengano combattute e smantellate. Da questa decisione è quindi derivato che, in assenza di fondi e controlli, le bande trovassero nuove fonti di finanziamento attraverso i rapimenti. Per dimostrare la loro forza, e poter tornare a contrattare con il governo, hanno quindi indetto diversi scioperi e sono scese per le strade organizzando scontri armati con la polizia.

In accordo con gli ultimi governanti, si è tentato più volte di finanziare con mezzi e risorse la Polizia nazionale, l’unica forza militare (insieme ai caschi blu) presente nel Paese in grado di contrastare le bande di criminali. 

Un futuro incerto

«Bisogna smantellare queste bande» continuano a ripetere dagli Stati Uniti. Eppure, già dai tempi di Duvalier, sembra piuttosto che, attraverso il proprio sostegno agli stessi presidenti che queste bande le finanziano, il Core Group e gli stessi USA facciano il contrario. 

La Polizia nazionale e le forze delle Nazioni unite cercano una difficile vittoria sul campo, senza però aprire un vero e proprio conflitto armato tra le strade della capitale. Nel frattempo, i loro mandanti cercano accordi di collaborazione. “Purtroppo” per Haiti, il suo terreno non è ricco di risorse minerarie, altrimenti la risposta sarebbe stata molto più semplice. L’unico motivo per cui un’amministrazione statunitense potrebbe decidere un intervento ad Haiti sarebbe nel caso in cui la situazione dovesse precipitare e non si riuscisse a trovare un accordo per tornare al voto. 

A giocare un ruolo fondamentale per l’opinione pubblica potrebbe essere l’emigrazione dal Paese. Nonostante i continui rimpatri già organizzati, infatti, anche per gli USA l’immigrazione di massa si sta trasformando in un problema su cui, in futuro, si potrebbe far leva per ragionare sull’apertura di una nuovo intervento militare. 

Di fronte a questa impasse, sembra quasi impossibile trovare una soluzione. Ricostruire la fiducia tra i poteri costitutivi della Nazione potrebbe essere un primo passo, essenziale, da attuare prima che Haiti diventi uno Stato senza controllo, uno Stato che si disintegra sotto i nostri occhi.

 

 

 

Fonti e approfondimenti

Frantz Duval, “Voir mourir un pays…, Le Nouvelliste, 20 ottobre 2021.

Frantz Duval, “Haïti: pouvoir, opposition et gang, un cocktail dévastateur”, Le Nouvelliste, 11 aprile 2021.

Frantz Duval, “Haïti s’applique un programme de déstructuration structurelle”, Le Nouvelliste, 5 novembre 2021.

Sergio Saffon, “3 Reasons Why Kidnappings are Rising in Haiti”, InSightCrime, 22 ottobre 2021.

Douwe Den Held, Chris Dalby, “Truce or No Truce: Gangs in Haiti Control Aid Movement”, InSightCrime, 31 agosto 2021.

Catherine Porter, “Haiti, Urged by Foreign Powers, Announces New Government”, The New York Times, 19 luglio 2021.

Sam Bojarski, Leonardo March, J.O. Haselhoef, “Haitians, mixed about outside help, debate toll of crises over scars of foreign intervention”, The Haitian Times, 8 novembre 2021.

Alberto Arce, Rodrigo Abd, “In Haiti, the difficult relation of gangs and business”, Associated Press, 27 ottobre 2021.

 

 

 

Editing a cura di Beatrice Cupitò

Be the first to comment on "Il futuro di Haiti: un’impasse che nessuno sembra poter sciogliere"

Rispondi

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: