Haiti, lo scandalo PetroCaribe: fondi scomparsi in un sistema corrotto

PetroCaribe
Manifestazioni di protesta dell'agosto 2018 in merito allo scandalo PetroCaribe

Haiti è uno dei Paesi più poveri del mondo e la causa di tale povertà è soprattutto la corruzione dilagante nell’apparato pubblico. Lo afferma la Banca Mondiale, lo denunciano Ong e movimenti sociali e lo sta confermando ogni giorno di più anche la Corte dei conti haitiana. Al momento, però, non è possibile fornire un quadro reale della portata e degli effetti della corruzione. Da un paio d’anni a questa parte, la Corte dei conti sta investigando sulla sparizione dei fondi legati all’accordo stretto con il Venezuela nell’ambito del progetto PetroCaribe.

Ora nuove rivelazioni permettono di conoscere meglio la reale portata della frode, anche se è poco chiaro chi siano i mandanti. I cittadini chiedono giustizia e da due anni scendono in piazza accusando l’attuale presidente Jovenel Moïse di essere uno dei responsabili. Nonostante anche lui sia finito sul tavolo degli imputati, questa storia ha origini ben più longeve del suo mandato.

Il fondo PetroCaribe

PetroCaribe è il nome dell’alleanza basata sulla compravendita dei prodotti petroliferi avviata nel 2005 per iniziativa del Venezuela di Hugo Chávez. Ben prima del collasso economico del Paese sudamericano, intorno alla fine degli anni ‘10, la produzione di greggio del Paese era tra le più alte al mondo (sui 2,5 milioni di barili al giorno), grazie a quella che tutt’oggi rimane la più vasta riserva petrolifera globale sotto il controllo di un solo Stato.

Nonostante questa grande ricchezza, il Venezuela si trovava in una situazione in cui aveva tante risorse ma pochi compratori. Motivo per cui il presidente Chávez decise di provare a livellare questo divario prestando petrolio invece che denaro ad almeno 17 Paesi dell’area caraibica, tra cui Haiti. Un modo per far ripartire un mercato stagnante a causa delle posizioni geopolitiche del Venezuelaassicurandosi che clienti terzi acquistassero i ricavati prodotti in altri Paesi e fabbricati grazie all’utilizzo del petrolio venezuelano, ma soprattutto un modo per agevolare l’ampliamento dell’influenza venezuelana nel continente

Grazie alle enormi riserve, infatti, Chávez poteva assicurare grandi prestiti petroliferi a interessi minimi che permettessero a chi ne beneficiava di investire le risorse derivanti dalla vendita nella costruzione di opere economicamente strategiche. In tal modo i Paesi caraibici avrebbero potuto usufruire di aiuti economici per dare una scossa a un’economia altrimenti stagnante. Un progetto che, anche grazie al prezzo record del petrolio nei primi anni in cui venne adottato il programma (si parla del periodo tra il 2005 e il 2008), ebbe subito un enorme successo. Ciò permise a Stati come la Repubblica Dominicana di sfruttare le nuove entrate per migliorare e costruire nuove e ingenti infrastrutture. 

Così come fu per la Repubblica Dominicana, fu anche per molte altre nazioni caraibiche. Per molti Paesi dell’area caraibica questo programma si rivelò come un vero salvagente, ma non per Haiti. Nonostante anche la più antica repubblica del subcontinente avesse aderito al progetto, infatti, per tanti anni ad Haiti non si videro i risultati di questi prestiti. Oggi, a tredici anni dall’inizio del programma, si comincia a capire il perché.

Lo scandalo

Haiti entrò nel progetto PetroCaribe promosso dal Venezuela il 15 maggio 2006, grazie a un accordo tra il presidente venezuelano Chávez e l’omologo haitiano René Préval. Dopo soli quattro anni il governo aveva dichiarato di aver raccolto abbastanza fondi per sostenere una buona parte della ripresa del Paese, appena devastato da un terremoto che uccise più di 200mila persone. Nonostante Haiti si trovasse in ginocchio, quindi, si pensò con un certo ottimismo che grazie a quei fondi, insieme agli aiuti internazionali, si sarebbe potuto sperare in una ricrescita. 

Quello che accadde, invece, fu che passarono gli anni ma il divario tra ciò che era stato annunciato e ciò che venne effettivamente realizzato si ampliava sempre di più. Si arrivò così al 2016, quando un popolo sempre più scontento dell’operato governativo cominciò a chiedersi dov’erano finiti i soldi del fondo PetroCaribe; e perché l’annunciata rinascita di Haiti si fosse trasformata in un ristagno. Il governo rispose affermando di essere riuscito a raccogliere ben 4 miliardi di dollari, avviando progetti di sviluppo in tutto il Paese, ma ancora per almeno due anni non si videro dei risultati concreti. 

Nell‘ottobre del 2017 una commissione del Senato pubblicò i risultati di un’investigazione in merito alla gestione del fondi ottenuti attraverso il patto PetroCaribe. Ne uscì un primo report, da cui risultarono numerose evidenze di corruzione nell’uso dei fondi in tutti i governi che si erano succeduti in quel periodo. Si parlava di somme errate, tassi di cambio modificati e gare d’appalto truccate. Si era aperto un vaso di Pandora: Wilson Laleau e Yves Germain Joseph, i due più importanti ufficiali implicati negli affari del programma PetroCaribe vennero licenziati e si cominciarono ad ascoltare ex presidenti, ministri e importanti uomini d’affari dell’isola. Nell’occhio del ciclone finì in particolar modo Laurent Lamothe, primo ministro in carica dal 2012 al 2014, ma insieme a lui si cominciarono a indagare (e a sospettare) tutti gli appartenenti alle alte sfere politiche, tra cui anche l’attuale presidente Moïse.

Le proteste

Mentre si portavano avanti le indagini, la reazione dei cittadini haitiani non destò particolare preoccupazione. Almeno fino all’estate del 2018, infatti, nonostante si cominciasse a percepire la portata dello scandalo, non furono indette grandi manifestazioni di protesta. Poi, però, arrivò il giorno in cui il governo propose di alzare le tasse sul carburante per rimediare a un’inflazione in crescita libera. Eppure, si cominciarono a chiedere gli abitanti, questo carburante dovrebbe venire dal Venezuela a prezzi agevolati, perché lo paghiamo così tanto? E poi, dove sono finiti i soldi del programma PetroCaribe? Ecco che i fondi mancanti divennero in breve tempo uno scandalo politico e le strade di Port-au-Prince, la capitale di Haiti, iniziarono a riempirsi di cittadini. Pretendevano le dimissioni di tutta l’attuale classe politica, compreso il presidente Jovenel Moïse, accusato di essere uno dei responsabili. 

Iniziò così quella che gli organizzatori definirono una “lunga marcia”, che si tende a far iniziare il 17 ottobre del 2018, giorno in cui iniziarono i primi scontri legati allo scandalo PetroCaribe. Circa un milione di persone si riversò nelle piazze e minacce di morte vennero rivolte ai governanti corrotti che avevano speculato sulla pelle degli haitiani. Così che, per salvare la presidenza, Moïse cominciò a operare le prime purghe, basandosi sui nomi che riportava la commissione del Senato. Dopo gli insider, quindi, toccò anche agli outsider. Si cominciò ad andare a ritroso, fino a che non venne chiamato sul tavolo degli imputati Laurent Lamothe, ex primo ministro dal 2012 al 2014. 

Il report

Nel frattempo il Senato si mosse chiedendo alla Corte dei conti haitiana di procedere con le investigazioni sul caso della gestione dei fondi. Ne uscirono tre report, di cui il primo venne pubblicato a gennaio 2019 mentre l’ultimo ha visto la luce il 12 agosto 2020. Proprio in questo terzo rapporto, da più di mille pagine, si inizia a fare chiarezza su quanto avvenuto, ammettendo però anche le numerose zone d’ombra. Le accuse continuano a essere molto vaghe, ma almeno i numeri sembrano essere sempre più chiari. Così si è potuto dichiarare che dal 2008 al 2016 sono spariti dalle casse statali almeno 2 miliardi di dollari provenienti dal fondo PetroCaribe. 

Secondo quanto riportato dalla Corte, tutte le amministrazioni che negli otto anni hanno governato Haiti, hanno speso 2 miliardi in progetti finanziati senza alcun criterio di trasparenza. Un primo risultato che, però, al momento non può essere suffragato da altre rivelazioni.

Lo spiega la stessa Corte nel testo del terzo rapporto: nonostante il desiderio di effettuare una revisione completa sulla gestione di tutti i progetti finanziati dal fondo PetroCaribe, su alcuni di questi non è stato possibile applicare il seguente approccio a causa della mancata disposizione di tutta la documentazione di supporto pertinente”. Non è stato possibile, quindi, fornire maggiori prove per perseguire qualcuno dei politici o degli imprenditori già indagati. Nonostante si conosca la portata dello scandalo, infatti, la realtà è che ancora non si riesce a scavare abbastanza a fondo da trovare i responsabili.

In seguito all’ultimo report, l’Azione contro la corruzione e l’impunità (ACCI) ha chiesto la mobilitazione di tutte le forze progressiste nel Paese al fine di esercitare pressioni sul sistema in atto. Ha sollecitato la Commissione rimasta al Senato a prendere tutte le misure per trasmettere il rapporto alla giustizia haitiana e avviare, finalmente, il processo contro i responsabili della frode che ha pesato sulle spalle di tutto il popolo haitiano.

 

Fondi e approfondimenti

PetroCaribe scandal: Haiti court accuses officials of mismanaging $2 bln in aidFrance 24, 18/08/2020

Catherine Charlemagne, The PetroCaribe Scandal and its Historical Precedents, Haiti Liberté, 14/11/2018

Ciara Nuget, Why a Venezuelan Oil Program Is Fueling Massive Street Protests in HaitiTime, 24/06/2019

Sandrine Gangé-Acoulon, Watchdog: Haitian Gov Mishandled Development SchemeOCCRP, 21/09/2020

Francesca Rongaroli, Ad Haiti cresce la protesta: non è rimasto più niente da perdereLo Spiegone, 07/12/2018

Antilla Fürst, Fallire nell’aiuto: Haiti a dieci anni dal terremotoLo Spiegone, 12/01/2020

Francesca Rongaroli, L’Altra America: VenezuelaLo Spiegone, 24/01/2019

Be the first to comment on "Haiti, lo scandalo PetroCaribe: fondi scomparsi in un sistema corrotto"

Rispondi

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: