Il Qatar e la frattura del movimento sunnita

Il 5 giugno 7 paesi sunniti (Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Emirati Arabi Mauritania, Giordania e Yemen) hanno rotto qualsiasi relazioni diplomatica con il Qatar, accusandolo di foraggiare i gruppi terroristici internazionali e di supportare il nemico storico iraniano. Le reazioni sono state immediate e se da una parte l’intero, o quasi, mondo occidentale ha invitato alla calma le bellicose monarchie del Golfo, la Turchia e l’Iran hanno condannato, più o meno platealmente, la decisione e hanno deciso di agire in questa situazione.

Le motivazioni della rottura

Le motivazioni del blocco diplomatico sono rimaste a lungo nascoste tant’è che nelle prime ore ognuno nella comunità internazionale ha dato una propria interpretazione all’evento, ma la visione più accreditata affondava le sue radici  nelle aperture che il Qatar aveva fatto allo storico nemico sunnita l’Iran. L’annuncio è arrivato dalla monarchia saudita che ha affermato che le misure prese erano in risposta al continuo finanziamento del Qatar ai diversi gruppi terroristici internazionali.

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Le motivazioni ufficiali hanno lasciato molti analisti internazionali interdetti, perché a vedere bene il Qatar, nonostante ospiti alcuni dei finanziatori del terrorismo internazionali, non è uno dei luoghi da cui parte la gran parte del flusso di finanziamento come invece potrebbero essere l’Arabia Saudita e il Bahrein. La ragione è dunque da ricercarsi in altri due atteggiamenti del piccolo emirato:

Il primo è sicuramente legato all’Iran, infatti il Qatar è l’unico stato del Golfo che non ha rotto le sue relazioni con Teheran, che anzi in questo momento possono essere definite quasi amichevoli, dopo la crisi del Sacro Pellegrinaggio di due anni fa quando i due stati entrarono in conflitto dopo la morte di molti pellegrini iraniani a La Mecca. Questo atteggiamento di Doha mina profondamente le relazioni con i Sauditi e con gli altri partecipanti al GCC, Consiglio di Cooperazione del Golfo, che lo percepiscono come una rottura dell’unità della sunna.

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Il secondo atteggiamento è invece legato alla politica estera che il Qatar sta portando avanti negli ultimi anni. Fino al 2011 il Qatar non era ancora segnato sulla mappa della politica mondiale ed era descritto come una marionetta nelle mani dei Sauditi. Con l’avvento delle primavere arabe, la crescita spropositata del suo fatturato nella produzione di gas( di cui attualmente è il primo produttore al mondo) e anche il riconoscimento internazionale arrivato dall’assegnazione dei mondiali il piccolo emirato ha incominciato a pensare in grande e ha incominciato a costruire la propria visione del mondo.

Questa visione ha portato a lanciare delle campagne di finanziamento per indebolire gli stati vicini e cercare di portare al governo movimenti amici: il caso più eclatante è l’Egitto dove il Qatar era il maggior sponsor dei Fratelli Musulmani di Mohammed Morsi, ma questo succede anche in Bahrein dove il Qatar finanzia i movimenti sciiti per cercare di rivoluzionare il governo dell’Arcipelago. Inoltre ha cercato di creare un polo di opposizione all’egemonia saudita nel GCC in cui ha fortemente criticato la guerra in Yemen, nonostante abbia poi mandato un contingente di uomini.

La situazione attuale

Il ministro degli esteri Khalid Bin Mohammad Al Attiyah ha spiegato che le accuse rivolte al suo paese sono totalmente infondate e che il suo paese è pronto a rispondere a qualsiasi situazione, anche ad uno stato di guerra.

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Le parole del ministro degli esteri sono vere infatti il Qatar non rischia di scomparire o di rimanere in ginocchio per colpa di questo blocco, ma sicuramente la sua economia ne rimarrà colpita( nelle prime ore dopo il blocco la borsa di Doha ha concesso 7 punti percentuali). Il piccolo emirato in questo momento ha il suo più grande problema nelle rotte aeree perché, se è vero che non ha bisogno degli altri paesi del Golfo, resta il fatto che non può attraversarne gli spazi aerei e di conseguenza la Qatar Airlines deve compiere rotte estremamente difficili per poter arrivare e ripartire da Doha. Questo è uno degli esempi delle difficoltà che sta affrontando il paese.

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Nelle ore immediate alla rottura sono trapelate le informazioni di un tentato colpo di Stato da parte di un’ala minoritaria della famiglia regnante più vicina ai sauditi, che avrebbe dovuto prendere il potere e riportare il Qatar all’ortodossia diplomatica sunnita. Questa notizia non è stata poi confermata da nessuna fonte, però non è inverosimile un piano del genere. La grande difficoltà sarebbe però quella di ribaltare l’emiro Tamim bin Hamad al-Thani che mantiene stretto nelle mani tutte le forze di sicurezza.

Le azioni di Turchia e Iran

Un secondo elemento di grande difficoltà in questa zona è che la Turchia, il più grande stato sunnita con l’esercito più grande del Medio Oriente, si è apertamente schierato con l’emiro Al Thani e proprio venerdì ha deciso di inviare una forza di 7500 uomini sulla penisola per garantire la difesa del piccolo stato, ha inoltre affermato che sarà velocizzata la costruzione della base militare turca nel Golfo. Erdogan sta difendendo il proprio alleato e sta soprattutto lanciando la propria proiezione nel Golfo Persico foraggiando si propri sogni di egemonia mediorientale. Ankara ha sempre supportato il Qatar e spesso il piccolo emirato ha agito in nome del nuovo sultano: un esempio di questo rapporto stretto si è ben visto nel momento di grande difficoltà turca nel conflitto siriano in cui l’emiro Al Thani ha ricostruito le relazioni tra Erdogan, la Russia e l’Iran.

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Teheran in questa situazione ha assunto il ruolo di spettatore interessato, in particolare dopo gli attentati jihadisti sunniti al suo parlamento di questa settimana. Rouhani sa perfettamente che la situazione può essere usata per rompere totalmente il fronte sunnita, ma allo stesso tempo è conscio del fatto che se il paladino del mondo sciita si dovesse legare eccessivamente una monarchia sunnita, sarebbe un bacio della morte per l’emiro Al Thani, il quale verrebbe accusato di essere amico dell’eresia e i suoi nemici si raddoppierebbero. Per questo Teheran tiene un atteggiamento incerto così da poter sfruttare la situazione, ma senza concedere un’arma per colpire Doha al nemico saudita.

Il ruolo degli Stati Uniti di Trump e della Russia

È sinceramente difficile immaginare che tutta questa situazione non sia stata discussa dalla monarchia saudita con il presidente Trump che proprio poche settimane fa è giunto a Ryad e ha firmato il più grande contratto militare della storia delle relazioni tra Usa e Arabia Saudita. Gli Stati Uniti si sono schierati con le monarchie del Golfo sfruttando anche la situazione di pericolo per il terrorismo chiedendo al Qatar di chiudere i rubinetti del finanziamento ai gruppi jihadisti, quindi mantenendo la possibilità di riaprire il dialogo.

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Mosca ha guardato a questa situazione da lontano con estrema attenzione. Non ha reagito immediatamente alla situazione per sfruttare a pieno l’impennata che i prezzi del gas hanno fatto, di cui la Russia è il terzo produttore mondiale, dopo la rottura dei rapporti tra Qatar e altre monarchie. Successivamente è intervenuta e ha invitato tutti al dialogo usando anche il nuovo alleato iraniano come sponda per cercare di calmare le anime. Putin sa perfettamente che il Qatar è un partner fondamentale per la Russia nel Golfo e garantisce un contrappeso all’Arabia Saudita, alleato fedele degli Stati Uniti.

 

 

 

Approfondimenti

http://www.ispionline.it/articoli/articolo/mediterraneo-medio-oriente/arabia-saudita-vs-qatar-regolamento-di-conti-nel-golfo-16913

http://carnegieeurope.eu/strategiceurope/52236

http://www.limesonline.com/lobiettivo-di-sauditi-ed-emiratini-contro-il-qatar/99293?prv=true

http://www.middleeasteye.net/columns/dark-days-trump-manchester-bin-zayed-thani-qatar-uae-abu-dhabi-1445689253

 

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