La politica di Pechino nello Xinjiang: tra sinizzazione e crescita economica

Lo Xinjiang (in cinese “Nuova Frontiera”), la grande regione dell’estremo Ovest della Cina, cruciale per le strategie geopolitiche in quanto principale bacino energetico del Paese, rappresenta da molti anni un problema complesso per la Repubblica Popolare. La regione, infatti, oltre ad essere largamente in ritardo in quanto a sviluppo economico e integrazione rispetto al resto della Cina, è abitata storicamente dagli Uiguri, una popolazione di origine turcofona e di religione musulmana. Le distanze territoriali, economiche, sociali e culturali hanno portato a reazioni di estremismo da parte dei locali, e a conseguenti repressioni del governo centrale da cui la regione dello Xinjiang comunque dipende malgrado la sua autonomia amministrativa.

Gli Uiguri e gli Han

In Cina sono riconosciuti 56 gruppi etnici. Il gruppo Han, coloro che vengono considerati “cinesi” a tutti gli effetti, include più del 92% della popolazione, mentre tutti gli altri vengono definiti “shaoshu minzu” (少数民族), minoranze etniche. Gli Uiguri dello Xinjiang sono una di queste.

Riconosciuta come minoranza nazionale dal 1954, gli Uiguri abitano da secoli nella vasta e desertica regione occidentale dello Xinjiang, vivendo di pastorizia e di commercio lungo l’antica Via della Seta. Nel 1949, data che segnò l’istituzione della Repubblica Popolare Cinese, la regione divenne ufficialmente territorio cinese. Da quel momento, col pretesto di voler difendere la “nuova frontiera” dopo anni di tensione con l’Unione Sovietica, il Governo centrale guidato da Mao Zedong inviò centinaia di migliaia di militari. All’esercito in armi susseguirono eserciti di civili e quella che inizialmente era stata propagata come una liberazione popolare, divenne sempre più chiaramente un duro processo di assimilazione etnica e culturale da parte della maggioranza Han. Lo scopo era, ed è tuttora, di controllare la cultura e la religione regionale per indebolire sentimenti e correnti nazionaliste ed evitare proteste antigovernative. Se inizialmente nella regione dello Xinjiang gli Han rappresentavano appena il 5% degli abitanti, oggi, a distanza di 69 anni, sono la metà di una popolazione che ha raggiunto i 24 milioni, di cui gli Uiguri rappresentano ormai solo il 45%.

Stability is a blessing, Instability is a calamity,”
Un murale a Yarkand,  Xinjiang :”La stabilità è una benedizione, l’instabilità è una calamità”, Eric Lafforgue (2012)

I contrasti con Pechino tuttavia ebbero inizio nei primi decenni del Novecento, quando durante la guerra civile fra i nazionalisti del Guomintang guidati da Chiang Kai Shek e l’esercito comunista di Mao Zedong, la spinta interventistica uigura si fece spazio nel conflitto fondando due Stati indipendenti, la Prima Repubblica del Turkestan Orientale (1934) e la Seconda Repubblica del Turkestan (1944). Se quest’ultima venne annessa alla Repubblica Popolare Cinese nel 1949, il Partito del Turkestan Orientale continua ancora oggi ad animare le ondate indipendentiste contro le operazioni di assimilazione/colonizzazione di Pechino, tutt’altro che lineari e indolori.

Sicurezza, precondizione del progresso economico

Indipendentemente dalle evoluzioni storiche, i motivi che attualmente impediscono un allargamento dello statuto di autonomia della regione sono essenzialmente di natura economica. Non solo lo Xinjiang corrisponde a circa un sesto dell’intero territorio cinese, ma rappresenta anche il confine dell’ “Impero di Mezzo”, la porta su un’Eurasia oggetto di interesse per la geopolitica di Pechino e, soprattutto, è una vera riserva di giacimenti petroliferi e di gas. Per un paese affamato di energia come la Cina questo è un motivo importante per non concedere maggiore libertà e indipendenza, ma al contrario mantenere saldamente il controllo della zona.

Il legame tra sicurezza e progresso economico è la chiave per capire l’orientamento della Cina verso lo Xinjiang e l’Asia centrale più in generale. Oltre il processo di sinizzazione di intere zone dello Xinjiang che col tempo è sfociato in vere campagne di repressione e indottrinamento, Pechino trova la risposta ai problemi della regione in un massiccio flusso di investimenti per migliorare le infrastrutture di connessione della regione col resto della Cina e verso l’Europa, e quindi per rafforzare la capacità di sviluppo della zona. Parliamo, ad esempio, di uno stanziamento di 46 miliardi di dollari, che rientra nel quadro dell’iniziativa “Nuove Vie della Seta”. L’ingente investimento di Pechino in questo snodo di centrale importanza ha visto la realizzazione del “Corridoio economico Cina-Pakistan” (CPEC), i cui progetti riguardano autostrade, ferrovie, oleodotti e gasdotti e reti in fibra ottica che si estendono tra la città di Kashgar nello Xinjiang e il porto di Gwadar in Pakistan, evitando alle navi cinesi il transito nello Stretto di Malacca, ancora protetto dagli Stati Uniti e da cui attualmente passano la maggior parte delle forniture energetiche provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa.

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Investimenti statali nello Xinjiang in % del PIL della regione, Statistical Bureau of Xinjiang

Gli investimenti condotti dallo Stato in infrastrutture e servizi legati alla sicurezza, hanno permesso alla regione di mantenere una crescita media annua del 9,9% del prodotto interno lordo nell’ultimo decennio.

Dalla repressione delle rivendicazioni uigure alla lotta al terrorismo religioso

La politica di Pechino non ha tuttavia facilitato la convivenza tra diverse culture e gruppi etnici, ma al contrario ha animato gli attivisti più estremi che hanno dato via ad attacchi terroristici anti-cinesi. Oggi la conflittualità è accentuata anche a causa di un progressivo avvicinamento di alcuni gruppi indipendentisti allo jihadismo pakistano, come il Movimento Islamico del Turkestan Orientale (ETIM), movimento estremista musulmano nella lista nera statunitense dei gruppi terroristici internazionali, responsabile di attacchi alle strutture governative di Pechino e alla popolazione Han.

Nel 2009, a Urumqi, capitale dello Xinjiang, dove ogni traccia dell’antico nomadismo uiguro è stato spazzato via per far spazio alle nuove vie commerciali tirate a lucido, avvenne una delle repressioni più sanguinose del Governo centrale. Una manifestazione degenerata in uno scontro che ha coinvolto Uiguri e Han e che ha visto 184 vittime e l’arresto di più di mille persone. Ancora, nel 2013 un’automobile con a bordo una famiglia uigura di tre persone, si lanciò ad alta velocità in piazza Tienanmen a Pechino, uccidendo due persone, schiantandosi e uccidendosi sotto il ritratto di Mao Zedong.

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Gli attacchi di estremisti Uiguri avvenuti in un periodo critico in cui in tutto il mondo si accentuava la paura e la lotta al terrorismo, soprattutto dopo gli attentati a New York del 2001, hanno permesso alla Cina di sfruttare la situazione per ridefinire la politica espansiva come lotta al terrorismo religioso, inasprendo ulteriormente le repressioni senza che vi siano state proteste da parte dei paesi occidentali.

I diversi punti di vista

Con l’obiettivo di contrastare la diffusione dell’estremismo, la regione dello Xinjiang è diventata una delle zone più sorvegliate al mondo. Gli Uiguri sono sottoposti a repressioni e discriminazioni in tutti i campi, a partire dall’esercizio della fede religiosa all’educazione, dall’utilizzo della propria lingua all’assistenza sanitaria, nel campo del lavoro. In alcune contee della regione, includono il divieto di portare la barba per gli uomini e il velo per le donne, il divieto di praticare il Ramadan e l’incentivo a partecipare a inconsuete attività ricreative in stile Han. Con una legge del 2017 sulla “de-estremizzazione”, il governo dello Xinjiang ha dato una vaga autorizzazione a “campi di rieducazione” per diffondere un maggiore senso di appartenenza alla Repubblica Popolare. In questo contesto, gli Uiguri parlano di repressione della loro cultura, lingua e religione.

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Al contrario, il Governo centrale di Pechino parla di “aiuti allo sviluppo”. La legittimità del Partito comunista cinese è infatti inestricabilmente legata alla crescita economica del Paese, per cui l’obiettivo principale, in politica estera e interna, è far progredire i suoi interessi economici nazionali. Questo riflette l’approccio di sviluppo economico cinese di matrice confuciana che predilige la collettività, anche a discapito della pressione internazionale sul fronte umanitario.

Fonti e approfondimenti

NDRC, “Vision and Actions on Jointly Building Silk Road Economic Belt and 21st-Century Maritime Silk Road”, 28 marzo 2015. http://en.ndrc.gov.cn/newsrelease/201503/t20150330_669367.html

Ingram Ruth, “The Uyghurs and the Han: 1 World, 2 Universes”, The Diplomat, 4 ottobre 2018, https://thediplomat.com/2018/10/the-uyghurs-and-the-han-1-world-2-universes/

Human Rigths Watch, “Eradicating Ideological Viruses”, China’s Campaign of Repression Against Xinjiang’s Muslims”, 9 settembre 2018, https://www.hrw.org/report/2018/09/09/eradicating-ideological-viruses/chinas-campaign-repression-against-xinjiangs

Battaglia Gabriele,“Pechino impone il suo modello di sicurezza nello Xinjiang, Internazionale, 9 maggio 2018, https://www.internazionale.it/reportage/gabriele-battaglia/2018/05/09/pechino-modello-sicurezza-xinjiang

Guancha,《新疆维吾尔自治区去极端化条例》公布施行 (I regolamenti di de-estremizzazione promulgati e attuati nella regione autonoma uigura dello Xinjiang ), 10 ottobre 2018, https://www.guancha.cn/politics/2018_10_10_474949.shtml

RACHEL LU, “‘De-radicalizing’ Xinjiang, One Bad Pop Song at a Time”,  Foreign Policy, 12 febbraio 2015, https://foreignpolicy.com/2015/02/12/de-radicalizing-xinjiang-one-bad-pop-song-at-a-time/

 

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