Fallire nell’aiuto: Haiti a dieci anni dal terremoto

Il 12 gennaio di dieci anni fa un terremoto di magnitudo 7,0 Mw colpiva lo Stato di Haiti. Le vittime furono circa 230 000 e oltre 4 milioni subirono danni, su una popolazione totale di neanche 10 milioni. Vi sono stati gravissimi danni materiali e i fondi necessari per la ricostruzione superavano di gran lunga le capacità economiche della nazione.
Tuttavia, lo Stato caraibico presentava già condizioni critiche prima della tragedia, e nonostante il forte coinvolgimento internazionale all’indomani del sisma, oggi la situazione non è migliorata. Per capirne il motivo, bisogna focalizzarsi sulle tendenze storiche del Paese, nonché sulla gestione degli aiuti pervenuti dopo il terremoto.

Antecedenti storici

Haiti nacque dalla colonia francese di Saint-Domingue, che con le sue prospere piantagioni di canna da zucchero e di cacao era il territorio più ricco delle Americhe, una ricchezza indirizzata però all’estero e ai pochi bianchi proprietari di schiavi. Inoltre, fu il primo Stato della regione a ottenere l’indipendenza nel 1804. Da allora, il Paese ha vissuto una vita politica autoritaria e segnata dalla corruzione, subendo molteplici interventi militari statunitensi e impiegando oltre un secolo per ripagare riparazioni salatissime alla Francia. Inoltre i disastri naturali hanno colpito Haiti più delle altre Antille.

Tutti questi fenomeni hanno relegato gli haitiani a un processo di crescita ripetutamente amputato, senza occasioni di concentrare le proprie risorse nell’industrializzazione, nell’educazione e nella democratizzazione. Alla luce di questi fatti, le parole sottosviluppo e corruzione sono ormai all’ordine del giorno e quel territorio, un tempo tanto ricco, è diventato il Paese più povero delle Americhe nonché dell’emisfero occidentale.

Il terremoto

Le conseguenze di quanto accaduto dieci anni fa ha chiarito, come mai prima di allora, la precarietà del Paese, nonché i suoi problemi strutturali e sociali, aggravandoli. La mancanza di pianificazioni urbane, di infrastrutture e abitazioni con requisiti minimi e antisismici – prima del 2010 l’ultimo sisma forte risaliva al Settecento -, una numerosa popolazione costiera e un alto numero di persone dipendenti dalle attività agricole hanno sicuramente amplificato gli effetti del terremoto. Quest’ultimo non è quindi da solo responsabile del terribile bilancio che lo ha succeduto, né degli indici tragici che presenta oggi Haiti.

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Gli effetti del terremoto su un quartiere povero di Port-au-Prince, Fonte: Wikimedia Commons

Il coinvolgimento internazionale

All’indomani di quel 12 gennaio, vi fu grande empatia da parte del resto del mondo: tutti volevano aiutare in qualche modo, in primis gli organismi internazionali. Cifre esorbitanti furono promesse e raccolte in diversi Paesi, e i creditori internazionali cancellarono il debito haitiano. La risposta immediata fu spettacolare.
Purtroppo, le illusioni di ricostruire Haiti su basi nuove e più solide sono presto svanite. Il problema è risieduto nell’esecuzione dei progetti e nella distribuzione dei fondi, alle volte disastrosa e fraudolenta. Delle decine di miliardi di dollari stanziati, solo una piccolissima parte è stata effettivamente impiegata localmente, e alcune organizzazioni internazionali e non governative ne hanno usufruito in modo piuttosto controverso.

Molte promesse di donazioni sono state rinnegate e molti altri fondi hanno finito col beneficiare imprenditori stranieri. In sintesi, la ricostruzione non è arrivata e il Paese si ritrova in uno stato di crisi multidimensionale ed endemica.

Lo stallo della ricostruzione

Gran parte dei milioni di dollari teoricamente destinati alla costruzione di abitazioni per gli oltre 1,5 milioni di sfollati sono spariti in progetti ambigui, molti cantieri sono stati abbandonati o provvisti di materiali di bassa qualità. Tutto ciò in un contesto in cui la condizione economica media è tale che, per la maggior parte delle persone, comprarsi una casa è il risultato di una vita intera. Vederla in macerie è la certezza di non potersene permettere un’altra.

Un esempio eclatante della cattiva gestione dei fondi è il progetto Zorange, finanziato dalla fondazione Clinton. Questo prevedeva la costruzione di 3000 abitazioni nella capitale, per un valore complessivo di 44 milioni di dollari. Ma, questi edifici, sono stati piazzati troppo lontani dai servizi e dal centro, e messi sul mercato a dei prezzi troppo alti per i locali. Il risultato è che, ad oggi, gli immobili rimangono inabitati.

Lo stato delle strutture sanitarie era critico già da prima del terremoto, ma quest’ultimo le ha danneggiate ulteriormente. Grandi fondi, perciò, sono stati stanziati per la loro ricostruzione. Ma il deficit di personale adatto a farli funzionare li ha resi inoperanti, e ciononostante ne sono stati comunque costruiti degli altri.

Inoltre, ci sono voluti sette anni per riaprire il maggiore ospedale del Paese.

Le Nazioni Unite

Alla cattiva gestione degli aiuti si sono aggiunte le epidemie, soprattutto quella del colera, che è stata accidentalmente introdotta poco dopo il terremoto dai Caschi Blu dell’ONU.

Nonostante il ruolo positivo dell’organizzazione negli anni per la stabilizzazione del Paese, le sue missioni all’indomani del terremoto sono state altamente criticate.

Allo scandalo del colera si sono aggiunte accuse di violenze su minori, di tempistiche lente e di spese eccessive, di assenza di coordinamento e di scavalcamento del potere di governo. Inoltre, il presunto mantenimento della pace è scemato con la mancanza di stabilità alla vigilia del ritiro delle forze nel 2018.

Ma le Nazioni Unite non sono l’unica organizzazione rinomata ad aver macchiato la propria reputazione sull’isola. La Croce Rossa statunitense, con un successo inedito, ha raccolto oltre mezzo miliardo di dollari di donazioni per Haiti. Eppure, tra progetti gestiti male, spese discutibili e ambigue pretese di successo, le costruzioni annunciate non sono mai arrivate. È difficile sapere dove siano finiti i soldi, a parte gli oltre 125 milioni destinati alle spese interne dell’organizzazione.

Il braccio di ferro tra aiuti esteri e governo locale

Le critiche alla gestione degli aiuti umanitari, a parte essersi indirizzate sui suddetti scandali, hanno sottolineato la creazione di una dipendenza locale alla prassi dell’aiuto.

In altre parole, scavalcando il governo, molti dipendenti di organismi umanitari hanno ricoperto incarichi che avrebbero dovute essere svolti da funzionari governativi. In questo modo, sono stati ulteriormente indeboliti i meccanismi di governance locali.

Questo ha causato un circolo vizioso, dal momento che la non capacità del Paese nel gestire il proprio sviluppo è responsabile della decrescita degli aiuti esterni.

Ma l’inazione del governo è anche dovuta a problemi propri viste le ricorrenti crisi. Da questo mese, col termine dei mandati dei deputati e di molti senatori, e vista la cancellazione delle elezioni legislative programmate per ottobre scorso, non vi sarà più un parlamento.

Per di più, in mezzo al caos politico, da ben due anni il governo non riesce a far passare il budget statale. Di conseguenza, lo Stato non può ricevere prestiti internazionali, né operare normalmente.

Le attuali manifestazioni

Il quadro disastroso che ha attraversato Haiti è peggiorato dall’estate del 2018 a questa parte. Lontano dai riflettori internazionali, da allora il Paese vive in un costante stato di protesta. Al centro delle rivendicazioni spicca la vicenda dei milioni prestati dal Venezuela nell’ottica dell’alleanza PetroCaribe e non rinvenuti, in cui la Corte dei Conti ha da poco dimostrato il coinvolgimento dell’attuale presidente Moise. Questo scandalo ha dato alla comunità internazionale un’ennesima prova dell’inconsistenza dei dirigenti haitiani.

I manifestanti esigono dunque la rinuncia del governo e, da ottobre scorso, è in atto un blocco nazionale con scuole, negozi e strade chiusi per giorni se non settimane.

Questa situazione altro non ha fatto che dare un’ulteriore battuta d’arresto agli aiuti esteri, che sono allo stesso tempo considerati da chi protesta responsabili della crisi economica interna nonché degli alti livelli di corruzione. Gli haitiani vogliono perciò che gli interventi esteri cessino: non accettano la carenza di servizi, sulla base dei milioni di dollari ricevuti.

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Una foto delle proteste a Port-au-Prince nel 2018, Fonte: Facebook

Se 10 anni fa la terra tremava e il disastro era naturale, oggi è in atto un altro tipo disastro, questa volta indotto dall’uomo.

Prospettive positive?

Tra le macerie, la povertà e le proteste, la speranza si fa strada negli organi giudiziari che hanno lavorato al caso PetroCaribe e nelle organizzazioni spontanee e pacifiche dal basso, che partono spesso dai giovani – tra quelli che non fuggono dal Paese.

Le voci dei manifestanti si esprimono a favore di un sistema funzionante, ma vengono spesso coperte dalle urla per la sopravvivenza e dalla violenza di strada e di Stato, con una polizia nazionale al centro di numerosi scandali di brutalità.
Purtroppo, l’élite non si smuove e nel caos il potere o si compra o si prende con la violenza.

All’alba del 2020, Haiti non si è ancora ripresa dal terremoto di dieci anni fa e attraversa una crisi umanitaria, di cui non vi è però un unico responsabile. Si possono additare come colpevoli il colonialismo e i suoi lasciti, gli interventi e gli aiuti esteri, le calamità naturali, la corruzione e tanti altri fattori.

Quel che è certo è che attraverso il caso di Haiti si evidenziano le falle del sistema internazionale di aiuto all’emergenza. Sembrerebbe inoltre che la comunità internazionale, dopo gli innumerevoli errori commessi, stia voltando le spalle al Paese in un momento di estremo bisogno.

Finché  lo stato di diritto continuerà a essere così debole e l’impunità così forte, Haiti rimarrà altamente vulnerabile sia ai disastri naturali che a quelli umani.
La risposta non sta nel cessare gli aiuti, ma nel rivederne il modello e l’applicazione. Le soluzioni temporanee non funzionano in un contesto basato su fondamenta malate. Bisognerebbe puntare sul lungo termine e riconoscere i problemi di Haiti come strutturali e non solo accidentali.

 

Fonti e approfondimenti:

Bryan Bowman, “Why has the World forgotten Haiti?”, The Globe Post, 29/03/2019

Rocio Cara Labrador, Haiti’s troubled path to development, Council on Foreign Relations, 12/03/2018

Andre Paultre, “Explainer: What’s behind Haiti’s deadly protests, and possible outcomes“, Reuters, 11/10/2019

Arnold Antonin, “Radiografía de la crisis haitiana“, Nueva Sociedad, 12/2019

Mariano Schuster, “Luces y sombras de la ONU en Haití“, Nueva Sociedad, 11/2017

 

 

 

 

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