Il dragone cinese e il Medio Oriente, sempre più vicini

Nel 2016 Xi Jinping metteva a segno una tripletta diplomatica con le visite in Iran, Arabia Saudita ed Egitto. Il sipario si apriva, su questo “nuovo capitolo” delle relazioni tra Cina e Medio Oriente, in un teatro regionale ben diverso da quello attuale: Obama aveva da poco battezzato l’accordo sul nucleare con l’Iran e Xi divenne il primo leader a recarsi nel Paese degli ayatollah dopo la sospensione delle sanzioni. E la “cortina di ferro” che scendeva tra Teheran e Riad aumentò il simbolismo di una Cina amica di tutti. Si moltiplicarono le profezie sulla vicina fine del primato statunitense in Medio Oriente, fomentate anche dall’intervento della Russia in Siria, e sulla possibilità che Pechino si fosse finalmente decisa a vestire i panni di grande potenza anche in politica estera, oltre che sui mercati internazionali. 

Eppure, a oggi, nonostante l’infittirsi delle relazioni commerciali, degli investimenti e delle iniziative culturali, il dragone cinese continua a trattare la polveriera politica mediorientale con cautela. L’incognita è: fino a che punto riuscirà a bilanciare non interventismo, interessi energetici e sicurezza dei connazionali che sempre più numerosi si trasferiscono nell’area?

Il millenario sguardo a ovest della Cina

Gli antefatti dei rapporti tra Cina e Asia occidentale risalgono almeno all’anno 140 a.C., quando, sotto la dinastia Han, vide la luce la Via della Seta. L’antica rotta carovaniera che si estendeva tra Mediterraneo e Cina, passando per i territori persiani, fu tanto canale di scambi commerciali quanto di cultura e religioni. Data la lontananza geografica, tuttavia, i rapporti rimasero sporadici e diminuirono con l’avvento del colonialismo occidentale. 

Il punto di svolta è arrivato a cavallo del XXI secolo, in linea con la corsa allo sviluppo economico della Cina. L’apertura al mondo sponsorizzata da Deng Xiaoping stimolò l’appetito di Pechino per nuove fonti di approvvigionamento energetiche e, di rimando, per gli enormi giacimenti petroliferi del Medio Oriente. L’arrivo al comando del Paese di Xi Jinping e i cambiamenti a livello internazionale hanno dato poi nuovo impulso alla proiezione di influenza della Cina. Per quanto non rientri tra le immediate priorità di Pechino in termini economici e di sicurezza, questa parte di globo, al crocevia tra Mediterraneo, Mar Rosso, Golfo Persico ed Europa, ha assunto una nuova rilevanza nella Belt and Road Initiative (BRI) annunciata nel 2013.

La presenza della Cina nell’area MENA è caratterizzata per larga parte da relazioni bilaterali; anche se non mancano iniziative diplomatiche regionali, come l’Arab policy paper del 2016 o il Forum di cooperazione arabo-cinese istituito nel 2004. Contrariamente alla rigidità delle alleanze militari pattuite dagli USA con Paesi come Israele o Arabia Saudita, la Cina ha tessuto una rete di partenariati. Si tratta di accordi flessibili che non impongono troppe responsabilità alle parti e mirano a soddisfare un interesse economico comune più che una condivisa visione ideologica o securitaria. Questi partenariati sono definiti da aggettivi diversi a seconda del grado di interrelazione che implicano: Algeria, Egitto, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti intrattengono con la Cina un partenariato strategico comprensivo, il grado più elevato.  

L’economia delle relazioni tra Cina e Medio Oriente

L’impronta cinese, a fronte di un crescente volume del commercio nell’ultimo ventennio, è evidente soprattutto in ambito energetico. Secondo i dati dell’Observatory of Economic Complexity (OEC), dal 2010 al 2018 il 70% circa dell’import della Cina dai Paesi mediorientali è stato di greggio, con in testa Arabia Saudita, Iran, Oman, Iraq ed Emirati Arabi Uniti. Non sorprende se si considera che la fame di petrolio del gigante cinese è triplicata nel corso degli scorsi due decenni, stando all’Oxford Institute for Energy Studies

Pechino è dipendente dal Medio Oriente per circa il 40% del suo fabbisogno energetico (ChinaMed). Allo stesso tempo, però, ha cercato di diversificare l’import. Se, nel 2012, la Cina comprava il 19% circa di greggio dall’Arabia Saudita e il 9% dalla Russia, nel 2018 Mosca superava Riad con il 17%, contro il 13% saudita (OEC). Viceversa, per i Paesi dell’area la dipendenza dal mercato cinese varia: l’Oman ha esportato il 77% del suo petrolio verso la Cina nel 2018; mentre gli Emirati Arabi Uniti, nello stesso anno, destinavano a Pechino solo il 10%. Per l’Iran, la vendita di petrolio alla Cina è stata vitale per sopravvivere al giogo delle sanzioni. 

Fonte: Dati Direction of Trade Statistics, elaborazione propria

 

Fonte: Dati Direction of Trade Statistics, elaborazione propria

Oltre al commercio, dal punto di vista finanziario il capitale cinese è entrato nell’area in forme diverse, spesso poco chiare. L’opacità delle transazioni è dovuta al fatto che la quasi totalità dei fondi cinesi è gestita da istituzioni, compagnie e/o banche affiliate al regime. Per quanto riguarda l’aiuto pubblico allo sviluppo, da prestiti a borse di studio, tra 2000 e 2014, secondo AidData, la maggior parte dell’assistenza finanziaria è confluita verso Cuba, Africa e diversi Paesi asiatici. Nell’area MENA, stando agli stessi dati, sarebbe l’Iran ad aver maggiormente beneficiato dei finanziamenti cinesi, con circa 28 milioni di dollari ricevuti in prestito nel 2014. 

Fonte: Dati AidData, elaborazione propria.
Il dataset sviluppato da AidData geolocalizza i progetti finanziati dal governo cinese tra 2000 e 2014. I fondi ODA (Official Development Assistance), si riferiscono all’aiuto pubblico allo sviluppo – anche agevolato – prestiti, cancellazione del debito, assistenza tecnica, sovvenzioni con intenti di sviluppo e borse di studio. I fondi OOF (Other Official Flows) comprendono prestiti agevolati con alcuni intenti di sviluppo, crediti all’esportazione, prestiti commerciali, sovvenzioni con intento rappresentativo e istituzione degli istituti Confucio. La grandezza dei simboli varia a seconda del valore del fondo in dollari.

La Cina ha anche aumentato gli investimenti diretti esteri. Tuttavia, bisogna puntualizzare due aspetti: l’area mediorientale rimane un partner minoritario rispetto ad altri mercati, come quello europeo o dell’Africa subsahariana; inoltre, molti dei capitali investiti nei Paesi in via di sviluppo finiscono in appalti di costruzione assegnati a compagnie cinesi. Una discrepanza che il lancio della BRI ha accentuato. La China State Construction Engineering (CSCE) è tra le compagnie che ha accumulato più contratti nel post 2013, aggiudicandosi progetti come la nuova moschea in Algeri e la nuova capitale amministrativa in Egitto

Fonte: dati American Enterprise Institute per Egitto, Iran, Iraq, Giordania, Kuwait, Marocco, Oman, Arabia Saudita, Siria, EAU, Yemen. Elaborazione propria.

 

Fonte: Dati American Enterprise Institute, elaborazione propria

La Cina per il Medio Oriente, un’alternativa all’Occidente

La Cina ha avuto modo di sfruttare il vuoto di potere lasciato da Washington a partire dall’amministrazione Obama e il risentimento, soprattutto degli alleati del Golfo, per il riavvicinamento statunitense all’Iran. Per quanto Trump possa essersi schierato con l’asse saudita e aver glissato sulla sistematica violazione dei diritti umani, il leader si è dimostrato imprevedibile e poco affidabile. Basti pensare allo spazio di manovra lasciato alla Turchia in Siria.

Per i regimi dell’area la Cina rappresenta quindi un’opportunità su più fronti. Innanzitutto, è la dimostrazione che crescita economica e democrazia non vanno necessariamente di pari passo. Inoltre, l’assenza di condizioni (o quasi) degli accordi economici l’ha resa un’alternativa all’Occidente in settori problematici, come l’export di armi o il nucleare. Sebbene il Medio Oriente figuri solo per il 6,7% dell’import di armi dalla Cina tra 2015 e 2019, Pechino si è fatta spazio in un mercato dominato da Russia, USA e Paesi europei, spesso con l’evidente disappunto degli ultimi due. L’Arabia Saudita per anni ha allargato il suo arsenale missilistico grazie a Pechino, che non è firmataria del Missile Technology Control Regime (1987), un accordo informale che proibirebbe agli USA e ad altri Paesi di vendere missili balistici a Riad.  

Per quanto Pechino abbia poi interesse a mantenere il regime di non proliferazione, non sottoscrive lo stesso “gold standard” imposto dall’Atomic Energy Act statunitense (1954). La cooperazione sul nucleare a scopo civile è uno degli assi portanti della BRI. Il rischio, però, è che la mancanza di trasparenza e controlli possa sfociare comunque nello sviluppo di armi. Ad agosto, ad esempio, erano emersi alcuni timori dell’intelligence statunitense sul fatto che Riad stesse lavorando con la Cina per aumentare la propria capacità industriale di produrre combustibile nucleare e che questo potesse essere, in seguito, arricchito e usato per costruire testate nucleari. 

Oltre l’economia, il soft power e la popolarità cinesi

La Cina non è vista positivamente solo tra le élite. Secondo gli ultimi dati raccolti dall’Arab Barometer, in nove Paesi su dodici, circa la metà dei rispondenti era a favore di maggiori relazioni economiche con la Cina. In cima alla classifica: Giordania (70%), Tunisia e Libia (63%); i più scettici, invece: Libano (42%), Algeria (36%) ed Egitto (30%). Nel regno hashemita, come in Sudan e Yemen, tra il 60% e il 70% vorrebbe anche più aiuti economici dalla Cina.

La popolarità di Pechino si gioca sull’assenza di un passato coloniale e su una serie di iniziative di soft power: dalle gigantesche opere infrastrutturali al moltiplicarsi degli istituti Confucio. L’Associazione islamica cinese si è impegnata a promuovere i rapporti con le autorità religiose dell’area e a diffondere la narrativa del regime sulla repressione della minoranza uigura. La partenza di migliaia di musulmani cinesi verso la Mecca, nel 2018 e 2019, ha avuto ampia eco sui media ed è stata la China Railway Construction Corporation a realizzare il progetto miliardario per la linea ferroviaria nota come Metro Mecca. Più di 18 km di strada ferrata che collegano i siti sacri di Mecca, Arafat, Muzdalifa e Mina per facilitare lo spostamento dei pellegrini durante il periodo dell’hajj.  

Relazioni sino-arabe, quo vadis?

La Cina rimane un peso leggero a livello politico e militare nell’area mediorientale. Nel momento in cui la sovranità e l’integrità territoriale del Paese non sono direttamente a rischio, l’approccio di Pechino rimane in larga parte difensivo. La Cina ha costruito per sé l’immagine di grande “potenza responsabile, votata alla pace e allo sviluppo mondiali attraverso il dialogo. In questo modo ha potuto posizionarsi nei diversi conflitti mediorientali come un cauto peace broker, a livello bilaterale e multilaterale, senza venire meno al principio di non interventismo. 

Tuttavia, in un’era storica in cui mercati e Paesi sono interconnessi, e man mano che la BRI prende forma, una maggiore assertività anche sul piano militare non è da escludere in futuro. In diverse occasioni è emerso, infatti, come l’instabilità dell’area potrebbe nuocere agli interessi cinesi. Nel 2011, in un’operazione di salvataggio senza precedenti, più di trentacinque mila cittadini cinesi vennero evacuati da una Libia sull’orlo della guerra civile, grazie all’intervento di quattro aerei da trasporto militari e una fregata. Pochi anni dopo, nel 2017, l’ISIS diffuse un video in cui alcuni combattenti uiguri minacciavano di attaccare gli “infedeli comunisti” in Cina. Allo stesso tempo, la presenza statunitense rimane predominante, soprattutto nel Golfo. E, finora, Pechino è stata più che felice di beneficiare indirettamente degli sforzi di Washington a difesa di territori che rimangono cruciali per la sicurezza energetica, e non, degli Stati Uniti. Rimane da vedere come il dragone cinese riuscirà a rimanere a galla, tenendo i piedi in quante più scarpe possibili ed evitando di sprofondare nelle sabbie mobili di tensioni e allineamenti opportunistici che bloccano il Medio Oriente. 

 

Fonti e approfondimenti

Daniel S. Markey, China’s Western Horizon. Beijing and the New Geopolitics of Eurasia (Oxford University Press, 2020)

James M. Dorsey, China and the Middle East. Venturing into the Maelstrom (Palgrave McMillan, 2019)

Anoushiravan Ehteshami, Niv Horesh (eds.), China’s Presence in the Middle East The Implications of the One Belt, One Road Initiative (Routledge, 2017)

James Reardon-Anderson (ed.), The Red Star and the Crescent. China and the Middle East (Oxford University Press, 2019)

Middle East Institute, All about China

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