Leggere tra le righe: “Tira fuori la lingua” e l’esilio dell’intellettuale dissidente

Copertina di Simone D'Ercole | Instagram: @Side_Book

Ogni cultura attribuisce un significato differente al gesto di tirare fuori la lingua: in Tibet, ad esempio, è un atto di gentilezza per salutare il prossimo. Nella Repubblica Popolare Cinese, invece, tirare fuori la lingua può essere molto pericoloso, soprattutto se a parlare è Ma Jian. Scrittore dissidente, originario dello Shandong, Ma è uno dei maggiori esponenti della letteratura cinese nel mondo. Per lui il Tibet sarebbe dovuto essere un’ancora di salvezza, ma ne sarà amaramente deluso. Ed ecco che il gesto di tirare fuori la lingua per Ma Jian diventa quello di un paziente davanti al suo medico, in attesa della diagnosi della malattia.

Ma Jian: spirito ribelle dalle solide radici

Nato nella città di Qingdao nel 1953, si trasferì a Pechino nel 1979 dove comincia a lavorare come fotoreporter e pittore di poster propagandistici per il Dipartimento di propaganda della Federazione sindacati cinesi. Nel 1983 il PCC lanciò la Campagna contro l’inquinamento spirituale e le attività ricreative dello stesso Ma finirono nel mirino del governo, costringendolo alla fuga. Questo episodio lo segnerà profondamente, portandolo alla conclusione che la pittura è un mezzo debole per esprimere la sua visione del mondo. Da quel momento in poi userà la scrittura per dipingere la sua realtà. Per sfuggire alle persecuzioni governative, nel 1986 si trasferirà a Hong Kong, allora ancora colonia inglese. Tuttavia, continuerà a viaggiare all’interno della RPC e andrà a Pechino in supporto delle proteste pro democrazia del 1989. Lascerà la Cina nel 1997 per trasferirsi prima in Germania, poi definitivamente a Londra dove attualmente risiede. 

L’esilio è una conseguenza della mancata libertà di espressione, delle critiche mosse al governo di Pechino e della censura delle sue opere. Ma Jian ha lasciato la sua patria solo perché costretto: non avrebbe mai accettato il compromesso tra la sua natura di scrittore che racconta la realtà, denunciando le criticità e l’oppressione dettata dal regime.

Tuttavia, un legame molto forte con Repubblica Popolare Cinese è ancora presente. La peculiarità dei suoi romanzi è che sono scritti in lingua cinese e poi tradotti in inglese da sua moglie Flora Drew. Infatti, nonostante la sua permanenza in Gran Bretagna da oltre 20 anni, Ma Jian non parla inglese. L’utilizzo del mandarino per la stesura dei suoi lavori, rimarcano la sua identità culturale e il legame indissolubile con la Cina, paragonabile a un rapporto tra la madre e suo figlio. Egli stesso afferma che la Cina è fonte di ispirazione e sottolinea la necessità di tornarci anche come ospite per poter raccogliere materiale per le sue opere.  

 

“È un libro volgare e osceno che diffama l’immagine dei nostri compatrioti tibetani. Ma Jian non è in grado di descrivere i grandi passi avanti compiuti dal popolo tibetano nella realizzazione di un Tibet socialista unito e prospero. Il ritratto del Tibet che esce da quest’opera sudicia e ignobile non ha nulla a che vedere con la realtà, e altro non è che il prodotto dell’immaginazione dell’autore e del suo desiderio ossessivo di sesso e soldi… A nessuno dev’essere permesso leggere questo libro. Tutte le copie devono essere confiscate e distrutte immediatamente.”

Attenti alla lingua!

Tira fuori la lingua- racconti dal Tibet è una raccolta di cinque storie sul Tibet uscita nel 1987. Si tratta della prima opera pubblicata dall’autore che ne ha determinato anche il suo futuro come scrittore dissidente per la madrepatria. Racconta del viaggio intrapreso dopo il fallimento del suo matrimonio, che l’ha condotto alla scoperta di un territorio al limite tra leggenda e realtà. 

Lo scrittore, di religione buddista, comincia il suo viaggio in Tibet come pellegrinaggio spirituale. Perseguitato dalle autorità di Pechino, si avvale di una falsa lettera di presentazione per accedere in luoghi destinati ai cinesi di etnia han. La delusione di non trovare le risposte e la pace interiore che cercava, si traducono nella cruda descrizione di una cultura svuotata del suo misticismo e della spiritualità. I racconti, infatti, ci offrono uno spaccato sulla dura realtà: la narrazione ci descrive una società tagliata fuori dal mondo che vive in condizioni di arretratezza, smantellata dalla “liberazione” comunista del 1950.  Dopo aver racimolato qualche soldo, si avventura per gli altopiani perdendo il senso del tempo e dello spazio. Si ritrova catapultato in un universo parallelo tra i rituali macabri della tradizione sciamanica, tende con pelli di pecora e la bellezza delle donne delle praterie. 

Letteratura e inquinamento spirituale

Il problema principale di Tira fuori la lingua è il non essere conforme con le norme di moralità dettate dal Partito. Per la schiettezza e la durezza del linguaggio, il Partito Comunista Cinese attaccò duramente l’opera, considerandola un pessimo prodotto che metteva in cattiva luce i compatrioti tibetani. Da un punto di vista tecnico sono state mosse due critiche specifiche: l’utilizzo della prima persona da parte dell’autore e l’impostazione appartenente alla letteratura di viaggio. La prima persona entra in netto contrasto con il tipo di narrativa collettiva promossa dal PCC, mentre il racconto di viaggio non è considerata letteratura in senso stretto. Dunque, Tira fuori la lingua verrà messa al bando poiché considerata un’opera di inquinamento spirituale

All’interno del sistema socialista cinese, l’intellettuale è l’esempio nonché portatore di moralità. Come osserva l’attivista per i diritti LGBT Li Yinhe, esistono due criteri di censura: nero e giallo. Alla prima categoria appartengono le tematiche a sfondo politico come la democrazia, la corruzione tra i funzionari le cosiddette “Tre T”, Tiananmen, Tibet e Taiwan, diritti umani, il Grande Balzo in Avanti. Alla categoria gialla, invece, si associa il sesso considerato come una minaccia per la moralità dei cittadini. 

L’occhio vigile di Xi dell’era digitale

Nella Cina di Xi Jinping persistono tematiche o parole sottoposte a una rigida censura, soprattutto se minano la legittimità del PCC. Sin dagli esordi come Segretario del Partito, Xi ha adottato delle misure restrittive per i social media. Nel 2015 molte delle reti VPN (Virtual Private Network) utilizzate per aggirare il blocco del Great Firewall cinese sono state bloccate. L’anno successivo il core leader si appella alla massima lealtà da parte dei media e del ruolo guida per l’opinione pubblica. Solo nel 2013, il report di Bejing News contava circa due milioni di lavoratori impiegati nel monitoraggio dei social media. Ogni anno durante anniversari importanti come quello del 4 giugno 1989, si assiste a un blackout mediatico al fine di evitare la rievocazione di eventi considerati minacce  per la stabilità nazionale e la legittimità del Partito. Secondo TIME  1256 post su Tiananmen sono stati rimossi dalla piattaforma Sina Weibo. I post rimossi sono stati collezionati da alcuni ricercatori dell’università di Hong Kong all’interno del progetto Weiboscope, che monitora le censure da parte di Pechino sui social network.

Nel 2020 secondo l’indice pubblicato da Reporter Senza Frontiere (RSF) sulla libertà di stampa, la Cina occupa la 177ª posizione su 180 Paesi. In occasione della London Book Fair del 2012 dove erano presenti molte delle case editrici statali della RPC, Ma Jian lancia un’accusa a Pechino: dipinge una X rossa su uno dei suoi capolavori Pechino in coma e sul suo viso. Il significato del gesto simboleggia la rabbia nei confronti di un Paese che racconta una verità parziale o la raffigurazione dettata dal PCC. Le speranze di una Cina più propensa alla creatività individuale e la libertà di espressione sembrano ancora lontane.

 

Fonti e approfondimenti

Ma Jian, Tira fuori la lingua-storie dal Tibet, Feltrinelli Editore, Milano, 2008

Ma Jian, Beijing Coma, Vintage, Penguin Random House, UK, 2019

Kong Shuyu, Ma Jian and Gao Xingjian: intellectual nomadism and exilic consciousness in sinophone literature, Canadian Review of Comparative Literature, Simon Fraser University, Canada, 2014, pp.126-146.

Sarah Cook, Confronting the Limitations of Chinese Communist Party Repression, Freedom House, 2014

An Interview with Ma Jian and Flora Drew, Words Without Borders, May 2019.

Mia Jan, Beneath the roof of the world, The Guardian, 21 Jan 2006.

Censorship and Conscience: Foreign Authors and the Challenge of Chinese Censorship, PEN AMerica, 2015.

China: Freedom in the World 2021 Country Report, House of Freedom, 2021.

China | RSF, Report Without Borders. 

Federico Rampini, La mia Pechino ormai sembra una città finta, tratto da La Repubblica, 8 agosto 2008, Feltrinelli Editore Archivi, 19 marzo 2021.

Marilia Piccone, Intervista a Ma Jian sul suo ultimo romanzo Pechino è in coma, Wuz, 2019.

Beina Xu, Eleonor Albert, Media Censorship in China, Council for Foreign Relations, February 17, 2017.

Elizabeth C Economy, The great firewall of China: Xi Jinping’s internet shutdown, The Guardian, 28 june 2018.

Fiori Picco, Tira fuori la lingua. Storie dal Tibet – Ma Jian, Excursus, 1 ottobre 2015.

 

Editing a cura di Elena Noventa

Copertina a cura di Simone D’Ercole

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