Il personaggio dell’anno Asia: Xi Jinping

Il Segretario Generale del Partito Comunista Cinese (PCC) e Presidente dalla Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping si è messo in mostra quest’anno sia in politica estera che in politica interna. Andiamo quindi a ricapitolare brevemente quali sono stati gli interventi di Xi nel mondo durante il 2018.

La centralizzazione del potere

Il Congresso del PCC dell’ottobre 2017 ha inserito il pensiero di Xi nella costituzione del Partito, avvicinandolo per importanza a Mao Zedong e Deng Xiaoping. Qualche mese dopo, nel marzo 2018 il Congresso Nazionale del Popolo (NPC) e la Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese (CPPCC) hanno emendato la costituzione dello Stato eliminando il limite dei due mandati per il Presidente, dando quindi la possibilità a Xi di accentrare la sua leadership. Questi eventi hanno permesso a Xi di fare lo scatto definitivo per diventare il leader cinese che mancava dai tempi dell’apertura economica. Infatti, Deng Xiaoping impose proprio l’articolo 79 della costituzione del 1982 che nel 2018 è stato abrogato. 

Questo slittamento di potere dopo cinque anni di leadership ha portato anche a delle politiche aggressive all’interno della Cina. La creazione dei campi di lavoro nello Xinjiang  rappresenta un ottimo esempio di aggressività politica tesa a controllare il Paese, mantenendo saldamente il potere nelle mani di Xi. Gli uiguri, musulmani cinesi che vivono nel Nordovest del Paese, sono oggi visti come capri espiatori del terrorismo in Cina, dando a Pechino la possibilità di muovere le proprie leve sulla sicurezza in assoluta libertà.

Taiwan rappresenta un’altra questione di politica interna collegata fortemente alla legittimità politica e alla sicurezza dello Stato. Il 15 aprile Xi ha ordinato un’esercitazione militare nello stretto di Taiwan, sottolineando la forza militare cinese dell’Esercito di Liberazione del Popolo (PLA). Il problema della continuità del territorio cinese anche sull’Isola di Taiwan è un grande tema che da quando Tsai Ing-wen ha preso il potere a Taipei sta increspandosi sempre di più. Le elezioni comunali tenutesi qualche settimana fa a Taiwan hanno inoltre sancito la sconfitta del Partito Democratico Progressista (DPP), facendo sorridere Xi e la sua strategia di coercizione non violenta di Taiwan nei confronti di Pechino.

La politica estera attiva

Da quando Xi ha preso il potere la politica estera cinese ha vissuto dei cambiamenti importanti. Il 2018 ha infatti visto un impegno notevole di Pechino nei confronti di tutti i continenti.

Stati Uniti & Canada

Le frizioni commerciali tra Washington e Pechino sono sicuramente uno degli eventi più in vista di quest’anno. La “guerra commerciale”, che in verità consiste nell’innalzamento dei dazi nel commercio di specifici (seppur importanti) prodotti, è in verità un braccio di ferro tra due leader come Donald J. Trump e Xi Jinping. Il primo con una vena prettamente nazionalista e conservatrice statunitense, il secondo con la retorica del contrasto alla superpotenza americana che spesso è sfociata in arroganza.

Il conflitto è evidente in maggior modo sul campo della tecnologia avanzata e i casi di ZTE e Huawei sono i due più importanti. Come già riportato qualche tempo fa

Il 4 giugno l’amministrazione Trump e la ZTE hanno trovato un accordo che prevede il licenziamento di tutti, o quasi, i top manager e il pagamento di una multa totale di $1.7 miliardi, in cambio dell’annullamento del divieto. Nonostante questa sanzione è importane sottolineare come la compagnia abbia una forza lavoro di 80,000 unità e un eventuale fallimento avrebbe creato una situazione problematica non solo a livello economico e tecnologico per la Cina, ma anche sociale. Entro la fine di giugno la compagnia cinese dovrà cambiare gran parte del suo direttivo, dando la possibilità alle autorità statunitensi di esserne parte integrante in modo tale da assicurare una sorveglianza approfondita sulle future mosse cinesi in campo tecnologico, verificando che i materiali siano utilizzati in accordo con quanto dichiarato. Infatti, una percentuale tra il 25% e il 30% dei componenti utilizzati dalle apparecchiature ZTE proviene da aziende USA e, secondo Washington, sembra evidente che il raggiungimento degli obiettivi ambiziosi del Made in China 2025 passi attraverso l’utilizzo “illecito” di materiali avanzati di marca USA.

Gli importanti investimenti nella nuova tecnologia del G5 però non riguardano solo la ZTE ma anche Huawei. A inizio dicembre la responsabile generale del colosso cinese, Meng Wangzhou, è stata arrestata in Canada e Washington ne ha chiesto l’estradizione. L’accusa di aver fornito all’Iran materiali prodotti dagli USA e su cui erano state imposte le sanzioni da Washington è la stessa accusa che ha scatenato il caso ZTE nei sei mesi precedenti. In questo modo si capisce meglio come sotto la punta dell’iceberg esiste un mondo molto più complesso. La risposta, forte, di Xi Jinping a questo affronto da parte del Canada è stata l’arresto di alcuni canadesi su suolo cinese che non avevano la documentazione in regola per vivere nel Paese. In questo modo la Cina di Xi non ha chinato il capo e dopo aver scarcerato Meng con un gioco economico-diplomatico è riuscita a smarcarsi dalla morsa nordamericana.

La tregua di 90 giorni sui dazi tra USA e Cina sancita a margine del G20 di Buenos Aires ha ancora una volta dato modo di far apprezzare la tecnica messa in campo da Xi nei confronti di Washington.

Unione Europea

A dicembre 2017 Li Keqiang, primo ministro cinese, ha partecipato al Summit dei 16+1 a Budapest, una spina nel fianco dell’Unione Europea che ha preso forma proprio durante l’era di Xi.

Nel 2018 il dialogo con l’UE però si è rafforzato notevolmente, anche favorito dalle circostanze geopolitiche mosse da Trump. Infatti, per qualche mese nella primavera di quest’anno è sembrato sempre più probabile un accordo tra Bruxelles e Pechino per contrastare le spinte isolazioniste della Casa Bianca.

Ovviamente questo accordo non è mai stato discusso perché la relazione tra le due sponde dell’Eurasia è molto più complicato. Il 20° Summit EU-Cina a Pechino che si è tenuto il 16 luglio ha però sottolineato ancora una volta come la relazione tra le istituzioni europee e quelle cinesi può svilupparsi anche all’interno di un’increspatura dei rapporti con Washington. Il Joint Statement firmato da Donald Tusk, Jean Claude Junker, Xi Jinping e Li Keqiang ha sancito un passo importante per lo sviluppo del dialogo. Infatti erano anni che l’UE e la Repubblica Popolare Cinese non riuscivano a firmare un documento di visioni condivise. Il pilastro centrale è la necessità di migliorare la globalizzazione rimanendo al suo interno. Un chiaro segnale di come le politiche di Trump abbiano avvicinato inevitabilmente gli interessi europei e cinesi.

Giappone & Repubblica di Corea

A maggio si è concluso il settimo Summit trilaterale tra Cina, Giappone e Repubblica di Corea. Un evento molto importante dopo quasi un decennio dall’ultimo Summit trilaterale. Le forti tensioni tra Cina e Giappone, fomentate in prima persona da Xi Jinping e Shinzo Abe, hanno lasciato spazio al dialogo. Le chiavi per aprire questo difficile dialogo sono state quelle della denuclearizzazione della Corea del Nord e la cooperazione economica asiatica per contrastare le spinte isolazioniste di alcuni attori globali. Xi è quindi riuscito ad aprire un dialogo con Abe nel momento di necessità provocato dalle tensioni commerciali con gli USA e nel periodo in cui Trump era in procinto di volare a Singapore per incontrare Kim Jong-un in un evento storico.

Xi e Moon Jae-in, presidente sudcoreano, sono riusciti a far cambiare la posizione del Giappone riguardo la Corea del Nord e nel documento si legge che

“noi [Corea del Sud, Cina e Giappone ndr] ci impegnamo affinché ci sia una completa denuclearizzazione della penisola coreana”

La quale è molto diversa dalla posizione precedentemente dichiarata da Abe di una “completa, verificabile e irreversibile” denuclearizzazione, portando anche qui il Giappone a fare un passo timido verso un compromesso tra le tre parti.

America Latina

La fine del 2018 ha visto anche una politica estera di Xi attiva nell’America Latina. Il G20 di Buenos Aires ha sancito la cooperazione tra molti paesi latino-americani e Pechino attraverso accordi commerciali. Soprattutto l’Argentina di Macrì ha chiuso diversi trattati commerciali riguardanti l’export di cibo verso la Cina. Inoltre un nuovo swap di valuta tra il peso argentino e lo yuan cinese è stato garantito, portando liquidità in valuta estera senza ricorrere al Fondo Monetario Internazionale.

Anche diplomaticamente, quest’anno El Salvador e la Repubblica Domenicana hanno riconosciuto Pechino come unico rappresentante legittimo cinese, disconoscendo Taiwan come Stato autonomo. Questa politica diplomatica aggressiva di Xi è caratterizzante di come il leader cinese voglia imporre la sua strategia mantenendo però le linee guida del Partito Comunista Cinese inalterate.

Africa

A settembre 2018 Xi ha ospitato il settimo FOCAC, il summit triennale tra la Cina e il continente africano. I media cinesi hanno affermato nella prima settimana di settembre che

“il forte sviluppo della cooperazione sino-africana ha ispirato partner internazionali a prestare un’attenzione maggiore al continente africano e ha dato loro la voglia di investire e sviluppare progetti di cooperazione con l’Africa”.

Conclusioni

In questo modo si ha ancora di più la concezione di come Xi Jinping sia un personaggio che ha fortemente influenzato il 2018. Dalla politica alla diplomazia, dall’economia alla finanza Xi Jinping è riuscito a far emergere una Cina che ha la possibilità di intervenire negli affari globali. Nonostante ciò, le forti problematiche interne e la conclamata impossibilità economico-politica di ribaltare l’ordine ancora esistente e stabilito da Washington fanno si che Xi emerga come leader che potrà influenzare il corso storico del prossimo futuro.

Fonti e Approfondimenti

L’influenza cinese in America latina spaventa Washington

La politica di Pechino nello Xinjiang: il controllo e la rieducazione

La politica di Pechino nello Xinjiang: tra sinizzazione e crescita economica

La centralizzazione del leader asiatico​

Pechino ospita il continente africano

Ricorda: la gloriosa apertura che cambiò la Cina 1978

L’Unione Europea incontra la Cina

Esiste davvero una guerra commerciale tra USA e Cina?

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