Oman: il primo anno del sultano Haitham bin Tariq tra crisi economica, coronavirus e riforme

Il primo anno di regno del nuovo sultano dell’Oman Haitham bin Tariq al-Said non è stato semplice. Appena prese le redini di un Paese che da anni si trova sull’orlo della crisi economica, ha dovuto affrontare le conseguenze della congiunzione tra crollo dei prezzi petroliferi e diffusione del COVID-19. Il monarca ha, quindi, dovuto inaugurare una serie di riforme per cercare di riempire le casse dello Stato. Questa fragilità economica potrebbe inoltre ripercuotersi anche sulla posizione del Paese nell’arena internazionale, dove ha sempre cercato di mantenere un ruolo di neutrale mediatore.

Crisi economica e malcontento popolare, la difficile eredità di Qaboos

Il sultano Haitham è salito sul trono lo scorso 11 gennaio, a seguito della morte del cugino Qaboos, scomparso senza eredi. Nonostante la transizione monarchica sia stata veloce e priva di incidenti, Haitham si è trovato a dover gestire un’eredità molto difficile. Il precedente sultano, salito al trono nel 1970 dopo aver deposto il padre, è considerato l’artefice del moderno Oman. Sfruttando l’abbondanza di risorse petrolifere, Qaboos ha dotato in pochi decenni il Paese di un’economia moderna, di infrastrutture e di un sistema educativo e sanitario. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il PIL pro-capite è oggi arrivato a circa 48.593 dollari dai 354 degli anni ‘70. Inoltre, il Paese si è distinto nel mondo della diplomazia come Stato neutrale ed eccellente mediatore di conflitti. 

Haitham dovrà quindi dimostrarsi all’altezza del suo predecessore e, allo stesso tempo, gestire i problemi che questi ha lasciato dietro di sé. Infatti, nonostante Qaboos fosse molto amato dalla popolazione, gli ultimi anni del suo regno hanno visto l’emergere di una crisi economica sempre più grave, a causa principalmente del calo del prezzo del petrolio iniziato nel 2015. Il sultanato è stato costretto a vendere i propri idrocarburi a un costo inferiore e questa riduzione delle entrate ha causato il deficit del budget statale. 

Alla questione economica si è sommato il malcontento per l’inadeguatezza delle politiche sul lavoro, inefficaci per combattere la disoccupazione. Il dissenso è sfociato in una serie di proteste a partire dal 2011 sulla scia delle cosiddette Primavere arabe, che si sono riaccese episodicamente fino allo scorso anno. Bisogna comunque sottolineare che durante queste manifestazioni, quasi esclusivamente pacifiche, i partecipanti non hanno mai invocato un cambio di regime. Al contrario, i manifestanti si sono scagliati contro il governo e al sultano è stato chiesto di agire contro la corruzione dei ministri, accusati di arricchirsi a spese del popolo. 

Petrolio ed epidemia, il 2020 in Oman

A complicare la situazione, poco dopo l’ascesa al trono del nuovo sultano, sono subentrati due fenomeni che hanno peggiorato la situazione delle casse, già semivuote, dello Stato: un nuovo crollo del prezzo del petrolio e la pandemia globale di COVID-19. 

All’inizio del 2020, il valore del petrolio è crollato a causa della cosiddetta “guerra dei prezzi” tra Arabia Saudita e Russia in seno all’OPEC+. Nello stesso periodo, le misure di sicurezza prese in tutto il mondo per contrastare la diffusione del COVID-19 hanno avuto come effetto una drastica contrazione della domanda. Questa sovrapposizione di eventi ha portato al collasso del prezzo del greggio, che è sceso tra i 20 e i 25 dollari al barile, ostacolando la ripresa economica dell’Oman. 

L’epidemia ha anche bloccato il flusso turistico e i progetti di investimento a esso collegati. Prima della pandemia, il turismo contribuiva a meno del 3% del PIL omanita, ma già dallo scorso anno il governo aveva messo a punto un piano per raddoppiare questa cifra entro il 2040, tramite partnership strategiche e migliorando i servizi di trasporto e le strutture alberghiere. L’Oman avrebbe infatti un grande potenziale come meta di viaggio, essendo ricco di siti storici e bellezze naturali; inoltre, è considerato uno dei pochi Paesi del mondo arabo a garantire un ambiente sicuro per i visitatori stranieri. 

Le riforme del sultano Haitham: dal governo a mondo del lavoro

Per affrontare la crisi che attanaglia il Paese, il sultano Haitham ha preso alcune importanti decisioni. Lo scorso 18 agosto ha annunciato, con ben ventotto decreti regi, una riorganizzazione completa del governo, prevedendo la rimozione di cinque consigli e la fusione di dieci ministeri. Inoltre, la preoccupazione per la situazione finanziaria del Paese ha indotto Haitham a reintrodurre il Ministero dell’Economia, che era stato abolito nel 2011. I nuovi decreti prevedono che ciascun ministero presenti alla fine dell’anno un piano di lavoro per i dodici mesi a venire e, a cadenza trimestrale, un rapporto sui risultati ottenuti. Questa iniziativa ha lo scopo di tagliare le spese governative e rendere i processi decisionali più rapidi, flessibili e trasparenti. Il pacchetto di riforme ha diminuito il monopolio del potere da parte della monarchia, affidandone una buona parte ai ministri. 

Lo scorso ottobre sono state annunciate anche la vendita di bond bancari e l’approvazione di un piano di sviluppo del valore di 963.600 milioni di dollari. A queste riforme fanno da corollario pesanti tagli al budget di ministeri e forze armate (pari al 10% circa), e a una riduzione dello stipendio dei nuovi assunti del settore pubblico superiore al 20%. Per il mondo del lavoro è stato inoltre progettato un incremento dell’“omanizzazione” del settore privato, già avviata nel 2018, che prevede un graduale rimpiazzo degli stranieri con i cittadini omaniti: pertanto, quasi tre quarti dei contratti di consulenza con esperti provenienti da altri Paesi non saranno rinnovati. 

Questo programma di nazionalizzazione del lavoro è una risposta alle proteste dei disoccupati omaniti, che durante le contestazioni hanno espresso il proprio scontento verso l’alto numero di lavoratori stranieri (che costituiscono circa il 40% della popolazione). La  volontà di nazionalizzare il mondo del lavoro è in linea con quanto emerso anche in altri Paesi del GCC: limitare l’assunzione di stranieri è considerata una misura per creare rapidamente nuovi impieghi. L’efficacia di questo metodo è però dubbia. La maggior parte dei cittadini non vuole svolgere, infatti, gli impieghi umili solitamente riservati alla manodopera straniera. D’altro canto, per quanto riguarda i lavori più specializzati, il numero di omaniti qualificati a svolgerli non è ancora sufficiente a soddisfare la domanda. 

Un’altra iniziativa riguarda l’introduzione di due nuovi tributi. Il primo è un’imposta sul valore aggiunto, la cui riscossione inizierà ad aprile 2021. Pertanto, i suoi effetti si potranno apprezzare solo sul lungo periodo. Il progetto per questo tipo di tributo era stato approvato dagli Stati membri del GCC nel 2016. Negli altri Paesi dove è già stato introdotto, il grande numero di esenzioni ha però dimostrato come, di fatto, questa tassa avrà un effetto minimo. La seconda imposta che il sultano ha progettato di introdurre è invece totalmente inedita nel contesto del GCC e andrà a colpire i contribuenti con redditi alti a partire dal 2022, sebbene non ne sia stata ancora specificata la soglia. Inoltre, il governo sta elaborando un piano per eliminare i sussidi per acqua ed elettricità entro il 2025. 

Le riforme basteranno a risollevare il Paese?

Nonostante le riforme dimostrino la capacità d’iniziativa del nuovo sultano, le previsioni per l’economia omanita rimangono piuttosto negative. Il deficit fiscale previsto per la fine del 2020 oscilla tra 10.9 e 12.5 miliardi di dollari. Inoltre, il Paese ha una disoccupazione giovanile pari al 40%. Come negli altri Paesi del GCC, la creazione di posti di lavoro per gli under-30 dovrà essere una priorità. A questo, si aggiunge il sempre più urgente bisogno di diversificare l’economia, al fine di ridurre la dipendenza dal petrolio. Come abbiamo visto, nonostante il greggio abbia contribuito sostanzialmente a creare il moderno Oman, negli ultimi anni si è rivelato una risorsa dagli introiti instabili. 

Infine, la necessità di ricevere aiuti economici dall’estero potrebbe avere un impatto anche sulla postura internazionale del Paese. Haitham si è mostrato per ora intenzionato a mantenere la linea di neutralità del suo predecessore, come testimoniato dalla decisione di non normalizzare, almeno nel breve termine, i rapporti con Tel Aviv. Tuttavia, i pesanti deficit finanziari avevano costretto l’Oman a chiedere prestiti già durante gli ultimi anni del regno del sultano Qaboos. Nel 2011, durante le proteste popolari, il Paese era stato beneficiario, insieme al Bahrain, di un pacchetto di aiuti del valore complessivo di 20 miliardi di dollari da parte del GCC. I finanziamenti più consistenti sono però arrivati dalla Cina, con una serie di investimenti per lo sviluppo delle infrastrutture e un prestito pari a 3,55 miliardi di dollari nel 2017. La Cina è anche il primo partner commerciale dell’Oman: lo scorso aprile, il 90% del petrolio prodotto è stato acquistato da Pechino. Pertanto, non è possibile escludere che altri attori internazionali, in qualità di potenziali finanziatori, inducano l’Oman a rielaborare le proprie posizioni in ambito diplomatico. 

 

 

Fonti e approfondimenti

Yasmina Abouzzohour, As Oman enters a new era, economic and political challenges persist, Brookings Institute, 15/01/2020.

Turki al-Balushi, Oman Restructures Government in Bid To Revive Economy, AGSIW, 09/09/2020.

Turki Al Balushi, Abeer Abu Omar, Zainab Fattah, Cash-strapped Oman plans income tax on wealthy starting 2022, al-Jazeera, 02/11/2020.

Eleonora Ardemagni, Post-covid e petrolio: come cambiano le monarchie del Golfo? , ISPI, 18/05/2020.

Eleonora Ardemagni, L’Oman cerca fondi: una partita geopolitica “a tre livelli”, ISPI, 23/06/2020.

Giorgio Cafiero, Kristian Coates Ulrichsen, Oman plays it safe on Israel, Middle East Institute, 27/10/2020.

Eugenio Dacrema, Medio Oriente: tutte le conseguenze del crollo del petrolio, ISPI, 23/05/2020.

Eugenio Dacrema, Annalisa Perteghella, Petrolio: guerra dei prezzi tra Russia e Arabia Saudita, ISPI, 10/03/2020.

Robert Mogielnicki, New Omani Initiatives Reflect Gulf States’ Push to Nationalize Labor Forces, AGSIW, 10/01/2019.

Robert Mogielnicki, Oman’s Economic Reforms Struggle To Keep Pace With Mounting Challenges, AGSIW, 22/10/2020.

Amin Mohseni-Cheraghlou, Linking the past to the future: Economic diversification and tourism in Oman, Middle East Institute, 23/07/2020.

Times of Oman, Tourism: The Sultanate’s next chapter, 04/02/2019.

James Worrall, Oman: The “Forgotten” Corner of the Arab Spring, Middle East Policy Council, 2012.

Karen E. Young, Oman’s Fiscal Management Problem, AGSIW, 10/02/2017.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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