La diplomazia indipendente del Sultanato dell’Oman

Mentre il Medio Oriente vive una polarizzazione tra governi filo-sauditi e filo-iraniani, la politica estera perseguita dall’Oman si delinea neutrale e non interventista. Nonostante si trovi ai margini delle cronache internazionali, il ruolo di mediazione svolto dal Sultanato è stato ed è tuttora di fondamentale importanza, sia per quanto riguarda la regione sia per i riflessi che esercita sulla politica e sulla stabilità interne al paese stesso.

Posizionamento

Al centro della scena politica vi è Qabus bin Said al Said, che nel 1970 depose il padre con un colpo di stato e divenne il primo Sultano dell’Oman, al quale venne riconosciuta l’indipendenza nel 1971 (già colonia e protettorato britannico). Grazie a Qabus il Paese uscì dalla politica isolazionista che lo aveva caratterizzato sino ad allora e, nell’arco di poco tempo, si trasformò da nazione povera in moderna economia.

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Il Sultanato occupa una posizione geostrategica di primaria importanza: parte della penisola araba ma protratto verso Oriente, controlla insieme all’Iran lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transitano circa 17 milioni di barili di petrolio al giorno. Nel corso degli anni Qabus è riuscito a costruire l’immagine di uno stato solido e affidabile attraverso una politica estera fuori dagli schemi tradizionali, nonostante parrebbe essere privo di grandi spazi politici di manovra. L’Oman gode infatti di buoni rapporti con tutti i paesi del Medio Oriente e con le maggiori potenze occidentali, specialmente USA e Regno Unito.

Legami con Iran e GCC

La relazione tra Mascate e Teheran è iniziata tra gli anni ’60 e gli anni ’70, quando lo scià Reza Pahlavi inviò degli uomini in aiuto al Sultano per sedare delle ribellioni nel confine sud-occidentale, sostenute dagli insorti comunisti dello Yemen del Sud. Il senso di gratitudine nei confronti dell’Iran, insieme alla prossimità geografica e ai convergenti interessi geopolitici e strategici, hanno cementificato le collaborazioni tra i due Paesi. Dopo la Rivoluzione Iraniana, l’Oman ha mantenuto rapporti cordiali con la neo-Repubblica Islamica, nonostante le crescenti tensioni regionali e internazionali, tanto de decidere di non allinearsi durante la Prima Guerra del Golfo e di mantenere una rete diplomatica con l’Iran.

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A sinistra, Qabus bin Said al Said, Sultano dell’Oman; a destra, il Presidente dell’Iran Hassan Rouhani

L’approccio pragmatico dell’Oman coinvolge la sfera politico-diplomatica quanto la cooperazione militare ed economica, che comprende esercitazioni congiunte sullo Stretto in chiave anti-pirateria e di sicurezza marittima e la gestione condivisa di alcuni siti petroliferi e gasieri off-shore. Tutto ciò ha permesso al Sultanato di assumere la posizione di interlocutore credibile agli occhi di Teheran.

Nonostante alcune tensioni, mantenendo la propria indipendenza e sovranità, Qabus è riuscito a bilanciare l’equilibrio di potenze nel Medio Oriente, evitando che una delle parti raggiungesse un’influenza sproporzionata. Parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo (in inglese Gulf Cooperation Council, GCC) fin dalla sua fondazione nel 1981, l’Oman è sempre stato comunque riluttante nei confronti della ferrea politica anti-Iraniana saudita.

Non sorprende perciò il rifiuto, nel 2013, di entrare a far parte di una Unione del Consiglio di Cooperazione nel caso in cui le monarchie del Golfo avessero deciso di procedere in questa direzione. Da parte di Mascate c’era il timore, condiviso anche da altri Stati, di perdere la propria autonomia a vantaggio di Riyad e di trasformare quello che dovrebbe essere uno strumento di cooperazione in una sorta di alleanza militare in funzione anti-sciita/iraniana. La prospettiva è stata categoricamente rigettata: dal punto di vista del Sultano, l’approccio degli Stati nei confronti dell’Iran sarebbe ancorato al retaggio di una minaccia considerata ormai fuori contesto.

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Il Consiglio di Cooperazione del Golfo

Diplomazia

L’azione di neutralità e mediazione condotta da Qabus vanta numerosi eventi che dimostrano quanto il ruolo svolto dall’Oman, per quanto nell’ombra, sia estremamente importante.

Nel 1980 venne siglato un accordo di difesa con gli Stati Uniti, il primo tra USA e un paese del Golfo. Durante la guerra Iran-Iraq, il Sultanato è stato l’unico paese del Golfo a mantenere delle relazioni con l’Iran e ha contributo alla negoziazione del cessate il fuoco. È stato una base logistica centrale per la missione Nato in Afghanistan, cosa che ha legato ancora di più i rapporti con l’Occidente; tra il 2007 e il 2011 è stato poi fondamentale nelle negoziazioni per il rilascio di ostaggi Britannici e Americani trattenuti in Iran. Nel 2011 non ha preso parte alla spedizione promossa dal GCC, e in particolare dall’Arabia Saudita, in Bahrain per sedare la rivolta popolare, marcando la sua posizione neutrale.

Inoltre, dal 2011, il Sultanato aveva ospitato negoziazioni bilaterali segrete con Stati Uniti e Iran che hanno infine portato alle negoziazioni sul nucleare siglate dagli accordi di P5+1 e Iran nel 2015. È stato questo un chiaro esempio di shuttle diplomacy, per cui lo stato terzo e neutrale, tramite un lavoro di intermediazione, ha spinto le parti verso la ricerca di compromesso e dialogo.

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La Grande Moschea del Sultano Qabus a Mascate

Religione e non interventismo

Un fattore che indubbiamente determina il carattere della diplomazia omanita e, in generale, del Sultanato, è la predominanza del credo ibadita, corrente religiosa islamica che costituisce una «terza via» tra sunnismo e sciismo, professata da circa il 75% della popolazione. Questa si caratterizza da particolare tolleranza e ripudio della violenza; il modello dottrinale è lontano dal radicalismo wahabita o dalla teocrazia iraniana e influenza il clima politico promosso dal Sultano. Non ricorrendo a discorsi politici settari, poi, il Paese si è sviluppato nella moderazione, nella condivisione e nel multiculturalismo.

Da qui le decisioni di non schierarsi e non intervenire nei conflitti esteri; questo modello, insieme ai forti legami con l’Iran, ha suscitato però malcontenti in varie occasioni, soprattutto da parte dell’Arabia Saudita. Ad esempio, nel 2015, l’Oman fu l’unico stato del GCC che decise di non prendere parte alla coalizione guidata da Riyad in risposta alla ribellione Houthi in Yemen, convogliata in una guerra civile e per procura (vedi Yemen, stato fallito in piena crisi umanitaria). Il ministro degli esteri Alawi spiegò così la posizione: «l’Oman è una nazione di pace. Non possiamo lavorare per promuovere la pace e allo stesso tempo prendere parte ad una campagna militare». Difatti Mascate, sostenuto da Kuwait e UN, promuoveva da tempo tavoli negoziali chiamando al dialogo tutte le parti coinvolte: monarchie del Golfo, Iran, Stati Uniti e attori yemeniti.

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I Ministri degli Esteri dei membri del GCC. Al centro, l’omanita  Yusuf bin Alawi bin Abdullah

Nonostante ciò, il Sultanato teme che l’instabilità dello Yemen possa aumentare la presa di Al Qaeda e ISIS sulla penisola araba. Per questo motivo, per rinforzare i legami con Washington in vista del cambio di amministrazione alla Casa Bianca e per mantenere una buona relazione con il GCC (dopo essere stato accusato di permettere il contrabbando di armi tra Iran e Houthi), Qabus ha deciso di unirsi ai già 40 membri dell’alleanza saudita contro il terrorismo, Saudi Arabia’s Islamic Military Alliance to Fight Terrorism.

Questa mossa rimane comunque in linea con la diplomazia del Paese e non ha determinato tensioni sul lato iraniano. A dimostrazione di ciò, la notizia di questi giorni che conferma l’intenzione da parte di entrambe le parti di rafforzare i propri legami, il che appare come risposta alla crisi che intercorre nel GCC stesso tra Arabia Saudita, EAU e Qatar (per la quale l’Oman non si è schierato e non ha tagliato legami diplomatici e commerciali verso il Qatar).

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A sinistra, il Ministro degli Esteri dell’Oman; a destra, il Presidente dell’Iran

Mentre le altre nazioni del Medio Oriente sono state guidate dalle ideologie e dalla ricerca di risultati nel breve termine, il Sultanato ha perseguito nel tempo la sua idea diplomatica convinto che la negoziazione pacifica sia essenziale per la ricerca di risultati vincenti nel lungo termine, innanzitutto con riguardo alla propria sicurezza e prosperità.

La politica estera omanita è stata definita «the smartest and most forward-looking in the region», la più brillante e lungimirante della regione.

Fonti e approfondimenti:

http://www.mei.edu/content/article/oman-s-high-stakes-yemen

http://www.al-monitor.com/pulse/hi/originals/2017/01/oman-join-saudi-arabia-anti-terror-alliance.html

https://www.foreignaffairs.com/articles/persian-gulf/2017-01-17/scent-oman

http://www.limesonline.com/cartaceo/oman-lelettrone-libero

https://www.foreignaffairs.com/articles/persian-gulf/2015-05-05/central-sultanate

http://studies.aljazeera.net/en/reports/2014/01/20141218365065800.html

http://www.rand.org/pubs/research_briefs/RB2501.html

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